Recensioni
Radiodervish, Livio Minafra e la Banda di Sannicandro di Bari
“Bandervish” (Princigalli Produzioni / il Manifesto, 2010)
di Monica Leggio
Nabil Salameh, voce; Michele Lobaccaro, contrabbasso elettrico, chitarra acustica; Alessandro Pipino, lama sonora, organetto, glockenspiel, pianoforte, toy piano, chimalong, fisarmonica; Livio Minafra, pianoforte, fisarmonica Excelsior; Banda di Sannicandro di Bari; Pino Minafra, flicorno soprano, tromba; Roberto Ottaviano, sax soprano; Gaetano Partipilo, sax contralto
Tracklist: Intro (Centro del Mundo); L’Immagine Di Te; Les Lions; L’Esigenza; Lamma Badà; All My Will; Avatar; Ti Protegge; Fogh En Nakha; Sea Horses; Ainaki; Dio Pazzo Dio Pane
Prezioso frutto dell’incontro con le sonorità tradizionali della Banda di Sannicandro di Bari e con l’estro compositivo di Livio Minafra, Bandervish riprende le fila del discorso appena accennato e lasciato in sospeso nel precedente Beyond the Sea (2009), sviluppandolo e portandolo ad esiti originalissimi pur mantenendo ferma l’impronta inconfondibile del duo italo-libanese. L’approccio bandistico presente in germe nel brano Sea Horses s’innesta, infatti, senza soluzione di continuità sull’idea progettuale del nuovo lavoro, percorrendo con forza le dodici tracce che lo compongono e costituendo l’architettura portante entro la quale prendono vita le suggestioni, le atmosfere e le immagini che da sempre costituiscono la costante poetica nel camaleontico percorso del duo attraverso i sentieri di una mediterraneità ampia e contaminata.
Tale Mediterraneità in Bandervish approda sulle spiagge della Puglia (terra d’estrazione di buona parte dei musicisti coinvolti nel progetto), tingendosi dei toni cupi e solenni delle processioni e delle feste patronali, complice il connubio con l’imponente Banda Giuseppe Verdi di Sannicandro di Bari, tra le più attive nel ricco panorama bandistico pugliese, composta da ben quaranta elementi e impegnata su molteplici fronti in una ricca attività di ricerca e sperimentazione.
“Il fenomeno delle bande è nato più di 200 anni fa ed ha sempre coinvolto artigiani, contadini e figli del popolo. Una realtà così forte e radicata che a tutt’oggi ogni paese del Sud Italia ha ancora la sua banda. La Banda è infatti in un certo senso la colonna sonora del Sud e delle nostre processioni. Come non pensare alla Banda durante le feste patronali mentre suona gli estratti d’opera di Puccini, Verdi, Rossini, Donizetti? Tale è il caso della vivace Banda Giuseppe Verdi di Sannicandro di Bari. Dall’altra parte i Radiodervish e la loro musica capace di entrare dolcemente nelle nostre ferite, accarezzarle e lenirle. La loro musica evoca immagini di tramonti con stormi d’uccelli all’orizzonte e voli improvvisi, ordinati, leggeri e malinconici ma di forte intensità, dove il dolore perde per incanto tutto il suo peso.” Così descrive questo incontro alchemico Livio Minafra, giovane compositore e pianista barese (vincitore del prestigioso premio Top Jazz 2008 quale miglior nuovo talento), cui si devono gli arrangiamenti che conferiscono al disco quelle sfumature di colore che dalla drammaticità incalzante scivolano con naturalezza verso atmosfere piane e trasognate. “Non si tratta - precisa Michele Lobaccaro - dell’abusatissimo “zumpa zumpa” balcanico stile Bregovic. Minafra ha saputo adottare ogni tipo di linguaggio e colore della musica da banda, dalle classiche big band alle formazioni mediorientali. Il risultato è un’inedita “world banda” che si adatta benissimo ai nostri pezzi.”
Dodici le tracce che compongono il disco, in un intreccio perfettamente riuscito di alcuni tra i brani più noti dei Radiodervish, come Centro del Mundo, L’esigenza e L’immagine di te, interpretazioni inedite come Dio Pazzo Dio Pane, firmato dallo stesso Minafra, e notissime canzoni della tradizione mediorientale come Fogh en Nakhal e Lamma Badà. Una scatola magica di storie raccontate col suono della lingua contaminata dei marinai che si incontrano nei porti, come racconta Lobaccaro: “Il multilinguismo delle nostre canzoni ha diverse ragioni di esistere, a partire dalle nostre biografie, l'essere cresciuto Nabil in un Libano plurilinguistico ed io in una Ventimiglia dove francese e italiano si mescolano con naturalezza. In più ne abbiamo fatto un terreno di ricerca per far scaturire, a volte, proprio dall'incrocio tra lingue e suoni diversi una poetica altra.”
All’apertura incalzante di Centro del Mundo (Centro del Mundo, 2002), segue l’originale reinterpretazione del brano L’immagine di te, estratto dall’omonimo album del 2007 e qui riproposto, coerentemente con la poetica dell’album, in un arrangiamento da processione, quasi a voler elevare a sacra effigie l’immagine della donna amata. Intensa e delicata allo stesso tempo la versione di Les Lions (Beyond the Sea, 2009), probabilmente uno dei pezzi del disco in cui maggiormente trova spazio l’approccio immaginifico che costituisce una delle peculiarità dei Radiodervish: toni gravi e solenni si alternano ad atmosfere sognanti dai colori tenui e sfumati, sulle quali la voce di Nabil Salameh scorre con la musicalità di ben tre idiomi diversi, a raccontare il viaggio e il miraggio degli immigrati coraggiosi come leoni, armati dei propri sogni e della propria speranza. Più distesa e soffusa l’interpretazione del brano L’esigenza (Centro del Mundo, 2002), che sembra quasi suggerire quelle immagini di tramonti con stormi d’uccelli all’orizzonte citate da Minafra. Si apre, invece, su cadenze quasi marziali l’inedita Lamma Badà, canzone in arabo antico di origine andalusa “del 1100 circa, quando la convivenza delle differenze era possibile”, spiega Michele Lobaccaro, alludendo a musulmani, cristiani ed ebrei nella Spagna del XII secolo. Austero e maestoso l’incipit di All My Will (Centro del Mundo, 2002), le cui atmosfere cupe e ieratiche sembrano evocare segreti millenari custoditi in stanze scure e profanati con antichi sortilegi. Seguono Avatar, altra reinterpretazione dall’album L’immagine di te (2007) e un’inattesa Ti protegge (Lingua contro lingua, 1998), che conduce l’ascoltatore in un susseguirsi di passaggi che attraversano, citandole, atmosfere dal sapore quasi felliniano e sonorità orientaleggianti, per culminare nel sax soprano di Roberto Ottaviano, nella chitarra acustica di Michele Lobaccaro, nei sax contralti, nei clarinetti soprani, nelle trombe e nell’eufonio. Secondo dei tre inediti dell’album, Fog en Nakhal è una canzone tradizionale di origine persiana facente parte oggi del repertorio popolare iracheno, che racconta la struggente passione che travolge il protagonista, malato d'amore verso colei che non riesce ad avere. Il brano, già ripreso da Franco Battiato in un apprezzassimo concerto tenutosi nel 1992 a Baghdad e interpretato poi dallo stesso Nabil Salameh per il film animato La luna nel deserto (2008), rievoca, con il suo testo melodico e avvolgente, i canti Sufi dell'epoca d'oro. Ancora estratti dall’album Beyond the Sea (2009) sono Sea Horses, un girotondo di grazia e levità dai colori pastello di una dolcezza quasi infantile, e Ainaki (dall’arabo “i tuoi occhi”) dedicata agli occhi di Gerusalemme e al suo fascino controverso. Segue Dio pazzo Dio pane, brano inedito firmato da Livio Minafra, che chiude il disco su toni drammatici e vigorosi intrecciati con sapienza al pianoforte dello stesso pianista.
Uno splendido pellegrinaggio in cui la delicatezza gentile del sogno e l’urgenza potente del reale convivono nel medesimo paradosso impresso come una cicatrice nelle terre sanguigne e poetiche attraversate lungo il cammino.
Monica Leggio
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