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Recensioni
Intra Tommaso GattoIl Trio – Intra Tommaso Gatto

“Canzoni, Preludi, Notturni”
(Alfa Music 2010) 

di Andrea Valiante

con Intervista a Giovanni Tommaso

di Fabrizio Ciccarelli

Per i cultori del jazz italiano non risulterà difficile riconoscere gli strumentisti che compongono questo trio di eccellenze storiche del jazz italiano. E per i “non addetti ai lavori” risulterà semplice conoscerli ed apprezzarli attraverso questa notevole registrazione. Si tratta del batterista Roberto Gatto, recentemente indicato come miglior batterista dell’anno nella classifica del “Top Jazz 2010” indetto dalla rivista Musica Jazz, del contrabbassista Giovanni Tommaso e del pianista Enrico Intra, arrangiatore di tutti i brani (ad eccezione di “Notturno Per Giovanni”, Intra-Tommaso, e “Canzone Per Rocco”, Intra-Gatto) e vero e proprio demiurgo di questa registrazione esteticamente tanto raffinata quanto intensa.

Le strutture filologiche disegnate dal pianista milanese definiscono ogni brano con tavolozze cromatiche ampie e trasversali che sfiorano ogni sensazione percorribile nei tre concetti musicali presi a modello dall’ensemble: il “notturno”, il “preludio” e la “canzone”, concepita nelle sue rappresentazioni più blue. Le songs disegnate si presentano dunque con coloriture ben precise che vanno dal puro intimismo di “Notturno per Giovanni” alle sensazioni arcane ed enigmatiche di “Canzone Per Lachi”, dal sensuale romanticismo di “Notturno Per Olivia” alla pura espressione dell’amore per l’interplay ed il “gioco d’assieme” che traspare dalle venature chiare di “Preludio Per Dudy”, ove i tre si concedono a creazioni molto raffinate ed eleganti, movimenti che si susseguono alla ricerca della purezza del suono.

L’ensemble, o “Il Trio” come agli stessi protagonisti piace definirsi non nascondendo una certa e condivisibile sicurezza, esprime un jazz inusuale e creativo che si effonde attraverso dialoghi colti ed approfonditi che parrebbero riflettersi quale espressione di una comunicazione già ben collaudata e longeva. Al contrario, Intra, Tommaso e Gatto si riuniscono per la prima volta nella sala d’incisione, secondo l’iniziativa del pianista milanese, dimostrando ancora una volta la naturalezza e la semplicità che tutti e tre sanno trasmettere attraverso i loro strumenti; quelli stessi strumenti che per anni hanno saputo esplorare e studiare nelle loro molteplici forme e possibilità espressive.

I primi due brani dell’album ci introducono in questa sinuosa esplorazione musicale esplicitando sensazioni molto profonde, liriche, passionali. Nel brano d’apertura ,“Canzone Per Sara”, Enrico Intra costruisce un’atmosfera melodica molto lineare e definita, presentando un motivo raffinato ed appassionante dai colori profondi e caldi, sfumando nell’interplay con tenui e morbide timbriche.

L’arrangiamento costruito in “Canzone Per Lachi” è il terreno ideale per la verve esecutiva degli strumentisti, che regalano momenti di un intenso e misterioso free jazz ove i cluster improvvisi, le rapide scale e le numerose sequenze di cinquine assemblate nel momento solistico dal pianista milanese si concatenano in maniera spontanea alle intuizioni ritmiche di Tommaso e Gatto. 

Più votata al “lavoro d’ensemble” è la “Canzone Per Rocco”, in cui viene espresso un bop molto enigmatico, imperscrutabile, imprevedibile, definito da ogni strumento con una serie di movimenti slegati; i tre sembrano cercarsi ed inseguirsi con attenta circospezione nei patois sghembi ed improvvisi e solo nel finale sembrano trovarsi in un interplay più armonico, con il contrabbasso e la batteria ad aumentare il numero di semibiscrome d’accompagnamento ai fugaci singulti di Intra. Molto interessante il giro armonico definito da quest’ultimo, attraverso il quale le impalpabili esecuzioni vengono a modellarsi in una serie di intervalli e pause del tutto imprevedibili.

Le immagini sonore più definite e riconoscibili, dalle venature propriamente bop, sono esplicitate nel “Preludio Per Dudy”, dove imperiose risultano le invenzioni sonore di Enrico Intra e gli ambienti ritmici del duo Tommaso-Gatto.

Attraverso le linee armoniche così nitide e brillanti e le fini cromature che vengono a delinearsi nell’interplay, l’ensemble esprime sonorità molto moderne, ma dall’esplicita influenza classica nei costrutti filologici. Quest’album ci pone di fronte un lavoro di eccellente composizione e creatività, un’estasi di puro divertimento esecutivo nata a partire da una concezione dell’insieme rutilante e sviluppata in una registrazione che difficilmente passerà inosservata.

 
Intervista a Giovanni Tommasodi Fabrizio Ciccarelli

 
-   Com’è avvenuta questa reunion all’insegna della continuità fra jazz “incontaminato” (se si passa l’espressione) e tendenze intimistiche proprie di una visione della musica decisamente moderna?

Carissimo Fabrizio, spero che le mie risposte non ti appaiano irriverenti, ma non ho   altra scelta che dire la verità. Se così non fosse, verrei comunque sconfessato miseramente dai miei compagni Enrico e Roberto.

Rispondendo alla tua prima domanda posso dirti che tutto si è svolto all’insegna della semplicita’. Enrico ci ha proposto questa session e io ho accettato subito,anche perché ci conosciamo da una vita, ma , che io ricordi, non avevamo mai suonato insieme.

Una mattina ci siamo trovati in studio , qui a Roma, abbiamo aperto le parti , e ci abbiamo dato un’occhiata mentre Enrico ci faceva sentire al piano di che si trattava.

Poi abbiamo cominciato a incidere un brano dopo l’altro, fino alla fine. Naturalmente con la consueta “pappata” all’ora di pranzo, che ricordo con simpatia. A me piace suonare “mangiato” (come dico io) meglio quando ho bevuto anche un buon bicchiere di vino rosso.

Enrico invece non beve più, dice che gli fa male.

-   Perché avete sentito l’esigenza di “interpretare” un mondo di blue notes che oggi, francamente, sembra un po’ dimenticato?

Il blues è anima pura. Non occorre suonare la forma del blues per ravvisare quel tipo di feeling, qualsiasi brano, si presta. (ne sai qualcosa te che hai recensito così bene “Codice 5”, il mio CD di Apogeo). Suonando i vari temi, Enrico mi ispirava a suonare in modo creativo, che per me vuol dire, dare il mio contributo alla musica cercando di essere me stesso. (sono quasi certo che vale anche per Roberto).

-   Credo non si possa prescindere da una certa “anima” del jazz: Nunzio Rotondo, a suo tempo, affermava:” il jazz è amore, è una musica che viene dal cielo, e l’importante è metterci dentro il cuore, suonare con poche note ma con poesia; farlo, è la cosa più bella del mondo”. E’ davvero così?

Certo che è così, anche se io userei parole diverse. In ogni caso il jazz è una musica “viva”, che si nutre di ciò che il musicista sente in quel momento (“l’attimo fuggente”) e quindi irripetibile. Senza “cuore” il jazz non va da nessuna parte. Attenzione però a non specularci, altrimenti si diventa “ruffiani”, e quelli non ci interessano.

-   Recentemente lo scrittore Aldo Busi ha dichiarato che ascoltare la musica è roba da imbecilli, ma non comporla. Io non mi sono mai sentito un imbecille…

Do a tutti il diritto di sparare cazzate.

-   Vorrei commentare con te due frasi che mi colpirono molto quando iniziai ad occuparmi della nostra musica; una è di Louis Armstrong: “Cos’è il jazz? Se lo devi chiedere non lo saprai mai”; la seconda è di Duke Ellington:” Sta diventando sempre più difficile decidere dove il jazz comincia o si ferma, dove inizia Tin Pan Alley e finisce il jazz, o addirittura dov’è il confine fra musica classica e jazz. Penso che non ci siano linee di confine.”

Satchmo e Duke hanno ragione. Ma io sostengo che il jazz ha i suoi confini, ma non sono segmenti retti, sono serpeggianti. E questo perché possono spingersi a lambire tutte le direzioni senza oltrepassarle. Intendo con questo, che tutto è lecito, ma anche senza  riuscire a dartene spiegazioni, so distinguere quando una musica è jazz o mistificazione

 

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