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Recensioni

David Sylvian
"A Victim Of Stars, 1982-2012" (EMI 2012)
di Fabrizio Ciccarelli
CD1: 1. Ghosts (Remix)/ 2. Bamboo Houses / 3. Bamboo Music / 4. Forbidden Colours / 5. Red Guitar / 6. The Ink In The Well / 7. Pulling Punches / 8. Taking The Veil / 9. Silver Moon / 10. Let The Happiness In / 11. Orpheus / Waterfront / 12. Pop Song / 13. Blackwater / 14. Every Colour You Are / 15. Heartbeat (Tainai Kaiki II) CD2: 16. Jean The Birdman / 17. Alphabet Angel / 18. I Surrender / 19. Darkest Dreaming / 20. A Fire In The Forest / 21. The Only Daughter / 22. Late Night Shopping / 23. Wonderful World / 24. The Banality Of Evil / 25. Darkest Birds / 26. Snow White in Appalachia / 27. Small Metal Gods / 28. I Should Not Dare / 29. Manafon / 30. Where's Your Gravity?* (new track)
L’avanguardia post new age, giunta al suo anno zero e rifiutati tutti i generi tradizionali, ha cercato un nuovo rapporto tra testo e musica, finendo per analizzare le parole in pura scomposizione fonetica per valorizzarle come materiale fonico, al di là del valore semantico, verificando la possibilità tecnica della voce quale strumento conoscitivo, espressione di un linguaggio indagato in tutte le sue possibili direzioni.
Senza dubbio David Sylvian è uno degli interpreti più dissacranti e più sorprendenti per capacità d’innovazione nel minimalismo delle sue esperienze elettroniche, nell’interesse per una filosofia mistica segnata da una volontà comunicativa che parte delle evoluzioni novecentesche ( Berio, Bussotti e Webern) per incontrare le proprie radici europee in una mediazione rock spontaneamente extraterritoriale, “diversa”asiatica e sciamanica. Questo passaggio trova nel dibattito culturale contemporaneo una formula immediata di tecnologia e popolarità, una pacata trasversalità modulata in stilemi melodico-ritmici ripetitivi, ancestrali, essenziali e suggestivi : una sintesi davvero di rara efficacia nell’ambito della “nuova musica” tra gli anni Ottanta ed il Duemila.
L’itinerario di Sylvian si snoda agilmente in un panorama che include la migliore tradizione occidentale, il genere tradizionale e cerimoniale giapponese, il “raga” indiano, la sognante leggerezza del rock psichedelico, l’estro futurista di Demetrio Stratos, l’indagine sensoriale di John Cage, la coreografica fonia del silenzio primordiale degli stati alterati di coscienza, come nel “gamelan” balinese o nelle movenze tecniche di Ravel, Bartòk e Kodàaly, nell’intenzione di riprodurre un ambiente recitativo modulato su altezze musicalmente indefinibili, giungendo quasi ad un “non canto” rapido e immediato, di continuo modificato nell’invenzione melodica e nell’uso di toni medio-bassi profondamente avvolgenti e vellutati: un equilibrio soffuso, interminabile e cangiante.
L’album è testimonianza del Glam Rock britannico dei Japan che il vocalist inaugurò con “Gentlemen Take Polaroids” e poi con “Tin Drum”, dilatate graduazioni anglo-nipponiche, cui comunque rinunciò sebbene Andy Warhol avesse espresso il desiderio di comporre i testi di un’eventuale nuovo album e l’illuminata casa discografica 4AD volesse inserirlo nel progetto “This Mortal Coil”, uno dei magnifici esempi della caleidoscopica cultura postdark.
Seguirono prove eccellenti (“Quiet life”, “Nightporter” e “Ghosts”) nelle quali prese forma il suo percorso solitario che trovò in “Forbidden Colors” (per “Furyo”, colonna sonora del film “Merry Christmas Mr. Lawrence”, ottima testimonianza contro la guerra di Nagisa Oshisma con la partecipazione carismatica di David Bowie e Takeshi Kitano) l’ispirazione inafferrabile per un modo di cantare “distonico” per l’epoca, lezione di stile per le generazioni future. Di qui l’incontro con Ryuichi Sakamoto, prova della verità per le sue intuizioni anche troppo “moderne”per quegli anni, per poi ascendere ai limiti incontrovertibili per chiarezza comunicativa nelle riflessioni con Robert Fripp, Mark Isham, Jon Hassell, Mel Collins e Holger Czukay. Questa personale ed elegante fusione ha dato origine a sottili trasduzioni world in “Flux and Mutability” e soprattutto in “Gone to Earth” e “Secret of the Beehive”, pietre miliari sia del rock progressivo che dell’avanguardia ambient più intimista ed impressionista.
Nel 1984 per “Brilliant Trees”ebbe come collaboratori Isham, Hassell, Kenny Wheeler, Czukay e Danny Thompson: una delle migliori formazioni pensabili per una tracklist trasognata in ballads elettroniche dall’intreccio atemporale. Seguì la suite “Words with the Shaman”, tribalismo multimediale che fu prologo a pieces siderali quali “Taking the Veil , “Silver Moon“ e “Before the Bullfight (“Gone to Earth”) ed a “Secrets of the Beehive”, ritorno alla forma-canzone, alla spettralità mistica ed ermetica per cui considerare la prova come una delle più riuscite del suo repertorio, della quale saranno conferma “Rain Tree Crow”(improvvisa reunion dei Japan), “The Beekeeper's Apprentice” e “The First Day”, opera complessa ed arabescata in sodalizio con Fripp col quale incise il live “Damage” nel 1994. Poi “Dead Bees on a Cake”, prodotto da Sakamoto e Peter Gabriel, con la partecipazione di Bill Frisell, Steve Jansen e Marc Ribot: un esito pari alla convinzione di Sylvian sulla necessità di sonorità sempre più trascendenti, un arcobaleno riflesso di flebili azzurri per la sua convinzione sulla reincarnazione, narrata “live” con l’inconfondibile look da “demone bianco”. Un estetismo talvolta contradditorio fra Fëdor Dostoevskij, Charles Baudelaire, Oscar Wilde, Samuel Becket e la decadente non-oggettività di LaMonte Young, dei Velvet Underground, di John Cale o addirittura della “computer poetry”.
Da allora la sua ricerca si è mossa sul Davis elettrico, sulle intense e rare vocalità di Nick Drake, John Martyn, Lou Reed e Robert Wyatt (cosa pensare di meglio?), giungendo al monologo interiore di “Blemish”, con effetti “loop”su mantra dissonanti, salmodianti hi-tech e improvvisazioni lunari di cantabili fra tarda scuola romantica e lirismo di una spiritualità sempre più immaginifica. Nel 2009 pubblica “Manafon”, indice di un “misticismo laico” performato in sintassi jazzistica personalmente definita in un ambient più consapevole, risonante nell’elegiaco senso del “vuoto”, di quel tormento poetico che ha trovato in “Died in the Wool” (2011) un nuova centralità della voce quale vibrato centro di una libertà incompiuta e lungi dal concludersi, per scelta a nostro avviso “vitale”.
Il segno inconfondibile che Brian Eno e gli artisti più lucidi con i quali ha interagito hanno lasciato nella consapevolezza delle contaminazioni e nell’umanesimo lisergico della sua produzione è testimoniato in questa antologia. Dal sincretismo narrativo di “Let the Happiness in”al lirismo crepuscolare di “Orpheus”, dalla mobile inflessione sinfonica di “Waterfront” all’apertura “visiva” e visionaria di “Pop Song”, dall’atemporalità subliminale di “Blackwater”al melodramma di ”Every Colour you are”, in cui salta ogni linea di demarcazione fra “recitativo” e “aria”, dominio lunare del formulario “parlato”nell’ampiezza siderale di un esteta avveniristico quale Robert Fripp. La voce del tempo fluisce poi in “Heartbeat”, afasia vibrante nel movimento verticale di Sakamoto, nel beat muscolare di “Jean the Birdman”, in cui il movimento del diaframma insinua impulsi timbrici risonanti e chiaroscurali, come anche in “Alphabet Angel”e “I Surrender”, evocazione d’immagini commosse e tenui, aeree pulsioni per un capolavoro d’eleganza e di sensibilità elegiaca: un tono alto e sensuale, quasi rinascimentale nell’andamento equilibrato e flessuoso.
Un solo brano, “ Where’s Your Gravity”, è inedito. 30 sono le tracce di questo doppio album che, lungi dal poter essere un’opera omnia, essenziale per chi intenda conoscere uno dei più inquieti interpreti della “follia poetica” del Duemila, testimonia l’evoluzione trasparente di un artista dalla personalità complessa, dal problematico e ampio corredo emozionale per un rapporto con la realtà essenzialmente intuitivo ed empatico.
L’indagine su ciò che si cela dietro alle apparenze, dietro al disagio psicologico che inevitabilmente spinge ogni artista alla riflessione sulle proprie potenzialità creative e ad una ininterrotta tensione intellettuale, non lo ha mai condotto ad un ripiegamento in se stesso, quanto invece ad un modo di vivere la musica del tutto indipendente, armonioso, sereno dal lato estetico e profondamente consapevole.
Il citato film di Nagisa Oshima si svolge su un’isola durante la seconda guerra mondiale, in cui convivono vinti angloamericani e vincitori giapponesi. Il protagonista Lawrence (simbolo della visione oggettiva della realtà in grado di comprendere le ragioni di ambo le parti ) afferma che "in realtà nessuno è nel giusto", dimostrando come tutti gli uomini agiscano in maniera irrazionale, arrivando a odiare altri uomini di cui non capiscono le azioni e i principi.
Non ci sono ragioni “oggettive” per i colori del sound di David Sylvian. Parafrasando Blaise Pascal, ci sono piuttosto ragioni che la “ragione” stessa non può intendere e che il cuore conosce benissimo.
Fabrizio Ciccarelli
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