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Reinhold Kohl

Giorgio Gaber … io mi chiamo G e sono ancora qui...

Prefazione di Marco Travaglio

Aereostella 2015

Attraverso l'intenso memorialismo del Bianco e Nero vivono ancora (e non semplicemente “rivivono”) le parole ed i tanti volti del “nostro” Gaber,

uomo-artista e artista-uomo che oggi avrebbe 80 anni, sicuramente portati come un ragazzo spettinato (anzi scapigliato). Un impertinente dalla memoria antica, dalla poderosa Inventio poetica, dalla cultura umile, come si conviene ad un filosofo che al Logos preferisca l’Emozione, la negazione del razioncinio neoliberista, di ogni virtuoso perbenismo, di ogni semplicistica definizione della Vita come Conoscenza.

Non sappiamo quanto egli sia stato figlio di Pirandello piuttosto che di Beckett o Ionesco, di Jacques Brel, di Kurt Weill o dell’espressionismo di Brecht; riteniamo abbia vissuto le proprie canzoni come un “angelo in esilio”, con un volontario distacco dalla musica d’arte perché Arte era parola troppo “seria” per il risentimento e l’amore con i quali viveva una delle sue poche certezze: il bisogno “di tornare nella strada per conoscere chi siamo.” 

Maledetto dall’Inquisizione di Cossiga e violentemente osteggiato dal “facciaculismo” democristiano a preludio dell’amicizia Berlusconi-Craxi , il suo “Io se fossi dio” era lontano dalle acerbe premonizioni di Cecco Angiolieri e François Villon quanto dalla distonica Non Sapienza di Charles Bukowski, cui comunque potè accostare l’Episteme di “Eterna risorge sempre la speranza, come un fungo velenoso” (“ Azione”, in “Niente canzoni d'amore”) o di “Secoli di poesia | e siamo sempre | al punto di partenza” (“ La poesia”, in “La canzone dei folli”).

All’alba della pubblicazione , fatta in fretta su una sola facciata di vinile poiché consapevole dell’imminente Castigo della Censura, concesse un’intervista al Kohl che, finora inedita, viene presentata nella forma originaria, “fotografata” nelle pagine dattiloscritte in Olivetti, con sottolineature e correzioni: un’immagine iperrealista di un pensiero ribelle e di un’Etica con poche tracce di speranza.

Non che mancasse il senso della Gioia (le performances con Jannacci, ad esempio)ma il cuore era altrove, chiuso ne “il tutto è falso, il falso è tutto”, recitato nella disinvoltura di un sentimento anarchico che rifiutava ogni ideologia: “un uomo senza niente è più leggero”.

Eccellente fotografo -testimone Reinhold Kohl: non poteva che essere in Bianco e Nero la narrazione della vicenda esistenziale di Gaber, il contrappunto assoluto e nichilista di un cromatismo  impetuoso che descrive del buio/luce le certezze “corsare”, gli accordi amari della “Mia generazione ha perso”, i sorrisi beffardi del suo “Si può” (“siamo noi che facciam la storia, si può…”). E magari un giorno sarà così.

Possiamo ben condividere ciò che Marco Travaglio scrive nella prefazione: ”le sue immagini e i suoi pensieri sono talmente attuali che sembrano datati oggi, anzi domani”, al tempo di Mafia Capitale, al tempo anteriore (o posteriore, poco importa)in cui Gaber disse: “La tangente per natura è di Destra, col consenso di chi sta a Sinistra”.

Di questa Società impazzita il Signor G è stato poeta folle forse per troppo affetto e certamente per troppo dolore: “questa è la nostra vita”, dobbiamo e possiamo dar “fiducia all’amore…il resto è niente”.  

Fabrizio Ciccarelli   

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