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Billie HolidayRecensioni 

Lady In Lady Out: la gardenia triste di Billie Holiday

di Fabrizio Ciccarelli

"Corse affannosamente per tanto tempo su una strada che immaginava dritta. Poi si fermò. Si voltò: da una parte campi verdi e cieli azzurri, dall’altra un mare inquieto. In lontananza, dove finiva la strada, curve tortuose e luci fitte da case irregolari. Pensò che alle sue spalle non ci fosse più niente: il Nulla. L’Immenso Nulla. Tutto l’Universo."

A Tà, senza la quale nessuna musica è possibile

Raccontare la vita di una delle donne che ancora oggi continuano ad essere un misterioso incedere della musica, da qualunque punto di vista la si voglia ascoltare, significa non solo dar spazio alla memoria ma soprattutto rileggere la storia delle blue notes in chiave antropologica e “umana”.

Siamo convinti che dietro alle “leggende” si celi sempre un senso esistenziale che vada oltre qualunque rivisitazione artistica e che dia un quoziente emozionale che ne permetta la lettura più vera anche dal lato strettamente artistico.

Eleanora Fagan Gough (Fagan era il cognome della madre) scelse come nome d'arte quello del padre, Holiday. E tanto nasconde un senso di per sé già significativo. Volle che la chiamassero "Billie" , così come faceva la madre che le attribuiva un comportamento da ragazzaccio.

Nomen omen, nella cultura classica: nel nome si cela l’uomo. Il suo destino, forse. Nel caso di Billie, ci piace pensare abbia scelto il suo nome, come nelle “culture tribali”: holiday, vacanza, ma soprattutto holy, sacro, e day, giorno. L’inafferrabile mistico e il sole. Ognuno ne tragga le conclusioni che crede. Certo è che tra irrazionale e luminosità si mosse tutta la sua vita.

Billie nacque il 7 aprile del 1915 dall’incontro tra due adolescenti: il sedicenne Clarence Holiday, suonatore di banjo, e la tredicenne Sadie Fagan, che si esibiva come girl in un corpo di ballo sgangherato e squattrinato. Il padre ben poco si curò di lei, indifferente alla nascita e lontano dall’idea di formare una famiglia, intendendo piuttosto girovagare per gli Stati del Sud in cerca di orchestrine, bevute e avventure galanti.

La sua infanzia fu complessa e dolorosa: a Baltimora, dove la madre l’aveva mandata presso la zia, veniva trattata come una “bastarda” (come lei stessa ebbe a dire) e venne violentata a dieci anni. Quando ne parlò fu trattata come una prostituta, e tale divenne nelle whorehouses di New York, ovviamente nel quartiere di Harlem, dove viveva da “puttana negra” con gli altri “negri”, drogati, alcolizzati, ladri e truffatori, passando il tempo più a difendersi dalle umiliazioni che a “lavorare”.

Nel postribolo in cui abitava, però,  poteva ascoltare i dischi di “negri” come lei, che raccontavano storie che lei poteva intendere e che viveva sulla propria pelle: Bessie Smith, innanzitutto, con la sua voce nasale e sporca ma intensa e delicata, e poi il giovanotto che non erano mai riusciti a mandare in galera per la sua sottile astuzia, Louis Armstrong, un trombettista che faceva morire d’invidia i “bianchi” perché, disconoscendo in toto le regole dell’armonia ed il pentagramma, riusciva a suonare come nessuno e a prendere dei sovracuti tanto alti che sembrava l’ottone potesse spezzarsi. La modesta oasi che si era creata durò poco, arrivò la polizia e fece sgombrare; venne arrestata e portata in tribunale dove i “bianchi” non seppero far meglio che darle quattro mesi di carcere, passati in una cella fetida a scacciare le pulci e gli sbirri che pensavano solo a tentare di palpeggiare quello splendido corpo d’ebano che le “consorelle” le invidiavano.

Passò anche quel tempo, uscì di prigione e per guadagnarsi da vivere  tornò a prostituirsi: incontrò un tale che le parlò di locali notturni in cui le donne potevano anche solo ballare, magari poco vestite, e addirittura cantare. Certamente Billie non mancava d’estro e d’originalità vocale, e se ne accorse il proprietario di un night club che la scritturò, facendola finalmente sentire una ragazza normale, a quattordici anni, che non avrebbe più avuto la necessità di aprire le gambe per guadagnarsi pranzo, cena e qualche vestitino. Iniziò a cantare sul palcoscenico, interpretando in modo inedito e coinvolgente canzoncine e vecchi blues, tanto che i bis erano talmente numerosi che il padrone del locale le aumentò la paga e le diede un camerino tutto suo, dove poteva lavarsi ed avere asciugamani puliti, e addirittura una servetta che le pulisse le scarpe e le portasse caffè e ciambelle.

Iniziò ad essere corteggiata, e le mance che le altre “negre” ricevevano fra le gambe Billie le rifiutava, sdegnosamente: voleva essere diversa e poter avere un futuro, e in ogni caso si era stancata di mani addosso e di allusioni pesanti. Per questo motivo iniziarono a chiamarla “Lady”, la signora, prima ironicamente poi più che convinti perché lei le banconote le accartocciava e le gettava a terra. Gli inviti di quelli ricchi li rifiutava così come non facevano le altre “negre”, che presero a guardarla come una “strana”, quasi come una segnata dalla Grazia o da un destino voodoo di intoccabile, di femmina sacrale, di sacerdotessa dagli occhi grandi e morbidi, dal corpo regale e dalla voce mistica e sensuale.

Fu allora che John Hammond, un produttore abile e “ammanicato”, le propose di andare in sala d’incisione con (sembra) suo cognato, uno in gamba come clarinettista e come direttore d’orchestra, Benny Goodman.  In realtà non riuscì a convincerlo del tutto ma comunque egli suonò alle prime sedute d’incisione , che videro la pubblicazione di due soli brani: Billie, appena diciottenne, cantò  Your Mother's Son-in-law e Riffin' the Scotch, ma nessuno, di quelli che contavano, se ne accorse. Eppure era chiaro che tanto lo stile quanto il timbro presentavano caratteristiche originali e personalissime.

Due anni dopo la fece incontrare con Teddy Wilson, pianista stimato e dallo stile raffinato, per incidere  per l'etichetta Brunswick. Il pubblico cominciava a conoscerla per la sua spregiudicatezza assolutamente sbalorditiva e per la sua vita sregolata.  Inaspettatamente vennero vendute migliaia di quei dischi e gli appassionati di jazz si accorsero di lei, della sua voce inusuale, drammatica, emozionante, che riusciva a rendere brani inimitabili anche le songs più banali e leggere, fraseggiando in un modo tutto suo, con un senso del tempo impeccabile e quasi strumentale, sassofonistico potremmo dire, attento alla linea melodica e con immedesimazione nel testo profonda e incredibilmente comunicativa. Billie cantava da “negra” in un tempo in cui i cantanti “negri” imitavano i “bianchi”per far soldi, e piaceva più ai “bianchi” che ai “negri” per quel suo modo di essere tanto sinuosa, delicata, affabile, decisamente eccitante in maniera così spontanea. 

Divenne davvero “Lady Day” quando uno dei solisti più apprezzati dagli esperti, Lester Young, la volle come sua vocalist: lei lo chiamava Prez (presidente) per il suo modo deciso e curato di parlare e di suonare; per lui rimase sempre “Lady Day”, la “signora giorno” che nel frattempo scritturarono, con ottima soddisfazione economica, nientemeno che Count Basie e Artie Shaw, nomi da tempo famosi presso il pubblico newyorkese e molto noti agli ascoltatori radiofonici.

E’ noto che con Lester Young ebbe una relazione profonda e indefinibile: il tenorista dipingeva controcanti che erano dei perfetti prolungamenti della sua interpretazione, superlativi. Nel triennio della loro più intensa collaborazione incisero brani che restano ancora oggi nel cuore di chi ama la musica: I Must Have That Man, Mean to Me, Easy Living, Me Myself and I, My First Impression of You, On the Sentimental Side, God Bless the Child, When a Woman Loves a Man, tutti del 1937; poi The Very Thought of You, The Man I Love, All of Me, solo per ricordarne qualcuno.

La sua voce diveniva sempre più profonda e flessibile, distinta da sfumature vellutate e dalla naturale propensione al glissando e, allo stesso tempo, capace di inflessioni forti e drammatiche legate ad un intenso rubato, ampio e dilatato, condiviso se non mediato da Young, il cui stile andava diventando “gentile”, aristocratico, alla ricerca di una sintassi sommessa, discreta, di fronte alla quale molti critici rimanevano perplessi per via di una voce strumentale rugosa, nasale, di testa, molto levigata e ricca di intervalli sospesi, di accenti laconici, straordinariamente adatti alla visceralità melodico-armonica di Billie.    

Nel 1939 partecipò ad una trasmissione radiofonica con l’orchestra di Benny Goodman, di cui è testimonianza l’album “I Cried for You”. In realtà Lady preferiva esibirsi con piccole formazioni dove in effetti troviamo le sue cose migliori, anche se felicissima fu la sua apparizione con Duke Ellington (“Concert at Carnegie Hall”). Questo significava che Billie poteva anche non esser più vista come cantante nera da borgata, che la discriminazione razziale poteva anche non tener conto che fosse alcolizzata, accanita fumatrice di marijuana e, di lì a poco, “negra” oppiomane ed eroinomane.

Con Shaw iniziò ad esibirsi con orchestre “bianche” in locali eleganti e alla moda, nei quali comunque poteva accedere solo dalla porta di servizio, preferibilmente nascosta nel bavero dei lunghi cappotti di cui era appassionata, fino all’entrata in scena, dopo aver trascorso un paio d’ore in un camerino ben arredato a scolare Whisky e “farsi” mentre una cameriera le aggiustava gli abiti da sera bianchi con i lustrini, quelli che aveva scelto per naturale contrasto con la sua carnagione di perla, scura e luminosa. Una gardenia tra i capelli e Billie era pronta: tutti la riconoscevano anche da lontano per questa sua mise e tanti erano i ricconi “bianchi” in smoking che le mandavano dozzine di rose per averla a cena dopo lo spettacolo. La signora si divertiva ad accettare gli omaggi per poi regalarli alle inservienti dei locali, ridendo come la ragazzina che non era mai stata ma che non avrebbe mai rinunciato ad essere, proprio in quel momento in cui i quei “bianchi”pieni di dollari non avrebbero mai avuto denaro abbastanza per comprarla e portarsela a letto. Nonostante ciò, quando andava negli Stati del Sud, aspettavano l’arrivo del pullman dell’orchestra per aggredirla: una “negra” sul palco, e dietro ben 20 “bianchi” che suonavano e l’accompagnavano… uno scandalo per i benpensanti alfieri dell’american way of life, dissonanti cantori d’una “democrazia” che si sarebbe rivelata in tutta la sua menzogna dopo la seconda guerra mondiale.

 Il tour con Artie Shaw, in ogni caso, ebbe un successo straordinario e arrivò fino a New York: Billie era più famosa del suo direttore d’orchestra sebbene non le fosse permesso di alloggiare nello stesso hotel, nonostante Shaw lo avesse richiesto esplicitamente. Si sa, più di tanto non si poteva pretendere. Si sa, Billie doveva sparire ed apparire solo quando lo spettacolo avrebbe avuto inizio: prima sarebbe stata soprattutto un ex “puttana nera” dalle corde vocali ben tornite.

Nel 1939, il mondo in guerra, scelse di cantare Strange Fruit: il testo era di un giovane poeta che aveva incontrato in uno dei pochi locali di New York, il  Cafè Society, che permettevano ai neri di entrare . Era un luogo d’incontro di musicisti ed intellettuali: su un tavolo Abel Meerpol (alias Lewis Allen) scrisse con Lady Day i versi di quella canzone bellissima, durissima e terribile, nella quale il “frutto” era il cadavere appeso ad un albero di un nero ucciso dai bianchi del Ku Klux Klan . La canzone divise il pubblico; avrebbe potuto eseguirla solo se la direzione del club lo avesse consentito  previamente.

Gli alberi del sud hanno uno strano frutto,
Sangue sulle foglie e sangue alle radici,
Corpi neri oscillano nella brezza del sud,
Uno strano frutto appeso ai pioppi.

Scena pastorale del coraggioso sud,
Gli occhi sporgenti e le bocche contorte,
Profumo di magnolia, dolce e fresco,
Poi l’improvviso odore di carne che brucia.

Ecco il frutto che i corvi beccano,
Che la pioggia coglie, che il vento succhia,
Che il sole fa marcire, che gli alberi fanno cadere,
Ecco un raccolto strano e amaro.

Non era “normale” per i benpensanti americani, ma Lady Day la cantò lo stesso e spesso.

Di lì a poco sarebbe diventata un inno per i diritti civili dei neri; oggi è una delle più note canzoni pacifiste.

Nello stesso anno registrò due brani memorabili: uno Yesterdays infinitamente malinconico, mobile e brillante, e  Fine and Yellow, composto da lei stessa, crepuscolare evergreen per standards da sempre nel repertorio di moltissimi jazzisti. 

L’anno dopo si sposò, pensando che la felicità sarebbe arrivata. Non fu così. Poi la madre morì e si sentì sola. Tornò rabbiosamente all’alcol e all’eroina: la pastosità della sua voce ne risentì dal lato timbrico (sebbene con quel modus tanto particolare da divenire inimitabile) ma incise egualmente LP magnifici per la Commodore con l'orchestra del pianista Eddie Heywood. A parere di qualcuno le sue prove discografiche iniziarono ad essere meno spontanee e più rigide nell’arrangiamento, nonostante comprendessero assoli di grandi fiatisti come Roy Eldridge e l’onnipresente Young.

 

I guai per Billie non erano però finiti: nel maggio del 1947, trovata in possesso di droga, venne condannata a un anno di reclusione e a pagare una multa calcolata sui guadagni dei quattro anni precedenti, ottocentomila dollari di cui non era rimasto assolutamente nulla, sperperati tra droga, alcol, donazioni ai poveri degli slums, generosi regali agli amici, affitti di appartamenti che le potessero dare l’illusione di esser divenuta agiata black madame in quartieri di signorotti pallidi dagli abiti signorili e dai modi inappuntabili. Al Riformatorio Femminile di Alderson le fu ordinato di occuparsi di un branco di maiali, dalla mattina alla sera. Quell’America meglio non sapeva fare, poi con una “negra”…

Nel frattempo Louis Armstrong era divenuto celebre e divertiva parecchio le platee, un business milionario per i “bianchi”, tanto che vollero affiancargli l’affascinante Lady in un film musical di gran successo, New Orleans. Anche se ex carcerata ed ex black bitch, Billie la conoscevano tutti ed i jazzofili la amavano pur non riconoscendole sempre né perizia tecnica né capacità d’interplay con i musicisti con cui si esibiva. Norman Granz, già nome eminente nel mondo musicale, le fece avere scritture con Oscar Peterson, Ben Webster, Coleman Hawkins, Benny Carter e Mal Waldron, quel pianista dallo stile unico e malinconico, ricco di dissonanze e colori intimisti, che l’accompagnerà nella maggior parte delle sue esibizioni dal vivo.

A metà anni 40 era passata ad incidere per la Decca che scelse di far largo impiego di archi e legni per rendere la sua voce più accessibile e gradita al grande pubblico. Cantò in modo eccellente  Lover Man, Don’t Explain, Porgy, Ain’t Nobody’s Business, ma la sua voce andava sempre più risentendo della vita che conduceva ed il timbro pian piano stava smarrendo la sua “neutralità”, divenendo più rigido, meno sussurrato, cromaticamente meno solare. Le sue performances andavano da vertici magnifici a cadute se non rovinose almeno inattese, come nelle registrazioni live del 1957 (vol. 9 di “The Voice Of Jazz”). Una delle occasioni in cui riuscì a ritrovare se stessa fu quando effettuò quattro sedute nel gennaio del 1957 con l’aiuto affettuoso di Harry Edison, Ben Webster e Barney Kessel, incidendo bellissime versioni di Just One Of Those Things, Day In Day Out, Comes Love e One for My Baby, dando alle linee melodiche un senso tutto nuovo, introverso, notturno, sfibrato e allo stesso tempo onirico, lirico e di tenue dolcezza .

Billie poteva essere una “sacerdotessa” per gli slums, una sacerdotessa senza dio, errante in una terra senza notte, che cantava favole, unico modo per attingere di nuovo al mondo.Una poetessa che cantava la fuga degli “dei” (o del dio) dei gospel, volendone rintracciare le orme in un modo di interpretare quasi “epico”, che non cercava comprensione né salvezza, un destino incondivisibile cui  appartenere in solitudine.

Si esibiva poco dal vivo, ed era abbastanza naturale visto il tipo di vita che conduceva; anche in questo caso vi furono istanti di pura magia, come The Lady Lives e The  Real Lady Sings the Blues, così come la realizzazione allo Storyville Club di Boston di album tra i più intensi di quegli anni disperati (Billie Holiday, voll.1-3, Saga 1951), in cui comparve un certo giovanotto molto “bianco”, biondino, ben vestito e un po’dinoccolato, Stan Getz, allievo imperturbabile e un po’ damerino del suo Lester “Prez” Young..

I giornali parlavano di lei, e non solo le riviste specializzate. La Radio mandava spesso le sue canzoni, la gente ne parlava come un fenomeno di costume. Per i neri era una diva che impersonava la volontà di riscatto, era la narratrice delle emozioni “negre”, dell’anima di Harlem e di tutte le Harlem d’America. Comparve in televisione in uno special della CBS, The World of Jazz, ove cantò flebilmente una lettura toccante, se non struggente, di Fine and Yellow, una delle ballads che meglio la descrivono, avendo al suo fianco solisti e amici come Young, Hawkins, Eldridge e Mulligan.  

Come ogni musicista divenuto tanto noto a livello internazionale, nel 1954 iniziò un grande tour europeo, ma in Italia venne una volta sola, a Milano. Nel 1958 fu scritturata da un organizzatore che proponeva per lo più numeri d’avanspettacolo e che, nemmeno conoscendo chi fosse Lady Day, la inserì in una serata al teatro Smeraldo, frequentato da un pubblico ridanciano e godereccio, insomma tutt’altro che appassionato di musica, completamente ignaro delle blue notes, che attendeva l’arrivo sul palco più che altro di maghi, belle signorine in lungo di lamè, fantasisti, imitatori, giovani cantanti dall’italica ugola e dal repertorio melodico-familiare ; fra loro, l’italianissimo latin lover Fausto Cigliano.

Quando fu annunciata la “star internazionale”, tutti pensarono alla solita trovata dell’impresario che di “internazionali”ne proponeva tante, quasi tutte della Bassa Padana o della Riviera Romagnola. Secondo i testimoni di quella serata, Billie cantò come sempre, come negli ultimi dischi, tormentati, tragici, elusivi e stilisticamente asciutti. Non solo il pubblico non gradì, ma addirittura fu costretta ad interrompere la propria esibizione assieme al pianista che la accompagnava (un certo Mal Waldron…). L’acredine e la distorta flessuosità di quell’intonazione furono scambiate per il biascichio di un’ubriacona. Così, dopo appena cinque brani, fu accompagnata dal presentatore nelle quinte, senza che lei avesse capito molto di ciò che stava accadendo.

A Milano, comunque, c’erano amanti del jazz che la raggiunsero all’Hotel Duomo per invitarla a cena e riparare, almeno in parte, al bieco provincialismo da cui era stata derisa. Tra quegli ammiratori c’era Arrigo Polillo che, in “Stasera Jazz”, racconta in modo efficace quanto accadde:  Lei ci fu riconoscente e accettò volentieri la nostra compagnia. L’accompagnammo alla Taverna Messicana a sentire un po’ di jazz nostrano; poi andammo tutti a casa di Mario Fattori, pubblicitario innamorato del jazz, a bere qualcosa e a chiacchierare. Era schiava delle droghe pesanti, e non era di grande compagnia: di tanto in tanto la sorprendevo a fissare il vuoto…per il resto, rispondeva alle domande che le venivano rivolte, ma non faceva certo conversazione” (ib., pag. 94 , Marco Polillo Editore 2007 ).

Per riparare a quella serata allo Smeraldo, gli appassionati affittarono un teatrino per marionette, il Gerolamo, e diffusero la notizia fin dove poterono. Il locale era strapieno quando Lady arrivò, stavolta sorpresa da tanto affetto, dall’abbraccio sincero d’un pubblico che le tributò standing ovations, applausi pieni di gioia e d’amore che ricambiò come solo lei sapeva fare, cantando in modo commosso, vellutato, avvolgente, a ricambiare le balconate entusiaste che avrebbero voluto che quel recital non avesse mai fine, in quel posticino così piccolo che ciascuno aveva l’impressione di poterla abbracciare. E sembrava che volesse farlo davvero (ib. pag 95). 

Anche nel silenzio non si può tacere. La pelle di una prostituta nera non poteva dimenticare una storia come quella di Lady Day, una vicenda che non inizia qui e non finisce qui: anima piena e cuore vuoto, un viso fatto per sorridere ma che non sapeva più farlo.

Billie era una donna aspra in quei giorni, cupa, offesa da un mondo cieco e sordido che all’improvviso le era ricomparso dentro. Non rideva più come ai tempi dei jazz clubs, passava i giorni da sola con le bottiglie e con l’eroina, rifiutava inviti a cena da parte di amici, anche i più cari, e nemmeno le interessava troppo esibirsi on stage; fatto, questo, comunque doloroso per chi on stage aveva avuto occasione di riscatto e di esprimere se stessa in un mondo che un giorno aveva sentito malinconicamente suo.

La vivace adolescente di Baltimora aveva lasciato definitivamente il posto ad una black singer malferma sulle gambe, troppo spesso sbronza e “fatta”, che parlava – e anche poco-  di rimpianti, di amori perduti e di eccentrici edonismi abbandonati in stanze losche e tossici amplessi. Qualcuno dice che da un paio d’anni avesse preso a scrivere la propria biografia, che oggi reca il titolo della ballad che aveva scritto con Herbie Nichols, Lady sings the blues ( Feltrinelli, 1996). Il fatto che avesse scelto di narrare le proprie vicende appare abbastanza improbabile perché era in quel tempo piuttosto chiusa in se stessa; inoltre è noto che era semianalfabeta. In realtà lo scritto è il frutto di una lunga intervista con un giornalista, William Dufty, che la elaborò in modo estremamente fantasioso. Lei affermò di “non aver mai letto quel libro”: ciò che vi è scritto a volte appare verosimile nel disincanto e nella profonda amarezza che lo pervade, ma forse i tanti aneddoti divertenti paiono davvero far poco parte del suo modo di “raccontare”, specie negli ultimi anni della sua vita, quando iniziarono ad apparirle in modo ossessivo gli incubi dell’adolescenza, delle violenze subite, dell’emarginazione che visse sulla propria pelle, del fetore delle periferie nere e dei postriboli; della mancanza d’amore, soprattutto.

Forse un passo sembra vicino a quei momenti di lento distacco dalla vita, quando all’ umore cupo e instabile può lasciare il posto il ricordo nella forma di tenue nostalgia o rimpianto sussurrato: un sogno ce l’ho davvero, è quello di una grande casa in campagna, dove tenere tanti cani e tanti ragazzini bastardi, ragazzini che non l’hanno mai chiesto di venire al mondo, né scelto di essere neri, azzurri o verdi, o mezzo e mezzo. Un’aspettativa che non si sarebbe mai realizzata, un destino che ci rifiutiamo di immaginare come sovrapposizione di arte e vita: nessun eroismo retorico, nessun divismo scintillante, solo un’ esistenza drammatica, piegata alle convenzioni più ruvide e al materialismo yankee, il cui segno ancora evidente è nell’enorme quantità di dischi economici in vendita, pessime registrazioni, alternate takes poco significativi se non truccati, scarsa cura nella masterizzazione, assenza quasi totale di note di copertina, covers ammiccanti quanto dozzinali.

Quella di Lady è una lunga vicenda di sogni irrealizzabili, di vertigine esistenziale, di confusione dolorosa, di paradossi tra gioiose eccitazioni e reinvenzioni dolenti, di riscatto sociale mai avvenuto e di sensibilità artistica unica e quasi indefinibile, di un talento struggente, a suo modo “colto” e diverso: renderla “economica” significa – come accade ancor oggi per Jimi Hendrix, John Coltrane, Jim Morrison, Janis Joplin, Louis Armstrong o Charlie Parker – offenderla, e non pensiamo sia una grande utopia pretendere rispetto per chi con la vita si è scontrato come con uno sparring partner troppo forte, ci ha fatto a pugni ed è andato al tappeto mille volte.

Pochi mesi dopo fu ricoverata in un ospedale di New York. Fuori della sua stanza c’era un agente della Narcotici  a sorvegliarla, come si faceva con tutti i drogati portati al Pronto Soccorso in stato gravemente confusionale e quasi moribondi.

Il 17 luglio del 1959 la Stampa divulgò la notizia che era morta per le complicazioni di un'epatite ad appena 44 anni. Quattro mesi prima era scomparso il suo Prez, il suo vecchio amico Lester Young, al cui funerale non aveva potuto nemmeno andare perché troppo “fatta”.

Avrebbe sicuramente cantato con rovinosa tenerezza, con confuso errare, con dilatata inventiva.

Forse avrebbe avuto nel cuore Lover Man quale semplice ballad da lasciare al suo Lester:

 

Non so perché ma mi sento così triste
Desidero cercare qualcosa che non ho mai avuto
Mai avuto né baciato
Oh, cosa mi sto perdendo
Amante, oh, dove puoi essere?

La notte è fredda e sono così sola
Darei la mia anima solo per chiamarti mio.
Ho una luna su di me
Ma nessuno che mi ami
Amante, oh, dove puoi essere?

Ho sentito dire
che il brivido di una storia d’amore
può essere come un sogno paradisiaco
Vado a letto con la preghiera
che faremo l’amore
strano come sembra

Un giorno ci incontreremo
e asciugherai tutte le mie lacrime
Poi sussurrerai dolcemente
piccole cose nell’orecchio
Abbracciandomi e baciandomi
Oh, cosa mi sto perdendo
Amante, oh, dove puoi essere?


Il suo impatto su tanti altri artisti fu senz’altro notevole in ogni fase della sua carriera. Anche dopo la morte continuò ad influenzare cantanti affermate come Janis Joplin e Nina Simone. Diana Ross interpretò la sua parte nel film La signora del blues,  tratto in modo discutibile quanto economicamente interessato dalla sua fantasiosa autobiografia. Gino Paoli le dedicò un’inquieta e delicata Signora Giorno, Madeleine Peyroux ne ha fatto la propria icona in Bare Bones.

 


Alla fine degli anni Ottanta il mondo del rock la ricordò, politicamente più che artisticamente: gli
U2 le dedicarono Angel of Harlem: Lady Day ha occhi di diamante, vede la verità dietro le bugie(«Lady Day got diamond eyes, she sees the truth behind the lies»).

Noi vogliamo ricordare Lady Day con quel suo bel viso luminoso e con la gardenia tra i capelli.

E quando tornerete a casa dite
Ho sentito cantare un angelo
Con le ali di marmo e raso
Puzzava di whisky era negra puttana e malata
Dite il mio nome a tutti, non mi dimenticate
Sono la regina di un reame di stracci
Sono la voce del sole sui campi di cotone
Sono la voce nera piena di luce
Sono la lady che canta il blues
Ah, dimenticavo... e mi chiamo Billie
Billie Holiday 

Così la ritrae Stefano Benni. Rita Dove, poetessa americana, le ha dedicato dei versi in”Canary” :

 
La voce bruciata di Billie Holiday
aveva tante ombre quante luci,
un candelabro triste contro un lucido piano,
la gardenia la sua firma sotto la faccia rovinata.

(Ora sì che vai bene, batterista e basssista,
cucchiaio magico, magico ago.
Prenditi la giornata se ti serve
col tuo specchio e il braccialetto di canto).

Così è, l'invenzione delle donne sotto assedio
è stata affinare l'amore al servizio del mito.

Se non puoi essere libera, sii un mistero

 

Discografia essenziale

Billie Holiday sings (Columbia)

Lady Sings the Blues (Verve)

The Billie Holiday Story, vol.1 (CBS)

God Bless the Child (CBS)

The Original Recordings (CBS)

Strange Fruit (Atlantic)

The Real Lady Sings the Blues (Boulevard)

The Voice of Jazz , vol.9 (Verve)

Billie Holiday, voll.1-3 (Saga)

The First Verve Sessions (Verve)

Body and Soul (Verve)

Lady in Satin (Columbia)

 

 

Commenti (12)
  • Franco
    Chapeau!!! Lettura davvero emozionante. Un abbraccio circolare. Franco
  • paolo triestino
    l'ho letto d'un fiato sulle note di Ldy sing the blues.. davvero un viaggio emozionante tra note e malinconia. Bravissimo!!
  • paolo triestino
    ovviamente lady sings the blues...
  • Peppe Consolmagno
    Veramente un racconto pieno di emozioni, scorrevolisismo, appassionante! Una maniera di raccontare profonda e delicata, con rispetto e passione. Complimenti Fabrizio! Alla prossima, ciao, Peppe
  • Stefano Cazzato  - Passione
    Hai scritto una grande pagina di storia della musica, e lo hai fatto in modo veramente autentico, coinvolto e appassionato. In questo modo coinvolgi e appassioni anche chi ti legge. Complimenti davvero Fabrizio, Stefano Cazzato
  • Anonimo
    Franco, Paolo, Peppe, Stefano: è grazie a voi che vengono certe convinzioni, grazie anche alla vostra amicizia. Grazie! Fabrizio
  • Vanessa
    ben scritta, scorrevole, emozionante, vagamente malinconica...mi piace! devo ancora farti i complimenti dopo tutti questi anni? un abbraccio di cuore...
  • Giulio Risi  - Le voci di dentro
    Articolo scritto con passione; complimenti. Un pensiero su Billie: Se è uso illuminare l’artista con un fascio di luce, Billie Holiday l’ho sempre immaginata sul palco avvolta da un cono d’ombra. Un “occhio di bue” al contrario. La voce che esorbita, esonerando il mero esercizio di stile. Canta la foga di una vita che mangia se stessa. Un canto del cigno lungo quarantaquattro anni. Anni senza fine, che durano ancora oggi. Billie non ha bisogno di esegeti che si dilunghino sul microcosmo “notarile” di tecnica, frasi, intonazioni e via dis-dicendo. La donna - e la sua vita cui si è data- merita il rispetto del silenzio, dell’ascolto/ lettura silente, del nulla che comprende il tutto. “La cosa più incredibile è che da quella prigione che è la vita, vi siate potuti aspettare qualcosa d’altro che torture” A. Artaud
  • giovanni tommaso  - un ricordo di Billie
    Questa iniziativa sulle "Signore della Musica" é affascinante e direi originale. Fabrizio Ciccarelli é per me una nuova "scoperta" e rappresenta una vera e propria RIVELAZIONE ! Molto semplicemente lo ritengo il miglior critico italiano. I suoi scritti sono originali, competenti, e creativi . Quando tutte queste peculiarita' sono associate ad una profonda sensibilita', ci si sente proiettati ad livello superiore che a volte ci rivela uno scenario inedito. Questo scritto su Billie Holiday é emozionante e esaudiente,fa venire voglia di ascoltare subito un suo disco. Vorrei solo ricordare una storia che mi fu raccontata da MIchelle Barbieri, la moglie di Gato, scomparsa da diversi anni. Agli inizi degli anni '70 per un po' di tempo Michelle e Gato abitavano a casa mia,a Roma in Via Spallanzani (splendido appartamento di fronte ai giardini di Villa Torlonia) e parlavamo spesso di storie di musica. Una volta discutemmo delle caratteristiche vocali di Billie e Sarah Vaughan. Michelle mi racconto' che fu testimone di un fatto che accadde nel camerino di Billie, durante l'intervallo tra il primo e il secondo set. L'allora giovane Sarah volle complimentarsi con Billie per la sua splendida performance e le chiese sfacciatamente se alla fine del concerto se avesse acconsentito di fare un brano a due voci. Billie esito' un po' ma dette il suo consenso. Cosi' le chiese che brano volesse cantare. Sarah disse : "how about a blues ?" Billie la guardo' negli occhi e rispose : "You should know, NOBODY CAN CRY THE BLUES like I do". Sarah era avvertita. Purtroppo non ho mai saputo come ando' a finire. Io tra l'altro sono un grande estimatore della Vaughan, ma Billie é "the Lady".
  • roberto magris  - Bravo Fabrizio!
    Mi è piaciuto l'approccio poetico ed emotivo, piuttosto che quello sensazionalistico o pietistico usuali, con cui hai reso la figura di Billie Holiday che, con tutti i suoi difetti e le sue approssimazioni uniti ad un "feeling" personalissimo ed alla capacità di "reiventarsi" e quindi "improvvisare" nella vita come nella musica, rappresenta assieme a Charlie Parker e Chet Baker, nomi che mi vengono subito in mente in parallelo, una delle anime più originali ed umanamente toccanti del jazz.
  • Giuseppe Vota  - profonda leggerezza
    Con profonda leggerezza ci hai accompagnati nell'urlo inghiottito della sua voce. Non un esercizio di stile ma uno stile, il tuo, esempio per spaesati critici musicali
  • Daniele  - ' _ '
    Mi ritorna in mente la prima volta che ho ascoltato Billie Holiday: mi ricordo l'impressione di leggerezza e di lontananza assieme, il suono della sua voce che era come uno strumento a fiato, e una gioia nel fraseggio che però non aveva un lieto fine. Leggendo ora per la prima volta la storia della sua vita non ho potuto non provare dolore. Tutte le storie umane non sono certo delle favole, ma l'imperfezione che non ti aspetti fa sempre male. Ho sempre pensato che l'arte esiste perché la vita è imperfetta, e la vita di Lady Day lo prova e dà conferma in ciò che può essere un motivo di rabbia profonda. Chi è disposto a barattare l'arte con la felicità?
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Copyright © 2010 RomaInJazz.it. Tutti i diritti riservati. Recensioni "Lady In Lady Out: la gardenia triste di Billie Holiday". Biografia non ufficiale. Di Fabrizio Ciccarelli
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