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Recensioni

PAOLO FRESU & OMAR SOSA featuring Jaques Morelenbaum
“Alma” (Tuk Music 2012)
di Fabrizio Ciccarelli
Paolo Fresu: tromba e flicorno
Omar Sosa: pianoforte
Jacques Morelenbaum: violoncello
1 S’Inguldu 5.35 (Paolo Fresu) 2 Inverno Grigio 5.28 (Omar Sosa) 3 No Trance 3.36 (Omar Sosa & Paolo Fresu) 4 Alma 5.49 (Omar Sosa) 5 Angustia 4.34 (Omar Sosa) 6 Crepuscolo 3.15 (Omar Sosa) 7 Moon On The Sky 5.59 Alma (Omar Sosa) 8 Old D Blues 6.36 (Omar Sosa) 9 Medley: a. Niños 4.00 (Omar Sosa & Paolo Fresu) b. Nenia 5.23 (Paolo Fresu)
10 Nenia 5:20 (Paolo Fresu e Omar Sosa) 11 Under African Skies 7.28 (Paul Simon) 12 Rimanere Grande! 2.58 (Paolo Fresu)
Cogliendo il “suono del sole”, asseriva Roland Kirk, è possibile trovare una panoplia di strumenti immaginari dalla timbrica non tradizionale e rarefatta. Quelli di Fresu, Sosa e Morelenbaum sembrano voci in effetti nuove in un percorso liricamente avventuroso, alla ricerca di un orizzonte sonoro ai confini del mondo occidentale e indefinito nella mutabilità degli eventi che legano i modelli di Brian Eno a quelli di Miles Davis, la tattilità del camerismo di Ravel al “sottovoce” del lirismo ambulante dell’inquieto minimalismo di Cage e, nel jazz, del maturo Joe Zawinul.
L’unione tromba/pianoforte/violoncello risponde ad un misticismo evocativo di un alito di universalità pensata in figurazioni bachiane ed in insolite modulazioni d’intonazione introspettiva, esplorate in quelle armonie che fuggono da climi angolosi e che trovano spazio nella cristallina purezza di timbri evocativi crepuscolari, essenziali e affabili nel segno di una “nuova musica” da dilatare in parabole ascendenti per luminosità e circolare spazialità.
Sussulti metafisici, silenzi estatici, un rinascimento melodico prezioso e danzante, fatto di pochi elementi e di evoluzioni etniche, vibrante nel generare forme espressive innovative in un tessuto armonico che ricorda tanto Aarvo Part quanto il diatonismo di Louis Andriessen, contaminato da suggestioni elettroniche e microvariazioni wagneriane.
L’album assume un colore chiaroscurale che varia dal world metafisico (“Inverno grigio”) alle sfumature ondulanti di solare chiarore (“S’inguldu”), dall’inquieto percussivo e buio (“No trance”) alla ballad lontana e solitaria (“Alma”), sempre con un vigore di lettura del tutto plastico nell’evocazione del magnifico violoncello di Morelenbaum, artista di eccellente caratura e di introversa e sognante finezza comunicativa.
A nostro avviso sembra prender luce una musica da camera moderna ideata secondo le geometrie minimali di Hindemith, dei quintetti di Schumann, Brahms e Bartòk, evolute dal lato costruttivo e formale tra il contrasto tematico e l’articolarsi delle variazioni in un orizzonte futuristico i cui punti di riferimento possono partire da John Cale, Daniel Lanois, Harold Budd e, soprattutto dall’ambient music di Eno e Jon Hassell. Tanti i riferimenti, e tutti necessari per descrivere questo importante lavoro di indubbio gusto e assoluta piacevolezza: un’arte totale dove le blue notes incontrano la monodia gregoriana ed il senso dell’infinto irrazionale trova, in giusta convinzione, la suggestione più pura della creatività contemporanea.
Fabrizio Ciccarelli
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