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Giovanni Tommaso ApogeoGIOVANNI TOMMASO APOGEO
"CODICE 5"
(Saint Louis Jazz Collection 2010)

Giovanni Tommaso – contrabbasso
Daniele Scannapieco – sax tenore e soprano
Bebo Ferra – chitarra
Claudio Filippini – piano
Anthony Pinciotti - batteria

1. Bassifondi; 2. Macchie d’inchiostro; 3. Codice 5; 4. Buone nuove; 5. To Jimi H.; 6. Sistema limbico; 7. La sesta note; 8. Men At Work; 9. Casa Jazz ; 10. Bonus Track

 

Inizia nel 2007 l’avventura dell’Apogeo, un Perigeo all’Azimut di una sonorità d’effetto e di dispositio, alla ricerca di essa secondo idee forse maggiormente acustiche, forse meno vistose ed eclatanti, forse meno rotonde, ma sicuramente altrettanto coinvolgenti e, per così dire, descrittive.

Il talento immaginativo e la maestria tecnica di Giovanni Tommaso la conosciamo tutti, il suo istinto da band leader è forte quanto stilisticamente  riconoscibile: l’ansia benigna di esplorare imprime ogni passo dell’album di pensieri eterogenei, di resistenze armoniche vibranti e rigorosamente rese duttili dallo spaziare in forme tematiche policrome e dense di varianti, di riferimenti al rock ed al jazz contemporaneo, alle spaziose aritmie della melodia tardonovecentesca. 

Daniele Scannapieco al sax, Bebo Ferra alla chitarra,Claudio Filippini al  piano,Anthony Pinciotti alla batteria costituiscono un esempio su come dar fisicità all’essenza dell’intuizione del compositore Tommaso, non meno abile dello strumentista, coraggioso e a volte sfrontato, inventore scoordinato di emozioni attente e volutamente distorte, anzi amplificate da un sentire dialogico di assoluta plasticità in cui dissonanze e assonanze pulsano dello stesso vigore, di una energia inesauribile, di macchie accordali poderose, di disegni ritmici costruiti su masse sonore gravi e rette da un filo logico sulfureo, quasi ipnotico, sulla scansione di segni incisivi dettati da una pregevole indipendenza dalle mode e dal fervente credo in un jazz che suoni ciò che viva, come nella title track – umbratili ricami di vulcanica compressione nel pathos - come nell’omaggio a Jimi Hendrix (“To Jimi H.”), perfetto esempio di come partire da strade diverse e giungere ad esiti estetici emotivamente analoghi per misteriosa formula alchemica che coniughi istintività e calore, giocosità e pulsione, humour e spleen, asprezza e solarità, all’insegna di un’instabilità preterintenzionale e meravigliosamente permissiva.

Dovessimo tracciare tutte le eloquenti incidenze storiche rintracciabili nell’album, avremmo un continuum che partirebbe dal blues e arriverebbe all’hard bop newyorkese, passando per Parker, Davis, Mingus, Gil Evans, Paul Bley e i primi Weather Report. Ma ciò non sembra occorra perché Tommaso esemplifica il nostro tentativo di dinamizzare l’ascolto ed il pensiero, ci precede e confonde abilmente le matrici in piena lucidità inventiva.  Tant’è vero che dopo 90 secondi dall’apparente fine dell’album spunta una ghost track di basso, provocatoria, dall’impulso ritmico primitivo e percussivo, danzante, complessa e perfetta, cenno d’inesausta vitalità e d’un certo edonismo filologicamente tutt’altro che inatteso. 

Glamour vitalissimo, solismo elegante, tremiti sensuali ed aggressivi, audacia e fantasia, contaminazioni e memorie lisergiche, divagazioni e rentrèes spigolose quanto oniriche, consapevolezza della propria originalità e della propria auctoritas compositiva: Giovanni Tommaso è uno dei più grandi artisti della nostra musica.  

Fabrizio Ciccarelli

 

 

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