Feed RSS

Il primo portale della capitale dedicato alle blue notes


Recensioni

Acustimantico

ACUSTIMANTICO

“Tempo di passaggio”
(2012 Helikonia)

di Roberto Coghi

 

Raffaella Misiti, voce; Marcello Duranti, sax e altri tubi sonori; Stefano Scatozza, chitarre e musiche; Stefano Napoli, contrabbasso; Massimiliano Natale, batteria; Danilo Selvaggi, testi

Non a caso le immagini inserite nelle copertine del CD sono del mitico Mario Giacomelli che, con la sua tavolozza di grigi, ci racconta la solitudine degli uomini che soffrono, che si disperano, che lottano, che faticano nel quotidiano, che si amano, che giocano e che sperano.
Il sesto lavoro degli Acustimantico riesce a trasmettere gli stessi toni grigi che ci racconta il fotografo di Senigallia. Solitudine legata al “tempo di passaggio” che oggi stiamo vivendo.
Tutta l’infinita gamma dei grigi si muove tra il bianco ed il nero che, come diceva Kandinsky,  sono non colori. Queste tinte rendono perfettamente lo stato d’animo che tutti noi proviamo in questo periodo storico ed i nostri “poeti”, con le loro sonorità, si sono fatti interpreti di questo disagio, ma allo stesso tempo del coraggio e della speranza legate all’audacia di un sogno.
Dopo quattro anni di silenzio, il gruppo romano apre nuovi confini alla canzone d’autore che, su una base prettamente acustica,  non tralascia  influenze di musica etnica, free jazz,  punk e  psichedelica.
Le poetiche di Danilo Selvaggi unite agli arrangiamenti di Stefano Scatozza ed interpretati dalla magnifica voce di Raffaella Misiti hanno saputo cogliere gli stati d’animo del nostro tempo.

Le prime due tracce ci raccontano del rapporto con la natura, dell’inizio dell’estate e del merlo dal becco assoluto. I delicatissimi arpeggi di chitarra che dialogano con i fraseggi degli archi provocano una serie di marcette surreali:  l’eco dei fiati e della fisarmonica,  unito ai piatti, evoca sia quelle di paesi italiani che quelle dei Balcani.
Con la “Canzone del mattino” si respira a bocca chiusa  “l’aria immacolata” dal lontano sapore klezmer. I bassi del sax baritono chiudono l’ultima frase: al mattino ogni cosa risplende.
Segue una rumba barcollante che narra del cane infedele, che abbaia quando non si deve, che dà confidenza agli stranieri e scava per ore in cortile i resti del mondo sepolto nel fango. Fiati da orchestra messicana, rispondendo ai vocalizzi di Raffaella, si trasformano in sonorità che portano ad oriente, ma anche alla musica circense.
Il quinto  brano fa riferimento all’ amore senza tornaconto. Un lievissimo arpeggio di chitarra introduce, come un carillon,  il canto al quale fa eco la viola che indaga nelle pieghe introspettive dei dialoghi d’amore.
L‘ensemble di chitarra e violino anticipano “La canzone del fiore di pietra”.  Grande melodia, delicata nei modi, che ci racconta di pescatori  senza pesci da pescare.
La settima traccia contiene un magnifico assolo di piano che ricorda i tasti di George Winston: “Mare”.
La ballata del “buon insegnamento” presenta sonorità che riportano a  Gabriella Ferri ed è una critica verso coloro che hanno un duplice atteggiamento: tante parole, pochi fatti …dove l’arte e la sapienza del maestro hanno la forma dell’ossigeno. Saperi pieni di parole, ma privi di significato e coerenza.
Segue una trilogia dedicata alla primavera araba: “Punk Islam”, “Piccolo carro di frutta in fiamme” e  “Libano”. Il primo brano è una cover dei CCCP (1988), che con i toni più delicati della voce e le  sonorità delle percussioni e degli archi, si discosta notevolmente dal punk di Lindo Ferretti per avvicinarsi a quelli dell’India.
Il secondo brano strumentale, introdotto dalla darbouka, ci narra delle proteste iniziate il 18 dicembre del 2010 dall’ambulante tunisino Mohamed Bouazizi, che si è dato fuoco dopo aver assistito alla distruzione del suo carretto e dopo aver subìto maltrattamenti da parte della polizia. Gesto che, con effetto domino, ha scatenato una rivolta (rivoluzione dei gelsomini) che si è propagata in tutti i paesi del mondo arabo che si affacciano sul Mediterraneo.
La terza canzone, con arpeggi alla Beatles,  ci porta più tra le colline di Liverpool che tra i cedri del Libano. Libano a cui vanno i ricordi citati dalle parole del testo.
“Psico A” è un brano destabilizzante, fortemente strumentale, che si muove tra il prog, il jazz e lo psichedelico, con una sezione strumentale che rimanda agli Weather Report.
La traccia 13 è un brevissimo stacchetto strumentale eseguito al pianoforte: “Da un luogo ad un altro” quasi un’allegoria di tutto il CD.
L’ultima canzone riporta al titolo del disco e, come tutte le canzoni d’autore che si rispettano, ci parla del malessere del nostro tempo. Alla varietà di toni grigi: sensazioni collettive che tutto il bacino del Mediterraneo sta vivendo. Il tempo che è diviso, ripiegato, dai fiori recisi, dai cuori sezionati, tempo di passaggio che porta a sperare in un mondo migliore. Mondo che dal nero deve necessariamente passare al bianco, dal buio della notte alla luce del mattino.

Commenti (0)
Commenta
I tuoi dettagli:
Commento:
 

______________________
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
______________________
Copyright © 2010 RomaInJazz.it. Tutti i diritti riservati. Recensioni ACUSTIMANTICO “Tempo di passaggio” (2012 Helikonia)
Mappa del sito