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Recensioni
Andrea Gargiulo
“…ricomincio da Trio“ (No Voices 2010/Wakepress)
con Intervista ad Andrea Gargiulo
di Fabrizio Ciccarelli e Andrea Valiante
Andrea Gargiulo: pianoforte Gianfilippo Direnzo: contrabbasso Saverio Petruzzellis: batteria
Chi dice che le blue notes non hanno più niente da dire nella musica contemporanea (e ci sentiamo di dissentire a prescindere) avrà certamente modo di ripensarci ascoltando le intense sonorità pensate da questo ensemble guidato dal compositore e pianista napoletano Andrea Gargiulo e prodotto per la NoVoices Recods. Ci convince sempre più dell’esistenza, non teorizzata, di un jazz mediterraneo, fatto di segnali solo apparentemente eterogenei, provenienti dal Maghreb, dalla Magna Grecia, dai Balcani, dalla musica araba orientale, dal repertorio popolare (pop, se si vuole) e africano, con tutto ciò che ne è conseguito in almeno tre secoli di storia musicale e non solo.
Il riferimento, in ogni caso, appare più lontano possibile dal business e da stilemi scontati. Su tali archetipi s’inserisce l’armonia jazzistica nello stesso modo in cui il blues dei primi anni del Novecento fornì il chromatic carpet al New Orleans o al Dixieland. Discorso tecnico non semplice, forse, ma intuibile all’ascolto, senza forzature intellettualistiche o metodologiche.
Dieci brani, suddivisi equamente tra covers e songs originali, tra cui spiccano le notevoli riletture di grandi classici della canzone italiana, con particolare riferimento all’indimenticabile Fabrizio De André, ed evergreens svestite agilmente delle strutture con le quali l’intero mondo è aduso ad ascoltarle e rivestite di un nuovo abito a tinte blue.
Il trio formato da Andrea Gargiulo si muove con scioltezza tra swing e bop, tra sonorità moderne e classiche, adoperando un sistema esecutivo molto melodico ed espressivo ove gli strumentisti dispongono dei giusti spazi per esaltare il proprio lirismo, dipinto nella cornice filologica finemente elaborata dal compositore partenopeo.
I tre strumentisti si trovano con facilità e scioltezza nell’interplay, come se suonassero assieme da sempre. Petruzzellis e Direnzo sanno leggere ed interpretare le impressioni codificate da Gargiulo definendo e concretizzando la visione del pianista con fluente empatia e libero flusso creativo, dimostrando una buona capacità d’adattamento oltre ad un’efficace souplesse esecutiva.
Dall’interessante brano d’apertura “La Sensualità di Zorro” traspaiono subito le intenzioni stilistiche: swing leggero e suadente nelle ritmiche, bop dinamico nei costrutti armonici, solido negli impasti sonori definiti da una leggerezza melodica d’immediato impatto.
Tra le canzoni originali, da segnalare la struttura dei brani “Ubriachezza Molesta” e “The End Of Dream”. Nella prima viene alla luce un hardbop frizzante, dove Gargiulo trova un humus perfetto per le sue rapide e sghembe costruzioni, per scale ruvide e spezzate ma finemente smussate. Attraverso la toccante melodia descritta in “The End “Dream”” Gargiulo esprime un dipinto pregno di un pathos profondo e scuro, semplice, diretto, di un nitore estetico che giunge all’animo di chi ascolta come un bisbiglio, come un sussulto emotivo privo di tempo.
Non di meno rispetto agli originali, le riletture ideate dal trio: “Ticket To Ride” dei Beatles viene riscoperta con un elegante arrangiamento definito da un’inaspettata morbidezza stilistica. Raffinate e molto originali risultano le scelte espressive di Gargiulo nel ricostruire la melodia principale senza scontati costrutti.
“La Canzone di Marinella” e “Il Pescatore” vengono rilette seguendo linee tematiche briose e creative, impasti sonori swinganti che seguono concezioni molto moderne di sound ed arrangiamento bop.
Impressa in un delicato mood è l’esecuzione di “Bocca di Rosa”, in cui il pianista sembra rivelare un modus che prediliga il mèlos sulla tecnica, poche note cadenzate, “giuste”, dense.
A nostro avviso l’omaggio più interessante proposto dal trio è quello di “Quando” di Pino Daniele. Sarà forse l’origine partenopea dell’autore a stimolare la creatività di Gargiulo; eppure in questo brano il musicista riesce a dare il meglio di sé sia dal punto di vista dell’interpretazione che da quello esecutivo, flessuoso nei lunari arabeschi jarrettiani.
Deliziosa infine la goliardica caricatura dei tre strumentisti disegnata nella copertina da Ornella Ceci. Un elemento, come insegna la maniacale attenzione di un maestro della produzione discografica jazz come Manfred Eicher, non di secondo piano quando si vuole dar vita ad un lavoro musicale di qualità. Eccome.
Ne parliamo con Andrea:
Com’è nato questo progetto così composito?
L’idea di fermare il mio “momento di vita” in un disco mi assillava da parecchio tempo ma essendo interessato a tantissimi generi e progetti musicali ero davvero indeciso su cosa fare; in effetti io insegno esercitazioni corali in conservatorio e dirigo un’orchestra giovanile creata sul modello delle orchestre venezuelane di Abreu, ma l’attività di direttore, non esaurisce la mia voglia di arrivare alla gente con immediatezza.
Non ho mai disdegnato la “popular music” così come ho riscoperto da poco alcuni cantautori italiani che forse ho sempre sottovalutato, primi tra tutti De Andrè; da ragazzo lo consideravo un grande poeta ma il mio giudizio sulle sue qualità di musicista era assolutamente sottodimensionato.
Quando ho iniziato a suonare alcuni suoi brani per rielaborarli jazzisticamente ho scoperto un autore fantastico, capace di far “sentire” il significato del testo dal solo ascolto della musica, un autore in grado di farmi piangere, di spogliarmi delle mie “scorciatoie” tecniche sul pianoforte per costringermi a vivere ogni nota con la piena partecipazione emotiva....non mi era mai successo prima.
Così ho selezionato i brani che in questo momento più mi rappresentano per quello che penso e che sono, e ho cercato di suonarli nel modo più personale possibile.
Tra sonorità mediterranee e inflessioni jarrettiane mi sembra che trovi una via “blues” al mondo non solo del jazz ma anche a quello della cultura musicale più ampiamente intesa. Che ne pensi?
Che hai davvero ragione, ho sempre ritenuto che le etichette di genere servissero a limitare le idee e, anche a costo di sembrare o essere dispersivo, ho sempre coltivato l’amore per tutta la musica, da Ravel a Bartok, da Hines a Monk, ma il blues occupa un posto speciale nel mio cuore, forse perché ritengo sia il genere dove l’urgenza comunicativa regna sovrana.
Anche il mio percorso di jazzista è molto singolare...in effetti ho iniziato studiando musica classica prima con mia madre, insegnante di conservatorio, poi con un grande Maestro che purtroppo ci ha lasciato una decina di anni fa, Sergio Fiorentino; lui mi ha insegnato la “sincerità” sullo strumento, di cercare una strada personale e di sintesi di quello che sentivo e che volevo riprodurre, ma anche il rispetto delle prassi e di coloro che hanno dato la vita per la musica, classica come jazz. Il blues è la prima vera musica di sintesi tra cultura africana e americana...credo non si possa prescindere dal conoscerlo e amarlo.
Qual è il tuo intento nel coniugare questi mondi solo apparentemente distanti?
Quello di comunicare in piena sintonia con il mio modo di vedere e sentire il mondo…credo che in tante produzioni discografiche la sincerità sia spesso sacrificata in onore della novità, della vendibilità o anche dell’originalità.
In effetti credo che molti musicisti siano bloccati da quella che chiamo “fobia dell'opera prima”, dal tentativo di dire tutto nel loro primo CD; anche a me è capitato per molti anni, aspettavo di avere qualcosa di più da dire...di più originale, di più completo, di più “spettacolare”...ma esiste davvero un momento in cui siamo soddisfatti di noi stessi? Io credo che se ci si analizza con sincerità si scopre sempre qualcosa di “perfettibile” che deve diventare stimolo per continuare a crescere, musicalmente e umanamente, ma non deve bloccarci nel fermare quello che siamo in quel momento.
Dico spesso, a me stesso e agli altri, che “tu suoni quello che sai e quello che sei”, e noi non siamo mai uguali al giorno prima, così ho cercato di fermare con semplicità quello che sono e che sento di dire oggi….domani potrebbe anche non piacermi ma in questo momento mi riconosco pienamente nel mio disco.
A quali pianisti puoi accostare il tuo modo d’intendere il sound?
Il mio pianista preferito è senz'altro Marcus Roberts, ex pianista del quintetto di Wynton Marsalis, è davvero personale e unico...un Monk moderno e colto ma mai lezioso e scontato. Ovviamente ho tanti punti di riferimento da Hancock a Keith Jarrett ma anche i meno conosciuti Jaki Byard, pianista di Mingus e Fred Hersch….spero di aver rubato almeno qualcosina ad ognuno di loro.
Credo che la mia peronale sintesi del jazz sia molto influenzata dalla musica orchestrale di Ellington come di Gil Evans e spesso cerco di pensare al solo come “arrangiamento” delle mie idee.
Un musicista che, pur tra le sue enormi contraddizioni e esagerazioni, ha segnato il cammino del jazz in questa direzione è Jelly Roll Morton....credo che ogni jazzista gli debba qualcosa.
Molto bravi i tuoi partners, un interplay davvero emozionante: com’è avvenuto il vostro incontro?
Ci conosciamo da alcuni anni per aver condiviso piccoli concerti in giro per la Puglia e quando ho deciso seriamente di registrare il disco ho subito chiamato Saverio perché lo considero il mio alter-ego batterista...è un gran musicista e “sente” i miei pensieri traducendoli sulla batteria con un'eleganza che io non ho. Così come Gianfilippo è il riferimento in quanto a solidità del trio...senza di lui il tempo diverrebbe molto difficile da gestire
Quando ho parlato del CD a Gianfilippo e Saverio ci siamo ritrovati a provare i brani senza neanche parlare del progetto, il suono era già quello giusto, così in sala abbiamo impiegato 4/5 ore per registrare l’intero disco decidendo al momento di sostituire alcuni brani con altri che suonavamo spesso dal vivo ma che non avevamo mai provato per il CD. Credo che a volte anche musicisti bravissimi possano non intendersi esattamente sul suono ma io ho avuto la fortuna di trovare due musicisti fantastici che mi completano perfettamente.
Spaziando tra le emozioni, “The end of Dream”: quale sogno è finito, se posso?
The end of “Dream” è un brano vecchio, l’ho scritto nel 1998, ero molto deluso da tante cose e soprattutto da me stesso, non ero quello che avrei voluto essere sia come persona che come musicista, la fine del “sogno” che ognuno di noi ha di se stesso, la fine delle ambizioni di fama e celebrità, cose di cui oggi a distanza di tempo, sorrido pensando a quanti di noi si perdono nella ricerca della fama invece che nella ricerca di se stessi.
Avevo anche una vita divisa a metà sia geograficamente che artisticamente ma soprattutto ero io diviso a metà. Non avevo il coraggio di accettare che posso essere completo solo alternando la didattica con l’attività artistica; adoro insegnare anche se non riuscirei a vivere senza suonare...credo che sia una necessità derivante dal bisogno di comunicare...considera che da luglio ho iniziato, con altri Colleghi, folli quasi quanto me, “MusicaInGioco” un progetto didattico sperimentale ispirato a “El Sistema” di Abreu che in Venezuela ha salvato più di 300.000 bambini delle favelas dalla miseria e dall'emarginazione, creando un'orchestra fatta di bambini senza alcuna conoscenza musicale a cui abbiamo regalato gli strumenti grazie ad alcuni generosi sponsor mentre noi insegniamo gratuitamente utilizzando una didattica innovativa di tipo reticolare....è un'esperienza fantastica...mi riempie di energia positiva e di soddisfazioni visto che in pochi mesi i ragazzi suonano già con grande comunicativa e allegria.
“Palestina” chiude il tuo album. Sembrerebbe una piccola suite e basta; in realtà mi pare che il tuo discorso raggiunga ben altri livelli di comunicazione e, soprattutto, di commozione. Molto bello il testo e la recitazione davvero intensa. Un’ urgenza morale…..
Il brano è un improvvisazione estemporanea nata dalla mia collaborazione e amicizia con Teresa Ludovico....è stato registrato durante il concerto Jazz for Amnesty, fatto al Teatro Piccinni di Bari a gennaio del 2010 e finalizzato alla raccolta fondi per Amnesty international. La prima volta che io e Teresa provammo questa formula fu durante un concerto dedicato alla raccolta fondi per l'asilo del campo profughi palestinese di Shatila...mentre lei leggeva le forti parole di Jelloun le note e i suoni del mio pianoforte giungevano spontanee gridando al mondo l'ingiustizia che il popolo palestinese vive nel totale disinteresse del mondo..quanti bambini non hanno più un futuro e quanti non riescono neanche più a sperare di averlo...l’urgenza morale è quella di cambiare il mondo....almeno quello “sotto casa mia”...credo molto nel potere educativo della musica e con il progetto “MusicaInGioco” di cui ti parlavo prima, stiamo tentando di combattere la tendenza alla spettacolarizzazione della vita...a combattere una società educativamente narcotizzata che induce i nostri figli a rifugiarsi nei mondi virtuali dei videogame, del grande fratello o di X factor..dove “uno su mille ce la fa”...beh noi pensiamo agli altri 999 rimasti!!!
Fabrizio Ciccarelli e Andrea Valiante
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