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Recensioni
Art Farmer “Manhattan” C. & P. 1982 Soul Note (121026-2)
Art Farmer – flugelhorn Sahib Shihab – sopran and baritone saxophones Kenny Drew – piano Mads Winding – bass Ed Thigpen – drums
Recensione a cura di Fabrizio Ciccarelli
1. Context (Kenny Drew); 2. Blue Wail (Kenny Drew); 3. Manhattan (Rodgers & Hart); 4. Passport (Charlie Parker); 5. Arrival (Horace Parlan); 6. Back Door Beauty (Benny Wallace);
A volte appare singolare che alcune opere passino tanto inosservate dalla critica e che, altrettanto inspiegabilmente, non vengano citate nella discografia essenziale di un musicista. Tale, a nostro modo di sentire, il caso di “Manhattan” del quintetto di Art Farmer, trombettista tanto eclettico da esprimersi in modo personale e sempre equilibrato sia con storici boppers sia con sperimentatori spigolosi e spericolati come George Russell sia con personalità artistiche estrose ed estroverse quali quelle di Horace Silver e Sonny Rollins.
Ricordiamo di Farmer la sua formazione professionale nelle orchestre di Horace Henderson, Benny Carter e Lionel Hampton, le vibranti incisioni con Clifford Brown, Gerry Mulligan, Wardell Gray, che diedero alla critica la sensazione di avere a che fare con un musicista facile ad adattarsi, in qualche modo debitore verso il fraseggio essenziale e raffinato di Miles Davis ma propenso più di quest’ultimo a meticolose e rigorose partiture, in realtà anche un po’ ostico nei confronti di improvvisazioni poco organizzate, molto in voga tra la fine degli anni 50 ed i primi anni 60. Trovò a nostro avviso la propria collocazione ideale nel Jazztet di Benny Golson, che gli permise di estrovertere tutta la sua lirica inventiva in soli molto meditanti, avvolgenti, ponderati, testimoniati da album storici come “Farmer-Golson Jazztet” (Cadet), “Big City Sound” (Argo) e “Meet The Jazztet” (Cadet). L’ultima incisione degna di memoria assoluta nella storia delle blue notes fu quella, bellissima e live, con Jim Hall all’Half Note (Atlantic).
Nel 1981, alla fine di novembre in una piovosa Milano si incontrarono cinque anime pensanti e per certi aspetti molti distanti tra loro, ognuna con il suo carico di idee, pensieri, musica, e inestinguibile voglia di suonare: Art Farmer e la sua tromba, Sahib Shihab al sax soprano e baritono, Kenny Drew al piano , Mads Vinding al contrabbasso e Ed Thigpen alla batteria, L’incontro fu nel migliore spirito del jazz: voglia di divertisi e divertire, e soprattutto suonare. Ciò che prese vita in quelle due giornate di registrazione è questo disco - che andò ad arricchire il già ampio e pregevole catalogo dell’etichetta Soul Note - un inno ad un certo jazz d’annata, quello così carico di swing da far muovere ogni parte recondita del corpo e della mente, tanto è carico di passione e ritmo, di eleganza ed impeccabile professionalità.
L’ incontro di stili tanto diversi apparve in grado di intersecarsi abilmente tanto da renderli assolutamente compatibili, dando vita ad una performance da grande evento, guidati sapientemente da colui che è stato fino al 1999, anno della sua scomparsa, uno degli ultimi grandi artisti che la storia del jazz ricordi. Ne è la riprova la grande voglia di cimentarsi con l’armonia giocando sui temi, cogliendo in ogni piega delle composizioni melodie classiche, percorrendo standard da cui prendono luce quasi per incanto funzionalissimi e gradevolissimi temi.
La direzione ritmica venne affidata ad un partner solido ed affidabile, quel Kenny Drew così straordinariamente dotato nel saper conferire sensibilità espressive uniche a contrappunti viscerali mai fondati su moduli precostituiti, in grado di restituire sempre momenti lirici e creativi. Il culmine creativo della formazione si evidenzia nei cromatismi fortemente chiaroscurali dei tempi veloci, quando i cinque musicisti danno il meglio di loro stessi: spesso a dominare la scena sono il contrabbasso di Mads Vinding e la batteria di Ed Thigpen, la cui abilità tecnica fornisce lo scheletro ritmico di ogni brano. Non a caso a loro sono riservati diversi assoli, tessuti sonori sui quali le trame improvvisative si esprimono eleganti, coinvolgenti, espressive e libere nel fraseggio inimitabile, nell’inventiva lirica, nell’approccio solistico essenziale e allo stesso tempo ricco di coloriture di Farmer e di Shihab, indimenticato maestro del sax baritono che in queste sessions dona morbidi, carezzevoli, sinuosi ed incantati walkings anche al soprano.
Almeno una track da conservare nella memoria del jazz: magnifica e struggente “Manhattan”, brano che dà non a caso nome all’album, ballad rara per melodia avvolgente e nitore impressionistico, indimenticabile per la raffinatezza del calore “soffiato” di Art Farmer, quello che lo renderà unico tra i più grandi stilisti delle blue notes.
Fabrizio Ciccarelli
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