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Paul Bley

Play Blue – Oslo Concert

ECM 2014, Distribuzione Ducale Music 

Il Concerto di Oslo sembra essere la perfetta descrizione della parte più complessa dello straordinario talento di un enfant prodige, che a 22 anni  suonava al Birdland tra i Grandi, appartenendo per natura intellettuale all’avanguardia più inquieta e sperimentale, quella che preannunciava la rivoluzione musicale che avrebbe avuto segno simbolico con l’album “Free Jazz” di Ornette Coleman, col quale Bley, peraltro, aveva già collaborato.

 

Le tracce dell’interazione appena successiva con George Russell, così come i duetti con Bill Evans e le fusioni con Jimmy Giuffre, rivelarono ben presto una notevole inclinazione per una lucida e tersa austerità, ove le linee melodiche e le intuizioni ritmiche venivano frammentate senza che interferissero giri armonici di maniera. Dopo aver fondato la Casa Discografica “Improvising Artist” (e il nome già dice molto) registrò un Outing espressionista con John Gilmore, collaboratore di Sun Ra, tenorista di assoluta originalità purtroppo per quattro decenni chiuso nell’enigmatica “filosofia cosmica” dell’eccentrico Cabalista (“Quiet Song”), ed un Solo di astratto riserbo, quanto mai vicino al suo modo di essere “essenziale”, schivo ma estroverso nel vibrare continue ambiguità alterando di continuo le strutture accordiali del tema.

Nella performance dell’agosto del 2008 all’Oslo Jazz Festival, all’interno del Kulturkirken Jakob, chiesa ottocentesca dalle risonanze profonde e magnetiche, Paul Bley rivelò tutta l’essenza di una sensibilità diafana e densa di significati Blues e “metafisici”, anche al di là di certi suoi complessi tecnicismi, legata al pianismo colto dei compositori classici della prima metà del Novecento.

Inventando parallelismi oscuri, tensioni atonali, irregolarità distoniche, improvvisazioni libere nella metrica e declinate fino al Rumorismo, egli trovò il proprio atto liberatorio, fino ad incontrare l’esatto momento di Pace in spazi sfumati e autunnali, come nel meditare di “Flame” o nell’indefinito ed agitato crepuscolo di “Longer”.

Che l’evento termini con “Pent-Up House” di Sonny Rollins può forse sorprendere; molto meno, in realtà, se si considera quanto Bley fu legato alla tradizione di un Jazz che ritraesse apprensioni ed esagitazioni di ampio spettro comunicativo, con le quali  “conversare” in un Modus riflessivo e conciso.

Dovessimo personalmente scegliere un album rappresentativo del pianista da poco scomparso, non opteremmo certamente per questo, pur forte nelle Idee ed avventuroso (se non visionario) nelle scelte melodiche; le stesse che molto spesso vengono predilette da quella Critica che da tempo lo ha eletto quale primo testimone dell’Innovazione degli anni Sessanta assieme a Ornette Coleman, Evan Parker e Don Cherry.   

In tutta sincerità, dal lato estetico noi preferiamo le sue argomentazioni con Chet Baker, Charlie Mingus, Gary Peacock, Gary Burton, Charlie Haden e Paul Motian.

In ogni caso riconosciamo eccellente il lavoro di Engineering e di mixaggio, e troviamo plausibile l’idea di Manfred Eicher di riproporre un evento prezioso per la Filologia Musicale nel quale appaiono molte delle Ragioni di un artista dalla personalità jazzistica -“non solum sed etiam”- articolata, complicata, poliedrica, talora tortuosa e “dannata”, comunque assolutamente fondamentale per l’Arte del Novecento.  

Fabrizio Ciccarelli

Paul Bley, piano solo

All compositions by Paul Bley except as indicated

"Far North" - 17:00

"Way Down South Suite" - 15:21

"Flame" - 7:47

"Longer" - 10:16

"Pent-Up House" (Sonny Rollins) - 6:06

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