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I diritti nel mondo globale 

Nicola Cotrone, Seyla Benhabib. Nuovi paradigmi democratici, Prefazione di Seyla Benhabib, Mimesis, Milano, 2019, pp.175, euro 16.00 

Il libro di Nicola Cotrone (insegnante, studioso di filosofia politica e dottore di ricerca) ha il merito di porre all’attenzione del pubblico italiano, nonché di molti addetti ai lavori, il profilo di Seyla Benhabib, una studiosa particolarmente brillante nell’affrontare la controversa questione dei diritti e della rappresentanza nel mondo globale: un mondo che, da un lato, favorisce la confluenza e l’osmosi di etnie e culture ma, dall’altro, genera problemi di integrazione e di mediazione tra istanze diverse. Lo sappiamo: al di là dei buoni propositi, non è facile comporre le differenze culturali in un quadro sociale armonico e ragionevole.

La questione non è nuova, e da decenni la filosofia politica, da Habermas a Walzer a Taylor, se ne occupa. Ma originale è l’approccio della filosofa e politologa turco-americana che l’autore fa emergere da queste pagine scritte con passione e rigore analitico: un approccio che vuole tenersi lontano tanto dall’ecumenismo astratto delle anime belle quanto dalla “politica della crudeltà” portata avanti in tutto il mondo dai vari leader dei movimenti populisti. L’espressione “politica della crudeltà” è della stessa Benhabib e la dice lunga sulle critiche che la studiosa muove nei confronti di tutte le strategie improntate alla propaganda e alla mistificazione. 

Sullo sfondo delle importanti controversie che animano il dibattito politico odierno (universalismo – comunitarismo, monismo – pluralismo, identità – differenze, sovranismo – apertura, territorialità – accoglienza) quello di Benhabib si configura pertanto come il tentativo di pensare e rendere praticabili, su basi discorsive, “forme di cittadinanza subnazionale e transnazionale” attraverso la conciliazione della voce del demos e dell’appartenenza e quella dell’ethnos e della diversità. Tra chi deve definire le politiche di riconoscimento e chi vorrebbe negoziare le procedure di inclusione e non ha, invece, voce in capitolo nei processi decisionali che pure lo riguardano. 

Una tensione, un paradosso, e soprattutto una vera sfida culturale lanciata all’ideologia della paura e della chiusura ma anche alla retorica del politicamente corretto e al mainstream-pensiero, tutto arroccato su principi astratti, ma incapace di misurarsi, se non con generici appelli all’umanità e alla compassione, con le evidenti criticità che i fenomeni migratori di massa comportano per i paesi d’arrivo. 

Il libro si apre con l’introduzione di Benhabib e si conclude con l’intervista che la politologa ha rilasciato a Cotrone in occasione di un incontro della Society of pubblic law svoltosi nel 2014 a Firenze. 

Così Benhabib sintetizza i termini della sua ricerca: “Se non teniamo conto dell’intuizione kantiana e cosmopolita che ritiene doveroso riconoscere agni essere umano uguale valore morale, noi rischiamo semplicemente di accettare la volontà del popolo sovrano – che può essere tanto ingiusta quanto insensata. D’altra parte, se non rispettiamo la delimitazione del demos, ci ritroveremmo con mercati e imperi che dissolvono i confini, ma perderemmo il demos. Possiamo trovare una via d’uscita a questo dilemma?” 

Stefano Cazzato

 

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