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Recensioni

Richard Cook
“Blue Note Records. La Biografia”
(minimum fax - 2011)
di Stefano Cazzato
Il libro è la biografia collettiva di un’etichetta indipendente (la mitica Blue note nata nel 1939 per opera di Alfred Lion e Frank Wolf e da allora attiva sul fronte della musica afroamericana) e un documento appassionante di una grande tradizione musicale, praticamente un romanzo del jazz moderno e della sua età dell’oro raccontata attraverso la storia e la poetica dei suoi protagonisti che animarono con vite spesso romantiche e maledette la New York degli anni ’50 e ’60. Ma il libro (R.Cook, Blue Note records. La Biografia, minimum fax, Roma 2011) è molto di più dell’affresco di un’epoca e della storia di un genere: mentre cita un aneddoto, un disco, un’esibizione, una seduta di registrazione, ricorda Thelonius Monk, Art Blakey e Lee Morgan, discute di be bop e di hard bop, di funk e di soul jazz, Richard Cook fa intravedere il meccanismo di funzionamento di un progetto controculturale, gli obiettivi che persegue e le strategie con le quali s’impone nell’immaginario collettivo, diventando così da prodotto marginale o minoritario un prodotto quasi di massa. Un tipico processo gramsciano illustrato però a partire da un evento apparentemente minimo come può essere la storia di una casa discografica. Cos’è che rende prima controculturale e poi egemonica la presenza della Blue Note nel panorama delle multinazionazionali della musica? Può sembrare paradossale ma, almeno agli inizi, un fattore di successo fu l’indipendenza dalle logiche di mercato. Lion e Wolf pubblicano, anche a costo di qualche perdita economica, il jazz che piace a loro. Poi la qualità indubbia dei dischi, come testimoniano le incisioni per la casa discografica di tutti i grandi jazzisti del tempo. Quindi la capacità di rischiare, di sperimentare e di supplire con la fantasia un’iniziale pochezza di mezzi e di risorse. Infine il laboratorio di idee che la Blue Note ha rappresentato, un laboratorio dove giocano un ruolo decisivo un’interessante combinazione di tradizione e innovazione e lo scambio proficuo tra i produttori, i tecnici e gli artisti che Lion non considera come dei semplici impiegati ma come amici con i quali condividere un’esperienza e una passione: la grande famiglia della Blue Note, che ebbe tra i suoi meriti quello di abbattere i confini tra musica popolare e musica colta e di trasformare la musica dei neri in un patrimonio universale. Al di là del romanticismo, la Blue Note fu, come tutti i soggetti economici che vogliono stare sul mercato, un’ impresa attenta a individuare, a formare e a catturare un proprio pubblico, a definire e imporre un proprio canone e a vendere i propri prodotti. Ma non erano prodotti qualsiasi, erano dischi. E non dischi qualsiasi ma dischi con uno stile, lo stile Blue note, come venne poi chiamato.
Stefano Cazzato
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