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Recensioni
Chiara Liuzzi - Questo Strano Strano MondoChiara Liuzzi

“Questo Strano Strano Mondo”
(Edizioni La Meridiana)

di Andrea Valiante

Con intervista a Chiara Liuzzi

a cura di Fabrizio Ciccarelli

 


Il curricolo formativo proposto dall’autrice esprime la necessità di fuoriuscire dagli schemi preconcetti d’insegnamento, dall’accademismo canonico di cui la pedagogia è composta sin nelle sue radici, per trasmettere al bambino una conoscenza più completa di sé e del mondo. Il segreto fondamentale di questo percorso è l’atto dell’improvvisare, un canale concreto attraverso il quale il bambino riesce ad apprendere progressivamente come dare ascolto alle emozioni  e avviare un nuovo “canale comunicativo” con se stesso e con l’”altro”, nella condivisione di questo istante con l’esterno. In questo senso “fare” musica (ma anche “fare” arte) si trasforma in apprendimento, del “sé” e dall’”altro” e quindi del “noi”, attraverso l’improvvisazione in tutte le sue forme artistiche, ovvero l’espressione estemporanea degli aspetti più profondi della personalità. Tutto ciò è possibile, riferito alla formazione infantile, a partire dall’”ascolto” dell’”altro” e dunque dall’apprendimento ed espressione della propria individualità, del “proprio carattere”, attraverso l’arte improvvisata. Nel metodo proposto da Chiara Liuzzi, interiorizzare tutte le conoscenze di base diventa quindi un passo secondario, benché fondamentale, dell’apprendimento. Oltre ad una breve storia della cultura dell’improvvisazione nelle arti più comuni, l’autrice espone dodici giochi per “imparare a improvvisare” attraverso la “composizione istantanea”, all’interno del contesto ludico collettivo. Un metodo innovativo che apre nuovi interessanti orizzonti per l’utilizzo dell’arte nella pedagogia infantile. E non solo.

Laureata in canto, musica jazz e musicoterapia, Chiara Liuzzi svolge attività artistica e didattica collaborando con numerose strutture, italiane ed estere, ideando laboratori multidisciplinari per scuole pubbliche e private di ogni ordine e grado. Ha costituito ArterA’ , Centro d’Arte Polivalente a Conversano (Bari), in cui realizza laboratori espressivi, stage, sperimentazioni creative, seminari e spettacoli. Come musicista ha pubblicato diversi album di notevole spessore sia come front woman che in altre formazioni.

Andrea Valiante

Intervista a Chiara Liuzzi
a cura di Fabrizio Ciccarelli

Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro? Quali esigenze personali hai sentito nel pensarlo?

Ho imparato nel corso degli anni, praticando l’improvvisazione in qualità di performer vocale, a considerarla come un’importante pratica di “svuotamento psicofisico”. Ad ogni stimolazione (visiva, tattile, olfattiva, verbale etc..) si attiva un particolare stato mentale fisiologico : l’emozione. (dal latino emotus p.p di emovere = smuovere, scuotere, trasferire fuori) Questa, spesso, poiché considerata socialmente scomoda (mostrare le proprie emozioni equivale al “denudarsi” quindi all’ essere “deboli” vs “forti” )  implode, piuttosto che esplodere e trasportare fuori le reazioni generate da quella particolare stimolazione. Reazioni che vengono quindi connotate e quasi sempre mascherate generando disagi psicofisici, tra cui le somatizzazioni. La pratica dell’improvvisazione permette di liberare le infinite emozioni che albergano nel nostro corpo, condividendole, attraverso i suoni, i colori, il movimento , il “fare”, con il mondo esterno.

Mi piaceva l’idea di offrire strumenti di espressione che facilitassero l’esternazione  delle emozioni, in modo da considerare l’improvvisazione come processo volto a generare creatività e ad utilizzare le potenzialità che ognuno possiede, di elaborare il proprio vissuto e di trasmetterlo creativamente agli altri

Da questo punto di vista, quale importanza assume la “tecnica”? E’ solo una sintassi per dar corpo all’emozione secondo un codice riconoscibile, o è altro?

“Impara tutto sulla musica e sul suo strumento, poi dimentica tutto sia sulla musica che sullo strumento e suona come ti detta il tuo animo” (C. Parker)..che letto così sembra facile da realizzare, ma per chi non è abituato a far “cantare” quindi a dar suono alle proprie emozioni è un compito davvero molto difficile. Imparare la tecnica richiede volontà, tempo e costanza, ma con le emozioni è tutt’altra cosa. L’emozione è uno stato mentale fisiologico associato a modificazioni psicofisiologiche, la cui funzione è quella di rendere più efficace la reazione dell’individuo a situazioni in cui è necessaria una risposta immediata alla sopravvivenza. Ciascuno di noi riceve stimoli che possono essere interni o esterni, quindi appresi o naturali, a cui seguono inconsapevolmente diverse reazioni somatiche. Infatti l’emozione è inconsapevole. Solo in un secondo momento, grazie al processo cognitivo, si può connotare un’emozione, e spesso, anzi quasi sempre la si maschera piuttosto che esternarla. Apprendere una o tante tecniche ( dal greco techne = arte , collegato alla poiesis, ovvero alla produzione, che rimanda ad  una radice indoeuropea, tek = tessere= acquisire un’abilità tèchne= arte) diventa, in questo senso, un processo volto a elaborare, tessere, il proprio vissuto e a trasmetterlo creativamente agli altri. Educare (laddove educare sta per e-ducere, ovvero portare fuori, verso una maggiore conoscenza) se stessi, quindi gli altri.

Ragion per cui non si può considerare “la tecnica” come sintassi, ma piuttosto un insieme di modalità di ascolto interiore che quindi diventa esteriore perché se sono in grado di ascoltare i miei bisogni, saprò ascoltare anche i bisogni degli altri e potrò di conseguenza riconoscere in essi parte di me. Infatti esiste un’infinita possibilità di codici riconoscibili, così come infinite sono le emozioni che la vita e tutto ciò che essa contiene può generare in infinite personalità colorate da infiniti background.

In che misura l’acquisizione di una tecnica può sopraffare l’istintualità del gesto?

Nella stessa misura in cui un bimbo che impara a camminare decide di non sedersi più. Voglio dire che acquisire un’abilità ed interiorizzarla, dovrebbe permettere all’individuo stesso di procedere alla ricerca di una nuova abilità, che come nel caso precedente dopo essere stata acquisita e metabolizzata viene dimenticata. Insomma se il bimbo dopo aver imparato a camminare, si siede, sicuramente non dimenticherà come si cammina, anzi crescendo forse deciderà di imparare a correrre e a saltare durante la corsa e via dicendo. (In caso contrario entreremmo in un altro ambito, la patologia)  L’istinto è una motivazione che spinge un essere vivente ad agire per la realizzazione di un particolare obiettivo. Questo processo squote qualcosa, quindi nasce l’emozione e la tecnica mi serve a riconoscerla, connotarla, quindi esternarla durante l’atto creativo ( che condivide la radice latina con il sanscrito kar = colui che fa) . L’acquisizione di un’abilità mi permette di conoscerla, riconoscere di possederla, quindi condividerla.

Entro quali termini possiamo parlare di “improvvisazione“ ?

Nel senso stretto del termine : in-provisus par. passato di providere = prevedere , quindi non previsto, inaspettato, non pensato, non meditato, proprio perché acquisita l’abilità (la tecnica) si decide di lasciar spazio all’atto creativo. Scrivo “si decide” perché non tutti decidono di voler essere sinceri con se stessi e con glia ltri e di  “mettersi a nudo”. Questo è un processo molto faticoso. Infatti l’atto improvvisativo richiede un profonda consapevolezza di condivisione del sé e non tutti “sentono” la necessità psicofisica di volerlo fare.

Qual è la tua esperienza in tal senso come vocalist ?

Ci tengo molto a precisare che non mi sento una vocalist bensì una musicista il cui strumento è la voce. Detto ciò, legare la voce e nello specifico il canto (cantare dalla radice del sancrito kanati – kvanati = risuonare ) all’espressione dei “moti interiori”, quelli generati dalle emozioni, non credo sia cosa difficile. Credo infatti che la scelta di dar “voce” al canto, quindi a qualcosa che nasce dentro il proprio corpo e che si modifica al modificarsi dello stesso e che soprattutto ri-suona con esso (voce-corpo, uno strumento nello strumento) sia stata determinata dall’esigenza di “dar suono” alle emozioni.

 

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