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Recensioni

Miles Davis Quintet

Miles Davis Quintet

"Workin' With The Miles Davis Quintet"

(Prestige 1956/ JVC 2012)

Digitally remastered by JVC using XRCD (Extended Resolution Compact Disc) technology.

Digitally remastered using 20-bit K2 Super Coding System technology

 

Miles Davis – trumpet
John Coltrane
– tenor saxophone
Red Garland
– piano
Paul Chambers
– bass, cello
Philly Joe Jones
– drums

1 It Never Entered My Mind (Hart, Rodgers 5:26); 2 Four (Davis 7:15); 3 In Your Own Sweet Way (Brubeck 5:45); 4 The Theme ([Take 1] Davis 2:01); 5 Trane's Blues (Coltrane 8:35); 6 Ahmad's Blues (Jamal 7:27); 7 Half Nelson (Davis 4:47); 8 The Theme ([Take 2] Davis 1:04)

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Riedito da qualche settimana in versione rimasterizzata digitalmente, l’album è stato registrato al Van Gelder Studio di Hackensack, New Jersey, l’11 maggio e il 26 ottobre del1956, sembra . Si dice che sia un ritaglio di due sessioni per la Prestige, da cui presero vita altri due dischi di notevole interesse, “Relaxin’” e” Steamin’”.

“Workin’” si distingue immediatamente per la malinconica “reverie” del brano d’apertura, “It Never Entered My Mind”, una delle ballads  più intense mai incise da Davis, struggente nell’andamento sibilato e notturno, in cui il vibrante “sordinato”della tromba narra della raffinata ed inimitabile limpidezza esecutiva, tipica dell’artista e del periodo particolarmente felice che attraversava. L’interplay con Red Garland rende il brano un esempio di traduzione poetica di un pentagramma già di per sé bellissimo ed elegiaco, scritto da Rodgers e Hart, due facinorosi del genere “cantabile”, comunque autori di rara finezza estetica che trovarono nel jazz una nobile tela sulla quale dipingere armonie sospese e fiabesche quanto suadenti e tecnicamente perfette.

Il quintetto indaga nel fondo più intimo dell’animo umano, prodotto sincero dell’estetica davisiana, caratterizzata da un’apertura e da un posizionamento fisico del trombettista particolarmente identificativi di un’intenzione meticolosa di dar vita a sfumature espressive aristocratiche e sfuggenti, riflessive e del tutto originali nello swing sottile e brillante. La postura di Davis era netta e lui sembrava chinarsi sempre dalla parte del solista di turno, segnale di una volontà dialogica assoluta che apriva interplays di grande vivacità emotiva, sia tenui sia sostenuti, come del resto testimoniato da “Four” o da“ In Your Own Sweet Way”.

C’è da dire che, appresa la lezione dei rivoluzionari boppers con cui suonò nell’orchestra di Billie Eckstine (1944), Dizzy Gillespie,  Dexter Gordon e Charlie Parker, molto cambiò nella sua stabilità sonora. Inseguì Bird in ogni night club ove si esibisse ed egli fu, a nostro avviso, giusto contrasto per Miles  in virtù del suo tumultuoso, a volte furioso,  solismo. Fu così che meditò sulle incertezze tecniche, i limiti di estensione e d’intonazione, per cui spesso Parker lo richiamò pubblicamente ed in malo modo. Assunse un impatto emotivo con le note centrato sull’ottava media, lavorando meticolosamente sul disegno delle frasi. L’impegno fu notato da Gil Evans, direttore ed arrangiatore che lascerà un segno indelebile nel Nostro, presente ancora  in questo evento come andamento cameristico, valore in realtà già ben superato nel 1954 con “Blue’n’Boogie”, quando dimostrò di saper intonare in modo caldo ed incisivo partecipando ad una seduta con Thelonious Monk (“Tallest Trees”) caratterizzata dai litigi col pianista e lanciando, quasi a sfida, note lunghe in “legato”, mordendo l’aria blue e rivelando il modo per accentuare la tensione senza mai “trillare” o urlare.

Prese dunque vita il quintetto qui presente. Miles voleva conciliare, partendo sulle esperienze precedenti, semplicità e multidirezionalità (eterna  peculiarità delle sue formazioni), a partire dalla scelta di Joe Jones, fuoco d’inventiva per lanciare i solisti, e Chambers, fluido accompagnatore per insuperato dinamismo e sottile precisione. Il fulcro alchemico fu affidato a Red Garland, attento manipolatore di accordi. Quale solista scelse John Coltrane, che avrebbe dovuto dividere con lui la “front line”: il sassofonista era in realtà alquanto acerbo, un po’ gelido nelle entrate che talora si risolvevano in eventi drammatici seguiti da veloci arpeggi e sostituzioni di accordi (è proprio vero che nessuno nasce”genio”…).

I due sembravano in perfetta antitesi, perché Davis analizzava le frasi fino all’inverosimile, ma la dicotomia funzionava perché s’intendeva produrre imprevedibilità ricorrendo ad un limitato numero di accordi di base per esaltare la melodia. Per questo motivo ogni brano di “Workin’” è un esempio di unità stilistica e di avvincente creatività da parte dei cinque inquieti ed enigmatici maestri.

Lo stile “Davis” si andava velocemente affinando, gli aspetti più tecnici venivano smussati da un senso del ritmo e da una varietà di sfumature sorprendenti per la libertà con la quali venivano pensati: dieci anni dopo verranno chiamati “hard” o “cool”, ma intanto era lui ad aver aperto la nuova stagione del “post be bop”, ed in pochi se ne accorsero. Di costoro certamente non fecero parte né Coltrane né la formidabile ritmica di Paul Chambers e “Philly”Joe Jones, instabili vulcani degli anni a venire, capiscuola tutt’altro che accademici sia nel portamento che nelle soluzioni sonore. Appaiono nella sessione particolarmente concentrati e Trane mostra una particolare predilezione per il fraseggio del band leader, studiato con pazienza e riprodotto con perizia elegante e poetica.

Difficile pensare ad un quintetto di altrettanta intelligenza e sensibilità, in grado di passare con naturalezza dal bluesy di “The Theme” al funky di “Trane’s Blues”, dal “thriller”frammentato di “Half Nelson” al low-down di “Ahmad Blues”, composto dal giovane rampante Ahmad Jamal, non casualmente prediletto dal Nostro e da Red Garland che furono tra i primi a riconoscerne il plastico e solare talento. Il pianista qui  inventa variazioni armoniche in definitiva molto semplici (in fondo questo era il suo segreto) e sfiora la tastiera con una leggerezza tale da rendere unica l’atmosfera, ampia ma fumosa, seducente ma introversa e divertita, soprattutto nel prendere e lasciare il “discorso” con le volute a spirale dell’archetto di Chambers che fa risuonare il legno del contrabbasso come fosse una voce del vento.

Un’edizione di “Down Beat” del 1960 classificò il disco come “eccellente prova a cinque stelle”, rilevando come “poche band nella storia del jazz hanno avuto la qualità di questo quintetto”. Qualcuno ha detto che con Miles Davis l’antitesi della norma era la regola: in effetti a molti appariva pensare in un modo e spesso eseguire in un altro. Ma non era proprio così. Era talmente preso dal suo pensiero musicale che superava in velocità l’attimo della scrittura o dell’intesa con gli altri performers per inventare sempre qualcosa d’inatteso, che poteva senz’altro spiazzare molti strumentisti, ma che invece sembra linfa vitale per i quattro che volle per questo lavoro.

Il “Theme”( apertura e chiusura canoniche delle bands di quegli anni, elemento di riconoscibilità inaugurato da Duke Ellington per il pubblico nelle esibizioni dal vivo) è presente a metà e fine disco: a nostro avviso sta a testimoniare un’atmosfera da “live in studio”. Qualunque musicofilo sia attento a certi particolari non potrà non notarne il significato “metamusicale”, umano e tipicamente jazzistico. Non difficile, allora, cogliere l’affettività insita in questa straordinaria performance. Del resto il clima appare quello empatico dei dischi “storici”, quintessenza della partecipazione ad un’unica idea originale, resa antispettacolare e vera per l’ingannevole facilità con la quale i cinque non si perdono mai di vista ed ognuno riflette sul proprio ruolo all’interno di quello che possiamo considerare come uno dei migliori “works  in progress” di quei tempi, nemmeno tanto lontani considerandone la predizione per i trent’anni successivi.

Fabrizio Ciccarelli

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