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Canti civili

G.Caputo, Controcanti. Interventi politicamente scorretti dal terzo millennio, prefazione di N. Vacca, L’ArgoLibro, 2020, pp.104, euro 12.00

 

Il primo riferimento che mi è venuto in mente leggendo i “Controcanti” del filosofo politico Gianfrancesco Caputo è un classico della filosofia, i “Minima moralia” di Theodor Adorno: piccoli saggi autosufficienti, che propongono incursioni del pensiero critico nella quiete di ogni giorno, atti locutori di resistenza al presente, capovolgimenti della narrazione dominante, provvidenziali pause che ci è dato prendere dalla mentalità mainstream.

Ognuno di questi saggi (che parlino di un libro appena uscito o di un filosofo, di un fenomeno sociale o di politica, di un personaggio alla ribalta delle cronache o di un evento) rappresenta il tentativo di preservare, attraverso un esercizio di razionalità, l’area del dibattito pubblico da voci in cui ormai prevale l’elemento emotivo e ideologico, se non imitativo.

Basti pensare al saggio in cui, a partire da uno dei capolavori dello scrittore francese Michel  Houellebecq, Caputo analizza il meccanismo della sottomissione dell’Occidente all’Islam; o quello in cui difende il populismo dall’accusa di essere, per definizione, un orientamento antipolitico; o un altro in cui mette le distanze tra un’autentica sensibilità ambientale e il dogmatismo alla Greta Thunberg e che si conclude con un aforisma fulminante, che dice tutto: “l’ambientalismo senza la critica del consumismo è solo giardinaggio”.

Si potrebbero fare molti altri  esempi ma credo che si sia capito lo spirito di questo libro: da un lato, smontare un dispositivo culturale (che va sotto il nome di politicamente corretto) di cui le moderne elites capitalistiche fanno ampiamente uso per imporre la loro egemonia liberal, agendo sugli epifenomeni piuttosto che sulle contraddizioni del sistema; e, dall’altro, proporre una lettura inattuale dei problemi innescati dalle trasformazioni che hanno subito le società occidentali negli ultimi cinquant’anni, una lettura lontana dalle ininfluenti e consolatorie ricette del conformismo morale ostentato, appunto, dal politicamente corretto. Ideologia radical chic che mette la coscienza a posto ma non tiene conto della complessità delle questioni. E forse non ne vuole tenere.

Nella sua battaglia contro il cosiddetto regime delle auto-evidenze morali, assunte come leggi di natura e sottratte al dibattito e alla critica, Caputo è in buona compagnia, anche se gli intellettuali di questo tipo sono ancora una minoranza nel mondo.

Da Russell Jacoby (The Last intellectuals. American culture in the Age of Academe del 1987) a Robert Hughes (La cultura del piagnisteo del 1994), da Terry Eagleton (Le illusioni del postmoderno del 1996) a Jonathan Friedman (Politicamente corretto del 2018): i Controcanti si inseriscono in questa tradizione moderna di dissenso, di interrogazione del reale, al di fuori degli schemi più corrivi, di ricerca della verità, di messa a punto del valore in un’epoca, quella del multiculturalismo estremo, in cui l’attività del giudizio e del discernimento sembra quasi essere una colpa.

In questo senso, i Controcanti sono anche canti civili.

Stefano Cazzato 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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