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Enrico Ghelardi Shanti Project, PEACE FOR EARTH, AlfaMusic 2020

Un titolo così non può non coinvolgere ogni nostro sentimento e non possiamo non condividerne il senso profondo: Peace for Earth, un messaggio universale dell’Enrico Ghelardi Shanti Project, un album d’ispirazione jazzistica che personalmente mi conduce ai sogni lontani del John Coltrane di A Love Supreme, almeno come prima suggestione.

Shanti, parola sanscrita che indica uno stato di assoluta pace interiore e di serena imperturbabilità, equilibrio, moderazione, serenità nel Qui e Ora. Letto il booklet, meditate le sentite parole del Ghelardi per le quali non possiamo che riflettere sulla situazione attuale di un pianeta in cerca di autodistruzione ovvero di annichilimento di fronte ai morsi da squalo delle ignobili potenze planetarie, udito il richiamo delle conversazioni musicali di un Quartetto il cui groove gravita intorno agli assoli ricchi d’immaginazione del Nostro al sax soprano, flauto e clarinetto basso, ci lasciamo andare ad atmosfere intime, a figurazioni meditative dense di Pathos e di diversi iridescenti colori dell’anima acuiti dai passaggi eleganti di Pierpaolo Principato al pianoforte e dalla ritmica di Stefano Cantarano al basso e Massimiliano De Lucia alla batteria, in otto composizioni originali che, rapidamente, diremo Hard Bop, semmai il segno di genere possa essere sufficiente a definire una performance così aperta.

Un simile album assume un significato che va oltre le Note, quel senso che esiste nella condivisione musicale, nell’interplay, come si dice tecnicamente, fra quattro protagonisti e nessuno avanti all’altro, pur tenendo conto del diverso ruolo che ogni strumento per natura assume all’interno di qualunque performance: e, scusate se insisto, in questo c’è qualcosa di profondamente spirituale, c’è la negazione dell’ egotismo, di quell’ estatica contemplazione di sé che a mio avviso è il limite (umano dunque artistico) di dischi ritenuti storici che, una volta ascoltati e magari goduti, lasciano un retrogusto d’ incompletezza, un vuoto (artistico dunque umano) che in fondo sa di narcisismo, di estremo, inutile e noioso autocompiacimento.

Peace for Earth mi porta a queste deduzioni, rafforzate dalle bellissime stordenti e trascendentali sonorità jazzistiche di Shakti Dance (Shakti nell'Induismo è il potere di un dio di dare luogo al mondo fenomenico, l'Energia divina personificata), appunto l’interplay e l’antinarcisismo, come la forza lieve e totalizzante di Offering, come l’alito impressionistico pieno d’amore della ballad Silent Song, come nel potente mantra Om Namah (formula sacra sanscrita di congiungimento al dio), nell’immateriale canto di gioia di The Call, nello stato introspettivo di Pranam (il delicato saluto nel chinarsi in avanti), nella volatile conversazione dei fiati di Enrico Ghelardi in Peace for Earth, nelle duttili armonie di Diwali (la vittoria del bene sul male nella "festa delle luci", una delle più importanti celebrazioni indiane), messaggio benaugurante giustamente posto in conclusione di un moto spirituale altissimo, una preghiera dalle sfere profonde dello Spirito.

L'amore è il significato ultimo di tutto quello che ci circonda. Non è solo una sensazione, è la verità, è la gioia che è la fonte di tutta la creazione (Rabindranath Tagore).

Fabrizio Ciccarelli

ENRICO GHELARDI bass clarinet, soprano sax, flute, bass recorder, composition & arrangement

PIERPAOLO PRINCIPATO piano

STEFANO CANTARANO  bass

MASSIMILIANO DE LUCIA drums, percussions

Production coordination Fabrizio Salvatore

  1. SHAKTI DANCE
  2. OFFERING
  3. SILENT SONG
  4. OM NAMAH
  5. THE CALL
  6. PRANAM
  7. PEACE FOR EARTH
  8. DIWALI

qui l'intero album:

https://www.youtube.com/watch?v=bN2YhRalXAQ&list=OLAK5uy_mEuLR5gdr9QOvmRsEPamrs2_ZJJ85vAbI&index=1

Quale aggiunta e completamento volentieri pubblichiamo le riflessioni di Enrico Ghelardi, che ringraziamo per la sua attenzione nei confronti dell'articolo:

« Per molti anni la mia vita ha percorso sentieri paralleli, quello del jazz e quello della pratica spirituale e della meditazione. Da un sentiero si poteva talvolta scorgere l’altro, ma da alcuni anni i due sentieri si sono finalmente intrecciati e sovrapposti, con la naturalezza e la spontaneità con cui avvengono alcuni incontri quando il tempo è maturo.

La musica dello Shanti Project si propone di parlare al nostro cuore, e di far risuonare in noi le corde della gentilezza, della gioia, della pace interiore - senza la quale non può esistere pace attorno a noi -  dell’amore per tutto ciò che ci circonda, per noi stessi, per gli altri, per un Divino che ognuno può declinare in accordo con il proprio cuore. Un amore che dovremmo nutrire anche per Madre Terra che ci accoglie e ci sostiene, con le sue meravigliose foreste, gli insondabili oceani, le infinite creature animali e vegetali che arricchiscono questo bellissimo e prezioso pianeta; un pianeta che nella nostra miopia e ignoranza noi distruggiamo e avveleniamo, senza renderci conto che, così facendo, avveleniamo e distruggiamo noi stessi.

L’incontro tra musica e spiritualità non è nuovo nel jazz. John Coltrane ne è uno degli inarrivabili protagonisti, la cui eredità spirituale è stata portata avanti, tra gli altri, dalla moglie Alice Coltrane, da Pharoah Sanders, da Don Cherry. Tutti musicisti la cui spiritualità affondava in lontane radici africane, e si nutriva degli stilemi del free jazz, riflettendosi in una musica densa, a tratti convulsa e torrenziale.

Le atmosfere della musica classica indiana sono prodotte dallo stesso anelito verso lo Spirito e l’Infinito, ma esprimono una spiritualità più pacificata, meditativa, a tratti interiorizzata. In queste atmosfere io cerco il mio riferimento, non tanto rispetto alle scale usate o alla complessità ritmica e metrica, ma soprattutto riguardo alla motivazione del far musica ed al suo senso: trascendere il proprio piccolo ed ingombrante ego per celebrare non il proprio narcisismo ma la bellezza del Creato, usando i suoni come preghiere, per far risplendere sulla terra un po' della luce che scende dall’alto e che tutti noi possiamo riflettere attorno.

Magari quello che possiamo sentire e trasmettere è solo una goccia d’amore, ma, come sappiamo, anche l’oceano è fatto di gocce.

Enrico “Eakadev” Ghelardi »

 

 

 

 

 

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