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Recensioni

Giannantonio De Vincenzo Giannantonio De Vincenzo

“I piedi nelle scarpe”
(AlfaMusic 2010)

di Francesco Tromba

 

Giannantonio De Vincenzo è un sassofonista e compositore non facile da scoprire, ma è uno di quegli artisti che non pubblica un disco o non si lancia in un progetto se non ha qualcosa di nuovo e valido da offrire. Dal suo ultimo disco sono passati sette anni (“Mamacaleba” – Alma Music 2003), ciò sta a dimostrare come per l’artista un album rappresenti la necessità interiore di esprimersi solo dopo aver percorso strade differenti, dopo aver mosso nuovi passi.

La sua carriera inizia nel 1974 in situazioni ed ambienti extrajazzistici, lavorando per compagnie teatrali fra cui l’Ellipse, Perhaps, Teatro delle Briciole, M.M.T., Roy Art Theatre, componenendo le colonne sonore degli spettacoli. Nel 1984 crea la Keptorchestra che vede la partecipazione di grandi interpreti come Steve Lacy, Sal Nistico, Enrico Rava, P. Jeffrey. Il disco “La Fiaba dell’Orso” (1990), inciso con Franco D’Andrea e Roberto Gatto, viene segnalato dalla critica nazionale come uno dei migliori dieci prodotti in Italia in quell’anno. Dal 1984 è l’anima della scuola “Il suono improvviso” con base a Venezia e tramite la quale De Vincenzo ha fondato una jazz orchestra con la quale ha inciso tre album. Il suo precedente progetto si chiamava “Mamacaleba”, una “small orchestra” che raccoglieva musicisti dell’area veneziana, riproponendo lo spirito delle funky band degli anni ’70. 

La sua ultima fatica discografica, “I piedi nelle Scarpe”, parte proprio dal funky presente come retroterra in alcuni brani ma allarga il suo spettro a movenze europee colte, grazie all’ausilio di un quartetto d’archi, ma anche a sonorità etniche ed elettroniche.

Ci sembra giusto partire dalla copertina, in quanto è sempre il primo elemento che si nota una volta preso in mano il disco. Già dall’immagine potremmo intuire ed azzardare alcune ipotesi su quello che ascolteremo. La foto raffigura un albero circondato da un manto di neve e vicino all’arbusto si vedono delle impronte, delle tracce. L’albero potrebbe simboleggiare la grande tradizione delle blue notes, che rimane il grande punto di riferimento dal quale muovere i primi passi facendo partire un percorso che sia vicino al punto di partenza ma che vada comunque verso qualcosa di diverso, di altro. La neve e il gelo potrebbero rappresentare l’idea che il jazz sia momentaneamente nell’inverno della sua evoluzione, con gli animali (musicisti) in letargo, in attesa della primavera. Il sentiero tracciato dalle impronte sulla neve potrebbe simboleggiare un percorso personale ed interiore di un artista, di un uomo, che tuttavia va incontro al rischio di perdersi o di allontanarsi dal grande punto di riferimento, ma che sente di dover muoversi verso un nuovo obiettivo, per questo le tracce si perdono oltre l’orizzonte. Il bianco della neve potrebbe anche riferirsi alla purezza e all’innocenza di questo percorso, che non ha fini universali. Passiamo adesso alla musica.

L’elemento chiave negli arrangiamenti di questo album sta nell’elettronica curata da Leo Di Angilla che già dalla prima traccia, “Si… Ma”, si inserisce su un assolo di De Vincenzo al sax soprano in maniera efficace e coerente, introducendo il pianoforte di Paolo Birro, senza lasciare spazio a possibili frammentazioni nel passaggio. Il brano è costruito in maniera semplice: il sax accenna un tema sul quale si immettono gradualmente gli effetti elettronici che riproducono idealmente il suono delle percussioni; successivamente entra in scena il pianoforte riprendendo il tema iniziale, aggiungendo anche qualche variazione. Infine i tre momenti si sommano dando vita ad un trio dal sound particolare ma essenziale allo stesso tempo.

In “La notte di Itacarè” la batteria costruisce una solida base di funky metropolitano dalla quale si muovono il piano ed il sassofono, coinvolgendo l’ascoltatore attraverso il ritmo travolgente al quale De Vincenzo aggiunge una grande intensità.

“L’isola delle ranocchie” ci riporta verso sonorità meditative ed intime offerte dal pianoforte. Grazie al mixaggio “creativo” di Cristiano Verardo il sax soprano ed il clarinetto basso dialogano senza contrastarsi, con il piano che osserva e talvolta interviene come terzo interlocutore, sullo sfondo Di Angilla con le maracas contribuisce a creare un ambiente più caldo ed accogliente e che ben si presta ad introdurre il capitolo successivo “Un posto tranquillo”. Il band leader incontra una delle più celebri realtà della musica contemporanea italiana, il quartetto d’archi di Venezia, attivo dal 1983. Oltre ad avere suonato nelle più importanti sale da concerto del mondo gli è stato assegnato l’Alto Riconoscimento del Presidente della Repubblica per ben due volte, la prima in occasione del ventennale di attività (2003) e la seconda per il quarto di secolo (2008). Le percussioni ed il piano si defilano, lasciando spazio ai due violini, alla viola ed al violoncello, che insieme al sassofono ci regalano un frammento importante di musica contemporanea, breve ma intenso. De Vincenzo raggiunge una liricità intensa, unita ad una grande spiritualità; il quartetto “disegna” il contorno, dando un tocco di raffinatezza al sound. Gli arrangiamenti sono curati da Pietro Tonolo, anch’egli veneziano doc ed artista che in molti all’estero ci invidiano.

Si potrebbe pensare di essere arrivati all’acme, al picco artistico del disco e invece no, perché il Quartetto e De Vincenzo ci offrono un ulteriore saggio della loro bravura con “Come se fosse vero (lento)”. Anche per questa traccia gli arrangiamenti sono di Tonolo. Il sax soprano si integra a meraviglia con i violini, dando origine ad un contrasto tra suoni acuti (del soprano e dei violini) ed il suono basso del violoncello. Ne viene fuori una delle tracce più belle dell’album, ricca di intensità e di sentimento e che richiama le atmosfere statiche e meditative di Satie.

“Tenue quasi invisibile” richiama sonorità etniche, orientali, ancestrali, con un pizzico di misticismo, il tutto ornato ancora una volta  dagli interventi elettronici di Di Angilla, che richiamano un po’ la contaminazione di Dhafer Youssef tra musica mistica islamica ed elettronica. Questo frammento è riconducibile alla tradizione di Venezia come porta verso l’oriente, come luogo aperto a scambi commerciali, culturali e musicali. 

Ciò che convince maggiormente nel disco è la mancanza di pregiudizi musicali e la naturalezza con la quale il trio passa da un linguaggio ad un altro, senza che l’unità e la coerenza dell’opera ne risenta. Unità che rappresenta uno degli elementi principali e caratteristici di questo lavoro, tanto che potrebbe essere paragonato ad una suite. Come la Venezia di una volta questo album ci porta in diversi luoghi, fa assaporare diversi gusti, diversi suoni, senza mai perdere di vista l’equilibrio dell’espressività dell’interplay. 

Leggendo le avventure di Corto Maltese, scritte da Hugo Pratt, quando si parla di Venezia se ne parla sempre come un luogo magico, sospeso nel tempo, dove ci si può sempre rifugiare, dove girando per una calle, attraversando un ponte, o semplicemente girovagando per i canali si possono conoscere tante storie, vivere tante esperienze, dove ci si può addirittura perdere… così come ci si può perdere nella musica di Giannantonio De Vincenzo, che con questo suo ultimo lavoro ci conduce attraverso un percorso ricco di contenuti e varietà musicali diverse, dove il particolare può aprirci una porta nuova di brano in brano.  

Francesco Tromba

 

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