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Recensioni
Max Ionata Quartetto featuring Fabrizio Bosso "Dieci" (Via Veneto Jazz 2011) con intervista a Max Ionata a cura di Fabrizio Ciccarelli
Max Ionata (ts) Luca Mannutza (p) Nicola Muresu (b) Nicola Angelucci (ds) Fabrizio Bosso (tp)
Track List :Astobard (Muresu); Coltrane Meet Evans (Mannutza); La Talpa (Ionata); Turn Around (Mannutza); Who Can I Turn To (Bricusse-Newley); Lode 4 Joe (Ionata); L'Altalena (Mannutza); Attila (Lease) (Muresu)
Max Ionata è, a nostro avviso, uno dei tenoristi più interessanti nel jazz italiano per dinamismo, sonorità e immaginazione: è uno strumentista dall’approccio caldo e raffinato, il fluire dei suoi assoli si distingue per lirismo e per un linguaggio perentorio, esibito in una coerente fusione di slancio ritmico e variazioni melodiche.
Con “Dieci” conferma quanto sia vicino all’estroversione tipica del blues , replicando in modo quasi sinuoso al riuscito interplay di una ritmica brillante quale quella costituita da eccellenti musicisti come Nicola Muresu al contrabbasso e Nicola Angelucci alla batteria, in cui il piano di Luca Mannutza conduce nell’alveo di una tradizione jazzistica influenzata da una sintassi personale e di ampio respiro, di un tono “internazionale” diremmo, col valore aggiunto di un solista formidabile come Fabrizio Bosso.
“Dieci” è una prova davvero convincente nella scelta sia dei brani che del sound tanto finemente proposto. Il timbro di Max Ionata è deciso, tra i più amabili che le blue notes italiane attualmente conoscano: un fraseggio animato da una logica armonica incalzante che “naturalmente” lo porta all’hard bop, come in “Coltrane meet Evans”(evidentente e significativo l’omaggio ai due maestri) o in “Turn around”.
L’espressività della “voce” è intensa anche nelle atmosfere più riflessive e nell’elaborazione di temi tanto disinvolti quanto gradevoli (“Astrobard”, “La talpa”, “”Lode 4 Joe”), che s’ impongono all’attenzione dell’ascoltatore in virtù di una fisionomia solo apparentemente semplice,ma che in realtà dà ampio spazio ad arrangiamenti voluminosi e scossi da soprassalti luminosi con caratteristiche accentuazioni “in avanti”, alla Benny Golson, alla John Coltrane.
Il suo è un solismo “sincero”, creativo e di livello costantemente alto, impegnativo, ben strutturato nella mobilità della diteggiatura e, soprattutto, nella sensibilità dell’interpretazione.
Consigliamo ai lettori l’ascolto “on stage”, non ne sarete delusi.
Parliamo ora con Max dell’album e del suo modo d’intendere la musica.
Bene Max, mi sembra un quartetto molto bene assortito, un ottimo interplay. Com’è nata questa avventura?
Con Luca Mannutza, Nicola Muresu e Nicola Angelucci ci conosciamo da molto tempo e suoniamo anche con una certa continuità praticamente dal momento in cui ho iniziato questa mia avventura di musicista e più precisamente dieci anni fa, infatti ho voluto registrare quest'album proprio con loro ed intitolarlo appunto Dieci. Il nostro affiatamento è sicuramente frutto delle tante ore passate a suonare insieme, ma principalmente, io credo, il nostro punto di forza è dato dal fatto che abbiamo gli stessi gusti musicali, infatti quando siamo in viaggio in macchina ad esempio, riusciamo subito a trovare un disco che vada bene a tutti e questa non è una cosa da poco, credimi!
Che significato assume oggi, secondo te, suonare un jazz sostanzialmente privo di contaminazioni, nell’era della “cultura globale”, dello smooth, della new age, di generi sempre a metà tra una forma ed un’altra?
Oggi ci troviamo, infatti, davanti a tantissime realtà musicali, ognuna con la propria storia e con la propria evoluzione, penso ad alcuni miei colleghi che collaborano con DJ oppure più semplicemente con artisti di musica pop, credo che questo vada assolutamente fatto laddove se ne veda la possibilità di creare musica di qualità, perché è solo questo secondo me l'obiettivo che un artista deve avere nella sua vita.
Da parte mia io cerco di scrivere la musica che mi viene in mente e non mi pongo mai dei limiti stilistici, poi ognuno sente qualcosa di diverso da quello che ascolta, certo a me il jazz piace da matti e forse questa cosa viene fuori, per forza!
Posso affermare che secondo me hai grandi maestri dentro di te? Dexter Gordon, Coleman Hawkins, Ben Webster, Lester Young, Stan Getz, Sonny Rollins, il primo John Coltrane, il primo Archie Shepp, Wayne Shorter, dimentico qualcuno senz’altro….però questo non ti nega uno slancio molto personale specie nella cosiddetta “voce”. Che ne pensi?
Penso che devo ringraziarti perché mi stai facendo un mare di complimenti!!
Ovviamente hai nominato quelli che sono stati e continuano ad essere i miei riferimenti principali per quanto riguarda il mio strumento, ma io sono innamorato anche molto dei pianisti come Bill Evans, che è il mio preferito in assoluto. In questa domanda hai usato un termine che mi ha ricordato una persona straordinaria che è Gianni Basso il quale per definire quello che comunemente chiamiamo “suono” di uno strumento usava appunto la parola “Voce”, che bello!!
Mi capita di parlare con tanti musicisti, e parecchi di loro affermano che suonare in Italia, e a Roma in particolare, è davvero difficile. Qual è la tua opinione?
Oggi è diventato un po' difficile dappertutto perché, oltre alle normali difficoltà, si è anche aggiunta una crisi economica micidiale che sicuramente ci ha creato non pochi problemi.
Io dal canto mio non mi lamento, ovviamente mi muovo in un circuito più internazionale e questo forse mi aiuta a lavorare meglio, ma in effetti il nostro lavoro, in Italia, è diventato molto difficile, purtroppo sono sempre meno i posti dove poter suonare e nonostante questo la nostra nazione continua a sfornare numerosi grandi talenti che si fanno notare in giro per il mondo; questa è la dimostrazione che siamo un popolo straordinario, anche se siamo letteralmente abbandonati a noi stessi!
Qual è il quartetto ideale, e perché?
Per me senz'altro il quartetto con piano, basso e batteria, perché conserva quel suono acustico che ti permette di esprimenti conservando delle dinamiche giuste, senza forzare troppo e quindi snaturare il suono, ma amo suonare anche in trio piano less dove questo concetto si rafforza ancora di più.
Non avessi intrapreso la carriera di jazzista, cosa ti sarebbe piaciuto suonare?
Sicuramente musica classica ed in particolare musica sacra, adoro tutto il repertorio di quel periodo, da Mozart a Vivaldi fino ad arrivare a Palestrina.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Sto preparando un nuovo disco che registrerò a metà marzo in trio con Reuben Rogers al contrabbasso e Clarence Penn alla batteria che sarà prodotto da Jando Music e Via Veneto Jazz.
Questo progetto per me è molto importante perché non capita tutti i giorni di avere a disposizione una sezione ritmica di questo livello, con loro ho già lavorato in passato quando ho registrato “Tenor Legacy” con Daniele Scannapieco, sono dei musicisti straordinari e credo venga fuori un bel disco.
Fabrizio Ciccarelli
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