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CLIFFORD JORDAN QUARTET “REPETITION” C & P 1984 Soul Note (121084)
Clifford Jordan - sax tenore Barry Harris - piano Walter Booker - contrabbasso Vernel Fournier - batteria
1. Third Avenue (Clifford jordan) - 2. Fun (Harris, Jordan, Booker, Fournier) - 3. Repetition (Neal Hefti) - 4. Evidence (Thelonious Monk) - 5. Nostalgia / Casbah (Fats Navarro / Tadd Dameron) - 6. House Call (Clifford Jordan) - 7. Quit in Time (Clifford Jordan)
Clifford Jordan studiò con passione il pianoforte nella sua infanzia, poi scelse il sax tenore, al quale si dedicò professionalmente fin dal 1945, apprendendo una tecnica raffinata ed inconfondibile da Johnny Griffin. Fece parte delle formazioni di Max Roach e Sonny Stitt e anche di molte band di Rhythm & Blues, per poi scegliere il jazz vero, quello di Horace Silver, che in quegli anni iniziava a manifestare tutta la concretezza melodica che distinguerà il suo stile per decenni. A New York formò un proprio quartetto con Andrew Hill come artista di spicco, incidendo, poco dopo, l’album che possiamo considerare di riferimento per la conoscenza del musicista, “Blowing in From Chicago” (Blue Note, 1957).
Nel 1960 Max Roach lo scelse per la sua band in occasione di uno storico tour europeo e, poco dopo, entrò a far parte dello straordinario sestetto di Charles Mingus. Di lì a poco si trasferì quasi definitivamente in Europa, suonò in Africa e nei Paesi asiatici. Nel 1968 fondò la propria etichetta, la “Frontier Records” ed iniziò a lavorare per il cinema, interpretando in “Lady Day: A Musical Tragedy” il ruolo di Lester Young. Purtroppo oggi questa pellicola è praticamente introvabile.
Nell’ambito della sua produzione “Repetition” assume un ruolo determinante per chi voglia conoscere le blue notes attraverso i suoi più eleganti interpreti.
Considerati tutti i discorsi sulle innovazioni, sulle sperimentazioni, sulle improvvisazioni sfrenate e radicali, chiariamo subito che il disco che vogliamo segnalare è indelebilmente segnato dalle note del passato, sincero, levigato e quanto mai conforme all’espressività tipica del genere, con un ottimo assortimento di brani standard ed originali.
Clifford Jordan in questo album si pone come uno degli ultimi hard boppers che hanno fatto la leggenda del jazz, fino al 1993, anno della sua scomparsa. Il tenorista chiamò a sé per questo progetto quelli che riteneva i migliori musicisti all’epoca in circolazione: il creativo, infaticabile e lirico Barry Harris al piano, un ispirato Walter Booker al contrabbasso ed un raffinato Verner Fournier alla batteria.
Un disco senza tempo, inciso nel 1984, ma avremmo potuto dire nel 1950 come nel 2011, tanto è vivida, priva di enfasi, inimitabile ed immortale la musica del quartetto. L’album, in modo inspiegabile, è passato nella quasi indifferenza della critica; pertanto vogliamo far sì che all’assurdità di tale danno venga posto almeno un minimo riparo, più che grati alla Soul Note che propone nel suo catalogo (a prezzo davvero economico) questo piccolo gioiello.
Molto si discute ancora se il bepop e l’hardbop abbiano esaurito la loro carica inventiva ed emozionale: è innegabile che molto (forse quasi tutto) di quel che oggi si suona nel jazz provenga da lì. Spesso si ascolta un sax tenore avendo la sensazione che da quelle parti aleggi l’anima di John Coltrane: bene, è forse un problema? Questo cd, qualora ce ne fosse bisogno, dimostra come la questione sia vana, come i punti di riferimenti non possano, non si debbano e fortunatamente da molti musicisti non vengano, più che giustamente, ignorati. Non li ignorino coloro che amano il jazz.
Non è certo comune aver modo di ascoltare quartetti di simile caratura, pertanto ogni dubbio o incertezza sul perché riflettere su questo cd viene di sicuro meno. Il sassofonista appare qui in tutta la morbidezza della sua voce strumentale, nelle sonorità rotonde che propone con grande sottigliezza e luminosità, prefigurando soluzioni formali impeccabili sia tra le andature tipiche del fraseggio di Monk (“Evidence”), sia nella rilettura di modelli inconfondibili ed emotivamente trascinanti, come in “Nostalgia / Casbah” di Fats Navarro e Tadd Dameron.
Accade spesso di trovare formazioni composte da grandi musicisti ed ascoltare il solito e poco convincente risultato; non è così per “Repetition” che anzi racchiude in sé sonorità, interplay, eleganza senza avventure, gestendo con innegabile perizia anche i più tenui e decrescenti meccanismi di mood e sviluppo, tanto il quartetto mette in luce abilità che mettono al riparo l’ascoltatore da ogni possibile banale collisione col pentagramma.
Come premesso, nulla di assolutamente originale secondo l’interpretazione che al termine viene comunemente dato da agitati innovatori, un jazz eseguito con perizia (e come avrebbe potuto essere altrimenti?), spontaneo nel robusto groove e nel misurato senso del bop. E’ evidente che nulla avrebbero dovuto dimostrare i quattro, considerando l’incisione una sorta di conversazione intimamente distensiva eseguita a “voce alta”, con una coesione ed un accordo che rasenta la perfezione. Un lavoro che merita riflessione, che va apprezzato in assoluto rilassamento, cancellando dalla mente concetti e pregiudizi cervelloticamente ricercati: l’ascolto per il solo piacere uditivo. E non è poco se si parla di “musica vera”…
Fabrizio Ciccarelli "parte dell’articolo è già stata pubblicata su Jazzitalia" http://www.jazzitalia.net/recensioni/repetition.asp
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