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Recensioni
Salvatore Russo feat. Stochelo Rosenberg “La Touche Manouche” Saint Louis Jazz Collection – 2009
Salvatore Russo – chitarra Stochelo Rosenberg – chitarra Franco Speciale – chitarra Marco Bardoscia – contrabbasso Alessandro Napolitano – batteria Ovidio Venturoso - percussioni
1. Made in Italy (Salvatore Russo); 2. Bossa med (Salvatore Russo); 3. Dark Eyes (traditional); 4. Anouman (Django Reinhardt) ; 5. Djangology (Reinhardt/Grappelli); 6. Valse a Floriana (Salvatore Russo); 7. Bernie's Tune (Gerry Mulligan); 8. Miro Maal (Salvatore Russo); 9. La Touche Manouche (Stochelo Rosenberg); 10. I'll see you in my dreams (Jones/Han); 11. Love's Melody (Django Reinhardt); 12. Minor Swing (Reinhardt/Grappelli); 13. Made for Isaac (Stochelo Rsenberg); 14. Dark Eyes (only for two guitars)
La prima sensazione che si ha ascoltando “La Touche Manouche” di Salvatore Russo e Stochelo Rosenberg è quella che si ha quando si legge un grande classico della letteratura, o quando si vede un film di un grande maestro del cinema. Il paragone non è assolutamente azzardato perché, proprio come un grande classico o un grande film, che non si esauriscono ad una prima lettura o ad una prima proiezione, tanto il disco dei due chitarristi evoca e richiama sensazioni nuove ogni volta che lo si ascolta.
È proprio nel continuo richiamo a sensazioni, sentimenti e stati d’animo, che si racchiude una delle qualità principali di un chitarrista manouche; nel virtuosismo e nell’emozione che esprime attraverso le corde si consacra tutta la sua bravura. L’infinità di note e l’immagine di copertina dell’ album richiamano “le azzurre sere d’estate, i sentieri, i campi di grano, l’erba tenera, la frescura sotto i piedi (nudi) e il vento che bagna il capo” di cui parla Arthur Rimbaud in “La sensazione”.E’ proprio dalla pienezza dei timbri e dell’intensità delle frasi, che sgorgano dalle chitarre di Russo e Rosenberg, che “l’amore infinito” sale nell’anima dell’ascoltatore, che si ritrova immerso in una dimensione atemporale e ricca di tempi e timbri musicali diversi: non rimane che abbandonarsi al piacere dell’ascolto.
Salvatore Russo è passato al jazz gitano negli ultimi anni, dopo molte esperienze di collaborazione nel mondo pop e cantautoriale italiano (Celentano, Ramazzotti, Morandi, Ligabue, Venditti, Nannini, Cocciante, De Gregori) ed internazionale (Patty Smith e Youssou N'Ddour su tutti). Il suo mentore è stato in questi ultimi anni Stochelo Rosenberg.
Olandese di etnia sinti, considerato l’erede di Django Reinhardt, ha cominciato a suonare all’età di 10 anni e già a 12 era considerato un bambino prodigio dalle case discografiche, dopo aver vinto un concorso per bambini alla tv, ma i genitori lo fecero rimanere fuori dal mondo commerciale. Il giovane Stochelo però continua a fare concerti in tutta Europa per le comunità zingare, accompagnato dal cugino Nous’che e dal fratello Nossie forma il Rosenberg Trio e diventano famosi in tutto il mondo. Nel 1992 viene premiato come miglior chitarrista acustico dalla rivista “Guitarist”. Si esibisce con una Selmer, la stessa del suo idolo Django, l’unica differenza è il numero di serie 503 per quest’ ultimo mentre è 504 quella del primo.
Rosenberg e Russo hanno cominciato a collaborare dal 2007, suonando in vari concerti in Italia. È così che il maestro olandese ha trasmesso i suoi insegnamenti sull’arte della chitarra manouche, sulla cultura tzigana e sul modo di essere e di pensare di questo straordinario, antico e controverso popolo. Il frutto di questa esperienza è questo album, prodotto dalla Saint Louis Jazz Collection, che racchiude composizioni dei due artisti e dell'indiscusso maestro del genere, Reinhardt stesso.
Le due tracce iniziali, “Made in Italy” e “Bossa Med”, entrambe firmate da Russo, dimostrano subito le qualità e la bravura del chitarrista pugliese che, in verità, suona alla pari del maestro. “Bossa Med” è un piccolo capolavoro, fatto di intuito e di una leggera fusione tra la Bossa Nova ed il gipsy jazz. Ad impreziosire la cifra stilistica dell'album, troviamo la chitarra ritmica di Franco Speciale ed il cajon di Ovidio Venturoso che in “Bossa Med” esprimono un sound molto mediterraneo. Il brano “Dark Eyes” esprime un’energia ed una fluidità di idee musicali nei passaggi tra gli accordi che mantengono il ritmo costantemente incalzante. È uno spettacolare dialogo tra le due chitarre, con Rosenberg ad impostare la struttura ed a dettare il tempo e Russo come side man, ma non per questo in disparte.Va sottolineata in particolare la versione con le sole due chitarre a chiusura del disco, probabilmente la traccia più bella di tutto l’album, ricca di temi sospesi che si inseguono, oltre che vero saggio di grande padronanza dello strumento.
Come in ogni disco manouche non manca il riferimento al creatore del genere, il maestro di Liberchies , del quale vengono eseguiti 4 brani. A parte l’immancabile “Minor Swing”, della quale si dà un’interpretazione personale, un po’ meno ritmata dell’originale, da citare “Djangology” (diventato da tempo uno standard) in cui la velocità e l’intreccio virtuoso delle frasi musicali fanno rivivere la genialità musicale del maestro del genere. Potremmo considerarla una delle versioni più belle in assoluto, a parte l’originale. Stochelo l’aveva già riproposta in “Ready ‘n Able” ma la bellezza di quell’incisione si esauriva nella sola perizia tecnica, mancava quel qualcosa in più che invece è riuscito ad esprimere in coppia con Russo. A paragone della performance, un’altra rivisitazione da ricordare è quella di Bireli Lagrene in “The Music of Django Reinhardt” (1994). In questo caso il chitarrista francese è accompagnato dai fiati, fatto che potrebbe risultare un po’ indigesto ai puristi del genere, scelta che si rivela adeguata grazie ad uno swing trascinante.
La nostalgia è un altro dei temi principali del genere gitano. Prendiamo come riferimento “Anouman” sempre di Django e “La Touche Manouche” di Rosenberg,: entrambi i brani presentano un lirismo toccante, ma anche ricco di tecnica e di vivida energia. L’intensità di sentimento e la profondità dei timbri toccano direttamente il cuore dell’ascoltatore, attirandone l’attenzione e suscitando quel romanticismo provocato da accordi che suscitano umori contrastanti, un po’ melodrammatici ed un po’ malinconici.
Un particolare plauso va a Marco Bardoscia, bassista presente in tutti i brani, mai invadente ma sempre fondamentale e puntuale nei suoi interventi e nella costruzione della base ritmica, alla quale contribuisce con la batteria Alessandro Napolitano là dove viene chiamato in campo.
Ricco di spunti riflessivi, di sensazioni e di sentimenti contrastanti questo disco va inserito senza alcun dubbio fra migliori album del 2010 per quel che riguarda le blue notes di ambientazione tzigana. Piena di dialoghi intensi e coinvolgenti, l’incisione dà grande spazio alla creatività ed all’originalità delle modalità di espressione, all’insegna del buon gusto e della tradizione che rimane archetipo imprescindibile in questo genere, ma con una vitalità espressiva che rende sempre moderno e attuale il repertorio Gipsy del Jazz.
Fabrizio Ciccarelli e Francesco Tromba
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