Recensioni
Giuliana Soscia & Pino Jodice Italian Tango Quartet
"Il tango da Napoli a Buenos Aires" (Alfa Music 2009)
di Fabrizio Ciccarelli
Giuliana Soscia , accordion Pino Jodice, piano Aldo Vigorito, contrabbasso Francesco Angioli, contrabbasso- 6,7,8,9 Emanuele Smammo, batteria
Quando parliamo di tango parliamo spesso di elegia, di pathos declinato negli armonici di un accordion, di luci e respiri sommessi, di agilità di pensiero musicale e fragilità di misure ritmiche raffinate e concitate, di movenze sospese e di onirismi lunari, di gradazioni tonali spente e riaccese di continuo. Forse è vero che il tango sia una delle forme di vibrazione poetica più malleabili e più pronte a variare ed interagire con linguaggi mistici o visionari o frammentari, come le sensazioni che suscita in chi lo suona, in chi lo balla, in chi lo ascolta.
Come ebbe a dire Carlos Gavito, “il segreto del tango sta in quell’istante di improvvisazione che si crea tra passo e passo. Rendere l’impossibile una cosa possibile: ballare il silenzio”. Che il jazz abbia fatto propria l’intuizione di Gavito sembra evidente e che la lettura di questo slancio vitale sia tutt’altro che spenta nelle blue notes appare altrettanto inevitabile: Giuliana Soscia, Pino Jodice( cui dobbiamo gli arrangiamenti), Aldo Vigorito, Francesco Angioli ed Emanuele Smimmo ne hanno tratto l’essenza estetica dando vita ad inesprimibili trame di sfondo, meditate da intensi solismi e moderni adattamenti ad una realtà tutta mediterranea, la cui”intelligenza” non è tanto nel delineare cromatismi fluttuanti quanto nel far divenire priorità emotiva l’immediatezza dell’intuizione, la libertà compositiva, il senso intimo dell’invenzione come malinconia tanguera e come sostanza lirica mai razionalmente ponderata.
I fantasmi timbrici narrano di Jarrett, Corea, Hancock e Burton, ma il centro artistico vibra nello stupore della sospensione del tempo che fu dell’ onirico trasmutare dell’inconscio cui diede ritratto impressionista lo straordinario e complesso mondo interiore di Astor Piazzola.
E, dunque, se è possibile intuire le dissonanze sussurrate dell’attimo “collettivo”, allora è naturale provarne le dissonanze stilistiche (“Milonga Mediterranea”); se è naturale lasciarsi andare nella meraviglia dell’istante, allora è altrettanto naturale insinuarne l’empatia in variazioni pensose quanto sensuali (“Jeanne y Paul”), incaute come in una notte di pioggia in un barrio illuminato e fumoso, ove trovare tutto ciò che c’è di prezioso in un passo istintivo tra chi il tango lo danza davvero e lo avverte come urgenza vitale: “Ho paura di ritrovarmi con il passato che torna a scontrarsi con la mia vita.Ho paura che le notti, popolate di ricordi,incatenino i miei sogni”( Da “Volver” di Alfredo Le Pera).
Tra l’illusione espressiva e la ricerca dell’essenza profonda e libera può trascinare la melodia commossa ed il sogno placato (“Inverno Porteno”), ove il calore dell’animo di Astor Piazzolla torna a declinare note flebili e incantate, forti e trasognate, labili e sussurrate (“Oblivion”) come in un’insperata pace dell’innocenza dei ricordi, nelle parole che ne diede Jorge Luis Borges: “Vivono nelle corde e nella musica / della tenace chitarra operosa / che concerta in milonghe fortunate / la festa e l'innocenza del coraggio (da “Il tango”).
Napoli e Buenos Aires sono confini inesistenti, gli unici limiti tra i fusi orari sono quelli che le convenzioni hanno dato per inganno: “ho l’impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza; risiedevo gia qui, e poi vi sono nato” (Jorge Luis Borges).
Così com’ è nato il tango, così come è nata la musica, jazz, tammurriata, pizzica, quadriglia, dabka o milonga.
Anche in questo caso, dove finiscono le parole, inizia la musica.
Fabrizio Ciccarelli
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