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Antonin Artaud, Il teatro e il suo doppio, Dino Audino Editore 2019, a cura di Giuseppe Rocca.

Dell’anarchico marsigliese Antonin Artaud vale ancora leggere Il teatro e il suo doppio, quando fu tra i primi europei a indagare sulle forme orientali di teatro, con particolare riferimento a quello balinese, fisico e tribale nei codici rituali della danza, crudele nella catarsi provocata da tutto ciò che potesse turbare lo spettatore sino a quell’acuto disagio interiore per cui vivere, essenzialmente “vivere”, la rappresentazione proposta.

A cura dello sceneggiatore, regista teatrale e cinematografico Giuseppe Rocca ecco ora una seconda  traduzione particolarmente attenta e sensibile ai grovigli spirituali dell’incendiario “che attentava al teatro con brutali messinscene da grafomane distrutto dagli elettroshock”, la cui visionarietà  pervade “tutto il teatro di ricerca di questo cinquantennio che si è riconosciuto illuminato dal Sole Nero di Artaud. Nel bene e nel male”(Prefazione, passim pp.7-13).

Distante (forse) dalle regole aristoteliche del Sesto Libro della “Poetica”, vicino alla sintesi geniale de “Le origini della Tragedia” di Friederich Nietzsche, alla purificazione ebraica del capro espiatorio (lo “yom kippur” del capitolo 16 del Levitico), il drammaturgo, attore, saggista e regista teatrale francese era fortemente convinto che il testo avesse finito con l'esercitare una tirannia sullo spettacolo, ed in sua vece immaginava un teatro integrale, che ponesse sullo stesso piano tutte le forme di linguaggio, gestualità, movimento, luci scenografie e, naturalmente, parola.

La raccolta di saggi venne pubblicata nel 1938 da Gallimard e tradotta per Einaudi nel 1968, quando divenne particolarmente noto nel clima di quella straordinaria rivoluzione culturale. In verità del libro si discuteva già da qualche tempo sulle riviste di teatro, e nel 1964 Peter Brook aveva proposto al pubblico europeo il suo “Teatro della crudeltà” nell’inquieta visionaria messinscena del “Marat/Sade” di Peter Weiss. L’idea di recitazione del “disturbato marsigliese” (“disturbato” per i salottieri del divismo eretto a vessillo difensivo  del manierismo piccolo borghese) era stata accolta con entusiasmo da molte compagnie d’avanguardia: “l’attore- affermava Artaud- deve essere come un serpente, in grado di percepire le vibrazioni della terra e di trasmetterle agli spettatori, come quello di un uccello il suo corpo deve essere privo di ossa e di pesantezza, deve essere in grado di parlare un linguaggio fatto di ideogrammi e usare la voce per esprimere puro suono”. E queste immagini le ritroviamo nel lavoro di tutti i grandi maestri del Novecento, da Jacques Copeau a Pina Bausch (non ultima, la lezione di dizione lirica del Carmelo Bene della “Vita nuova” di Dante e della fiammante rivoluzione poetica di Vladímir Majakóvski).

“Uscir fuori da questo mondo servile, di un'idiozia asfissiante e per gli altri e per sé, e che si compiace di questa asfissia”, dichiarava Antonin Artaud nella Lettera a Henri Parisot del 17 settembre 1945 (“Lettere da Rodez”, in “Al paese dei Tarahumara e altri scritti”, p. 162, Adelphi, a cura di H.J. Maxwell e Claudio Rugafiori, Milano 2009): questa la sua conclusiva dichiarazione chiosata da Giuliano Zincone (nota firma del “Corriere della Sera”, laureatosi con un tesi proprio sul marsigliese) per il quale la rivolta di Artaud “vale come esempio e come confronto, ma non come insegnamento”, e discussa in termini opportunamente filosofici dall’autore-attore Enzo Moscato, a parer del quale l’illuminazione del “crudele surrealista” resta “se ancora un po’ di luce e mondo e concretezza di respiro e voglia di creazione ci rimangono, oggidì (visto i deserti di ogni cosa e senso) per proporci un compito/dovere di tale e inumana, sconvolgente levatura”.

Un pensiero dilaniato, profetico e radicale per una dimensione possibile/impossibile del Teatro e del suo Doppio, di un lontano Futuro di un’Immaginazione quanto si vuole criptica e primordiale, ma di cui non si può assolutamente far a meno.

Fabrizio Ciccarelli

Antonin Artaud, Il teatro e il suo doppio, Il libro che ha cambiato il teatro del '900. A cura di Giuseppe Rocca, Postfazione di Giuliano Zincone. Voci e volti dello spettacolo, n. 34, pp. 152. Dino Audino Editore 2019. € 12,75 : https://www.audinoeditore.it/libro/9788875274009

 

 

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