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Bill Evans, Portrait in Jazz, Riverside Records 1960, Jazz Images cd 2016, WaxTime vinyl 2018

Qualora sia giunto il momento di regalarsi qualche capolavoro del Jazz in Trio, non si esiti a prendere in considerazione questo capolavoro di Bill Evans, talento unico e originalissimo la cui influenza sul mondo del jazz è stata ed è enorme, sia come compositore che come eccellente esecutore di uno spettro armonico estremamente ampio dovuto all’istintiva passione per Ravel e Debussy e per l’ importanza data alle dinamiche e all’articolazione melodica.

Nel pianoforte Jazz c’è un prima e un dopo Bill Evans, indiscutibilmente. Con Paul Motian alla batteria e Scott LaFaro al contrabbasso registrò, otto mesi dopo la storica collaborazione con Miles Davis per l'album Kind of Blue, Portrait in Jazz, il primo disco del Bill Evans Trio, un album di sublime livello artistico soprattutto per l’interazione tra la libertà melodica di LaFaro (magnifici i suoi soli) e l’atmosfera emotiva che Evans riusciva a creare intorno ad essa in modo elegante a mai invasivo, quasi di soppiatto, curvo e pensoso sul suo pianoforte, estensione quasi umana magicamente integrata con la morbida propulsione ritmica di Paul Motian (in tal senso si ascolti The Complete Live at Village Vanguard (Riverside 1961), una delle più grandi incisioni mai realizzate da questo Trio in punta di genialità che raramente troverà, considerando ogni discografia piano-contrabbasso-batteria, un pari equilibrio per levità e raffinatezza.

Bellissima la versione di “Autumn leaves”, la rilettura in valzer del classico disneyano “Someday my prince will come”, l’ introspettività di “Spring is here”, la cui linea melodica è il più chiaro segno distintivo dell’arte pianistica di Bill Evans. Eguale linea d’onda nelle sue due composizioni “Peri’s Scope” e “Blue in green”. Frutto di sperimentazione fortemente innovativa i contrasti dinamici in “What is thing called love”, in cui la forte poliritmia della batteria di Motian incontra le perfette pulsazioni del contrabbasso di LaFaro.

Impossibile escludere alcuna piéce dall’ascolto dei cosiddetti “preferiti”, seppur brano di punta è comunque “Blue in green”, già incluso nel celeberrimo Kind of blue, la cui paternità è stata sempre attribuita a Miles Davis, ma, come racconta lo stesso Evans in un’intervista negli anni Settanta, Davis si limitò a fornire solo i primi due accordi del pentagramma: ed in effetti, ad un attento ascolto, l’atmosfera non può che ricondurre all’ inconfondibile cifra stilistica ed emotiva del poeta di Plainfield.

E’ un Portrait che non conosce cadute o diminuzioni di tensione emotiva, una session che consideriamo una pietra miliare del Jazz moderno in virtù di una Variatio esemplare che è modello di buongusto, precisione e perfetta eleganza tra le brune inflessioni sentimentali ed i brevi moti di solarità che segnano da sempre l’ego alterato di un uomo-artista/ artista-uomo le cui risposte al “male di vivere” ed alla ricerca di una felicità intuita, ma solo intuita, è nell’entro dei bordi di una silenziosa rivoluzione il cui lessico estetico, introverso e diverso, pagò in prima persona fin dall’adolescenza a causa dell’abbandono da parte del padre, alcolizzato e maniaco del gioco d'azzardo, sino al trauma per la perdita dell’amato fratello Harry, più grande di due anni, dal quale apprese l’amore per il  pianoforte per poi immergersi nello studio di Bach, Mozart, Beethoven, Schubert, Ravel Stravinskij, Debussy e nel trasporto per la Suite Provençale di Milhaud, il cui particolare linguaggio armonico fu determinante per l’apertura verso altri orizzonti che avrebbero poi determinato il suo slancio in quel mondo Jazz di cui tutti sappiamo.  

Nonostante il grande successo di questo e di altri album, Evans non usci veramente mai dalla depressione, dalla quale tentò di uscire aumentando vertiginosamente le sue dosi di eroina e cocaina nell'illusione di riuscire a superare il “male oscuro”, soprattutto dopo il suicidio della compagna Elaine e di suo fratello Harry. Le conseguenze si ripercossero non solo sulla sua stabilità finanziaria ma anche sulla creatività musicale, fino a portarlo alla morte, nel 1980.

Prima di questo dramma esistenziale, il fragile e sensibilissimo poeta ha donato in questo Portrait una delle più belle performance musicali del XX secolo, storia di Vita maledetta e di sublime Poesia.

Ascoltando questo Bill Evans, un breve ricordo dal film “Il postino” del 1994 (regia di Michael Radford, con Massimo Troisi e Philippe Noiret, musiche di Luis Bacalov):

Pablo Neruda (Noiret) in risposta ad una domanda di Mario (Troisi) su una sua poesia:

“Io non so dire quello che hai letto con parole diverse da quelle che ho usato. Quando la spieghi, la poesia diventa banale. Meglio delle spiegazioni, è l'esperienza diretta delle emozioni che può spiegare la poesia ad un animo disposto a comprenderla”.

In questo, c’è tutto Bill Evans.

Fabrizio Ciccarelli

Bill Evans – pianoforte; Scott LaFaro – contrabbasso; Paul Motian – batteria

"Come Rain or Come Shine" (Harold Arlen, Johnny Mercer) – 3:24

"Autumn Leaves" (Joseph Kosma, Jacques Prévert, Johnny Mercer) – 6:00

"Witchcraft" (Cy Coleman, Carolyn Leigh) – 4:37

"When I Fall in Love" (Victor Young, Edward Heyman) – 4:57

"Peri's Scope" (Bill Evans) – 3:15

"What Is This Thing Called Love?" (Cole Porter) – 4:36

"Spring Is Here" (Richard Rodgers, Lorenz Hart) – 5:09

"Someday My Prince Will Come" (Frank Churchill, Larry Morey) – 4:57

"Blue in Green" (Miles Davis, Bill Evans) – 5:25

 Qui l'album:

https://www.youtube.com/watch?v=fcknxSneWD8&list=OLAK5uy_m8XHVjEX_fvZhBUrsBBmsZFeYA3MRMxv8

 

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