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L’universo giovanile contemporaneo e la rivoluzione del logos letterario 

Gabriele Orsi, Ali di piombo, Armando Curcio Editore 2016 (pp. 349 € 14,90) 

Il romanzo di Gabriele Orsi, Ali di Piombo, costituisce un’occasione unica ed esemplificativa in maniera eccezionale per entrare nel mondo della gioventù contemporanea a chi voglia spogliarsi del più che abusato atteggiamento del giudizio ed entrare nell’orizzonte meno frequentato di un’intelligente comprensione.

 

Tale è la forza delle pagine di questo libro che vi è una buona probabilità che anche il più retrivo giudice con il suo martello ne esca, qualora avvicini questo testo, con la sua toga lacerata. Spoglio dunque anche lui. Innanzitutto di quella cortina che innalza di fronte a una generazione che, lo ripetiamo, spesso si vuole tanto più giudicare per non adoperarsi nella fatica di comprendere; e per non essere infilati in contropiede dallo scacco di vedere in essa innanzitutto quanto gli è stato lasciato in eredità proprio da chi la giudica. Così, se è vero che il romanzo ha un’ambientazione ben precisa ovvero quella della Roma bene, è altrettanto vero che il libro del nostro autore esce di fatto, nel suo concetto, dalle maglie di una rigida collocazione sociale per offrire uno spaccato più ampio su una generazione spesso sommariamente liquidata e, peggio ancora, calunniata. In questo nostro tempo nessuno ha tempo per nessuno e meno che mai, siano anche i propri figli, per i giovani. Ma per chi voglia percorrere la scorciatoia dell’intelligenza, ovvero la strada più lunga, questo libro offre un’occasione, come si diceva, unica. Bisogna appunto avere la pazienza che serve all’intelligenza.

Un’intelligenza a cui Mattia, il protagonista del libro, parla già direttamente della articolata rivoluzione dei giovani contemporanei. Inizia, questa rivoluzione, in discoteca e con la musica. Non importa se di questa musica, in una discoteca in cui le ali di piombo volano ancora basso fra sesso e alcol, «non conosci le parole». «Nessuno sta lì a giudicarti» e invece «ciò che conta – continua Mattia – è stringersi tutti intorno all’inno spensierato della nostra gioventù per salvare almeno il salvabile, quello che resta del mondo spregevole che resta fuori di qui». Il mondo che nella sola apparente contrapposizione dei «politici ladri» e dei «terroristi che attentano alla libertà» figura di fronte ai giovani come un «sistema malato». Di fronte a questo sistema la rivoluzione è semplice. Il ballo, lo sballo e il sesso. Sennonché la rivoluzione è ancora troppo semplice e finisce anche essa in un sistema malato. «Come il sabato precedente, e quello prima ancora. Sempre la stessa storia – dice lo stesso Mattia – ogni week end». È in fondo una ribellione piuttosto che una vera e propria rivoluzione quella che va in scena ogni week end. Si balla, è vero, ma poi tutto questo non è sufficiente. Finisce nella distruzione: in un sesso senza amore che profana il tempio dell’anima che è il proprio corpo esattamente come si gioca «a frantumare le bottiglie di birra lasciate a se stesse agli angoli della piazza»; a prendere di mira una coppia di fidanzati e a impaurirli con le minacce di una parola che non conosce altro verbo ancora che quello del turpiloquio sessuale. Del resto, come biasimare questa semplicità? A un sistema malato dei grandi non stupisce che la prima risposta degli adolescenti non  possa che essere un sistema malato. Un sistema che sente sulla sua pelle, nelle sue carni del tempio profanato e fino all’altare dell’anima, la violenza che su di esso viene esercitata e con quella stessa violenza risponde. Che poi non è altro la violenza del nichilismo. Alla nientificazione della politica da parte dei ladri e dei terroristi non stupisce che possa corrispondere la nientificazione delle bottiglie di birra, del proprio corpo, fino a ciò che abbiamo di più prezioso, l’anima appunto. Ed è così che Mattia stesso, nella logica di questo controsistema parallelo, finisce per essere egli stesso, nel corpo e nell’anima, l’icona plastica di ciò che viene preso a calci. Il sesso, che in lui ha preso il nome ma ancora prima, in un universo in cui non si è affacciata ancora la parola, le forme di Bebbi e poi soprattutto quelle di Bianca, finisce per ridurlo su un letto di ospedale. E non per chissà quale malattia venerea, che pure ci si potrebbe aspettare quale epilogo di una promiscuità che ha messo il suo sigillo sulle relazioni fra i giovani; ma per il pestaggio che il nostro subisce ad opera di Corrado, il fidanzato ‘ufficiale’ di Bianca. Sennonché la ferita che emerge più dolorosa e congenere a Mattia in questa prima parte del romanzo non è una ferita fisica quanto piuttosto una ferita dell’anima. La ferita della noia. In questo controsistema parallelo la grande regista che inchioda la rivoluzione a una effimera ribellione è la noia. L’intero sistema delle relazioni umane, quella con l’amante di turno, con i genitori, con lo studio universitario e perfino con gli amici più cari è scandito dall’eterno presente della noia. Il tutto avviene perché non si ha niente altro di meglio da fare; perché non si altro da fare. Sennonché come dice lo stesso Mattia «la noia rende l’uomo curioso»; ma anche questa curiosità, sulle prime, in assenza di una lucreziana inclinazione degli atomi nel meccanismo ineludibile del controsistema del giovane Mattia, finisce per risolversi in un altro rito compulsivo che oggi conosciamo bene. Sia nei giovani che nei meno giovani. La ricerca su facebook dove Mattia va alla scoperta delle foto più o meno succinte di Bianca e finisce poi per trovare il video del pestaggio con cui il Corrado lo ha spedito all’ospedale. Un altro classico del nichilismo contemporaneo; la nientificazione di ogni privatezza che finisce nel tritacarne della malintesa sfera pubblica costituita dall’orizzonte virtuale dei social media. Fino a qui così la ribellione. Che inchioderebbe la rivoluzione del controsistema giovanile a una ribellione pressoché effimera quando non conservatrice. Tangenziale finanche con il sempre più contaminato sistema dei grandi. Con il sistema dei giovani che in questo meccanismo diventano grandi.

Sennonché alla porta di questo circolo ineludibile fa a un certo punto il suo ingresso una nuova figura femminile. Al centro della narrazione avanza «una ragazza magra, le gambe esili, il viso scavato e i capelli sfilacciati come un groviglio di paglia»; a Mattia fin da subito tutto sembra essere colpito dalle sue parole. Alla fisicità di Bianca subentra la parola di Lara. Insieme al suo corpo investito dall’anoressia Lara porta al centro della scena della narrazione e nella vita di Mattia la parola. La rivoluzione della parola. Ovvero la rivoluzione della mediazione per cui lo stesso sesso esce dalla sua dimensione naturale e nel cuore di Mattia comincia a farsi breccia come amore. Un amore che, nella casuale perdita di un diario  e nel rincorrersi di Lara e Mattia per il ritrovamento e la restituzione (eccolo il clinamen lucreziano), ha l’occasione di approfondirsi sempre di più e di trovare nella fiamma della condivisione della letteratura l’inveramento di ciò che fino ad allora in Mattia era rimasto soltanto latente. Lara, a fronte della sua anoressia verso i cibi del corpo, è una famelica divoratrice dei nutrimenti dell’anima: i libri. Essi sono innanzitutto per lei i suoi compagni. Di fronte alla perdita prematura dell’amato padre, «un vero uomo», che probabilmente diventò tale nel momento in cui prese a giocare insieme  alla figlia, in una segreta ed esclusiva complicità, con un simulatore di volo che aveva costruito e messo a punto con grande passione in un garage; di fronte a questa perdita e alla complementare difficoltà di un complesso rapporto con la madre Lara si chiede nel suo diario: «Cosa mi rimane?». Perentoria la risposta: «I miei libri». Il nutrimento dell’anima che, a fronte dei disinteressi del nutrimento del corpo, Lara fagocita da Camus a Heminghway e da Nabakov ad Antoine de Saint-Exupéry. In questa comunità cresce l’amore di Mattia per Lara; una comunità che diventa anche uno spazio fisico ben definito nel raccoglimento di un piccolo appartamento di cui Lara ha le chiavi e dove con Mattia si rifugiano in un clima totalmente altro da quello delle discoteche e dei giardini che il protagonista del romanzo frequenta con gli amici. Il sesso con Bianca trovava nell’appartarsi in macchina l’alcova dell’emancipazione giovanile; l’amore di Lara e Mattia ha in questo piccolo appartamento il nido della loro rivoluzione. È questo il tempio in cui tutto si riconsacra nella esistenza di Mattia; e, nemmeno a dirlo, l’altare di questo tempio, così come Lara glielo svela, è una libreria. È la rivoluzione del logos quella che si compie nell’animo di Mattia; del logos scritto e del dialogo. Si esce dall’orizzonte del maschio e della femmina e si entra, a questo punto del romanzo, in quello dell’uomo e della donna. Questa è la rivoluzione che tutto ora investe e che restituisce allo stesso fisico ciò che il fisico è veramente. Nell’appartamento in cui il privato, a fronte dei video su Facebook e dei selfie su Instagram, si riappropria della sua sfera scippata a ogni istante dall’ossessione per il pubblico, si effonde quell’intimità in cui solo è possibile l’amore. L’amore di una cena a lume di candela preparata con cura dallo stesso Mattia; l’amore della musica, perché i «momenti importanti vanno legati a una canzone, altrimenti rischi di dimenticartene»; l’amore di una danza «immersi nel silenzio e nell’oscurità». L’amore, per altro verso, che tutto a un tratto fa paura a Lara. Lì lì per decollare come nel gioco antico con il suo papà e tutta ad un tratto appunto impaurita dal pericolo di trascinare Mattia nel suo destino di sofferenza vissuto come ineluttabile. Ed è allora Mattia, nella rivoluzione della parola e dell’amore, forte a raccontare dell’aneddoto da cui il libro trae il suo titolo. «Ieri – le parole del nostro – passavano una pubblicità in televisione […] C’era una fila di uccellini tutti gialli appollaiati sul ramo di un albero, e uno per volta si sono lanciati nel vuoto per il loro primo volo. Tranne uno. Ti assomigliava tanto, quell’uccellino con la paura di volare. Forse credeva di avere le ali troppo pesanti, come di piombo». Ancora una volta la rivoluzione della parola. Una rivoluzione che si compie in un amore interrotto e rimandato, dopo una passeggiata notturna, a un tempio più alto. Al tempio più alto. La stanza del padre di Lara. Una stanza in cui l’ultima volta che lei era entrata era stata quando il padre era ancora in vita. Una stanza in cui Lara, nel «giorno migliore» della sua vita, riapre la stanza del padre, vi accarezza il pigiama, ridona la parola, anche lei nella sua rivoluzione del verbo, a un dolore indicibile; e infine chiede a Mattia di fare l’amore fra lo stupore di Mattia: «Nessuna me lo aveva mai chiesto perché di solito quando si vuole fare l’amore non si chiede, si fa e basta». Ma questo è Lara per Mattia: la parola che arriva finanche lì, alle soglie dell’amplesso, dove proprio non l’avrebbe – forse a ragione -  proprio concepita. Così come Mattia per Lara. La parola dove Lara non l’avrebbe concepita: a riaprire la stanza del padre, a ritornare a parlare lì dentro. E, come in un cerchio che si chiude, nell’attimo in cui Lara e Mattia, nella parola, rinascono in maniera assoluta, arriva la parola della morte di Bianca per mano di Corrado; epilogo del loro itinerario complementare ed opposto di un amore senza parola. In questo episodio lo stesso Mattia ravvisa la fine del suo racconto anche se vi sono ancora una decina di pagine che lasceremo scoprire al piacere del lettore che si vorrà avvicinare a questo libro.

Un lettore a cui dobbiamo però ancora una rivoluzione. Quella in cui il protagonista del libro consegna il testimone al suo autore, che in queste pagine invera nel segno più alto della scrittura letteraria tutto il suo talento. Ci si può chiedere, alla fine del romanzo, quale sia la sua radice autobiografica; quanto il romanzo vada nel profondo dal protagonista all’autore. Ciò probabilmente non è dato e nemmeno utile sapere se non in un punto. Se la parola è stata la rivoluzione di Mattia, la parola, nel segno del più alto talento letterario, è anche la rivoluzione di Gabriele. È l’autore di questo libro un eccellente testimone di come i giovani contemporanei, lontani ormai da ideologie sclerotizzate, stiano con una grande forza abbandonando anche le secche del nichilismo; da come li si vorrebbe da più parti dipingere, sprofondati nel nulla, forse, come si diceva in inizio, perché il pittore innanzitutto non fa altro che dipingere se stesso, essi, a chi li frequenti e voglia entrare veramente nel loro mondo (nel mondo), appaiono invece eroici testimoni del riscatto dell’essere. In questa direzione ha certamente proceduto con questo libro e continuerà a procedere con i prossimi augurabili suoi libri il talento letterario di Gabriele Orsi. Un talento letterario la cui mirabile regia stupisce dalla trama alla forma della stesura di questo lavoro; dall’osservazione delle persone alla costruzioni dei personaggi; dallo scandaglio del loro animo alle ideazioni minute di ogni loro gesto; degli ambienti in cui essi ad ogni passo si muovono. Tutta la tela dei cromatismi dell’essere, in un grande lavoro che segue passo passo il talento, viene distesa attraverso le pagine di questo romanzo e certo vi è da scommettere che anche il più provato lettore che come la mamma di Mattia «ha spiegato che la realtà è composta da tanti puntini e per comprenderla dovremmo unirli tutti, dal primo all’ultimo» resterà ammirato di fronte a questo lavoro di ricomposizione narrativa. Se, come dice Leibniz, in onta a ogni sorta di nichilismo, si suppone che «qualcuno segni a caso sulla carta una quantità di punti […] è possibile trovare una linea geometrica la cui nozione sia costante e uniforme, secondo una regola determinata e tale che passi per tutti questi punti proprio nell’ordine in cui la mano li ha tracciati», bene, si può concludere che la penna di Gabriele Orsi, con la stesura dei grafemi del suo romanzo ci restituisce, alla fine del libro, un quadro sulla gioventù contemporanea nell’equazione più autentica che ad essa è immanente. Dalla ribellione effimera di un presunto contro-sistema alla vera e propria rivoluzione di un logos che pazientemente tesse il suo riscatto.

                   Giuseppe Cappello

 

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