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Miles Davis, Kind Of Blue, Jazz Images 2020 (vinile 180 grammi)

Certamente alcuni dischi sono indispensabili per definire i tratti essenziali di un fenomeno musicale articolato come il jazz. Kind of Blue è uno tra i titoli più conosciuti, il più venduto di tutti tempi in ogni formato. Ma, ascoltarlo in vinile, è senz’altro un’esperienza indimenticabile.

Una volta tanto la maggior parte degli addetti ai lavori è concorde nel definire Kind of Blue un capolavoro. Una volta tanto non esistono partiti d’opposizione o frange estremiste: Kind of Blue mette d’accordo tutti e ognuno lo considera uno dei primissimi titoli con cui comporre una discografia jazz che si rispetti.

Pensato quasi in immediatezza, è una prova di assoluta naturalezza nella quale la gigantesca personalità dei musicisti riesce a risaltare in piena luce in incisioni equilibrate dal punto di vista stilistico, mai strattonate dal pur debordante ego di Miles Davis e John Coltrane (invero un Coltrane non ancora giunto all’estremo del suo irregolare ragionamento armonico) e dalle presenze di un magnifico titano dai tratti intimisti come Bill Evans e di uno dei più grandi sassofonisti di sempre come Julian Cannonball Adderley.

Straordinario l’apporto della ritmica: Paul Chambers e Jimmy Cobb sono bravissimi nell’affrontare le partiture sostenendo atmosfere ricche di coesione, sia che seguano il lirismo cosmico del trombettista e “maestro concertatore”(impegnato in alcuni dei più memorabili momenti solistici della storia delle blue notes) oppure le morbide escursioni del sax di Trane, quasi pronte alla tagliente abrasività degli anni a venire ma ancora a proprio agio nei confini consentiti da una tradizione pur magistralmente espansa dal lato cromatico.

Nelle cinque composizioni originali firmate da un Davis particolarmente ispirato non esiste alcun cedimento di tensione o intensità, grazie anche ad una registrazione tecnicamente pressoché perfetta che lascia trapelare ogni minimo dettaglio delle diverse nuances dinamiche, fondamentali per un perfezionista come Miles. Le cinque originals sono divenute col tempo standard per i jazzisti dediti al Modale, storicamente nato da dischi come questo e da “Somethin' Else” di Julian Cannonball Adderley (1958) e “Milestones” dello stesso Miles Davis (1958), come reazione al Bebop e all'Hard bop nella ricerca di un’atmosfera più distesa sia sul tempo che sull'armonia.

Ma, al di là di notazioni tecniche di cui in definitiva ben poco importa all’amante puro, ad eternare la performance è anche l'influenza che questo album esercitò ben oltre i confini del jazz, in quanto musicisti di altri generi come il rock e la classica furono profondamente influenzati da questa pietra miliare del Novecento, accolta con passione per il fatto che Kind of Blue è sì un album rivoluzionario ma anche di facile presa, di pronta e immediata godibilità anche per chi jazzofilo in senso stretto non è e non sarà mai.

Due Momenti, tra gli altri, di sontuosa architettura blue: viscerale e memorabile l’incipit e lo svolgimento solistico di “So What”, graffiante e lieve nella morbida evoluzione di un tema tra i più intensi della storia del jazz, sfumato nei medio-acuti del trombettista e nel corpo medianico del sax tenore e del sax contralto; siderale e travolgente il potenziale emotivo dell’ampio riflessivo “All Blues”, pagina al fuori di ogni cliché convenzionale per la distesa presentazione dei soli ed il calore introspettivo dell’ombrosa energia delle 12 battute mixolydian dell’incommensurabile  pianismo crepuscolare di Bill Evans. E poi il magnetismo strutturale di “Freddie Freeloader”, elegante finimento per la superlativa istantaneità pianistica di Wynton Kelly, il distendersi armonioso delle ballad “Blue in Green”, tinta di sensuale poesia notturna, e “Flamenco Sketches”, parte essenziale di quella seduzione esercitata su Miles dalle terre musicali europee d’ispirazione arabeggiante.  

Parte da qui la forma mediana del quintetto/sestetto nel suo senso più moderno (tra l’ampliamento del classico quartetto e la dimensione più contenuta della “piccola orchestra”, per imprimere maggiore espressività in maggiore spazio alla necessità anche ideologica dell’improvvisazione, ovvero dell’esposizione personale nell’ambito di un contesto generale), con una “dosatura ambientale” che si pone, a ben ascoltare, in magnifico equilibrio tra la fonetica classica postbarocca, le evoluzioni tipiche del tardo romantico e la riduzione formale del novecentismo tra la fine degli anni 40 e gli inizi del 60, per giungere alle molteplici soluzioni dell’articolato mondo contemporaneo.

Kind of blue, pubblicato il 17 agosto 1959 dalla Columbia Records, è stato inciso il 2 marzo ed il 22 aprile in sole due sessioni, si dice senza alcuna prova (fatto comunque non insolito per Miles, come accadde per il rivoluzionario ”Bitches Brew” del 1970, elettrica dissoluzione della classica forma canzone in favore della libera improvvisazione): sembra che Davis distribuì alla band solo degli accenni di linee melodiche sulle quali improvvisare, e diede solo brevi istruzioni su come suonare ogni brano (in verità, leggenda circa la quale è lecito dubitare).

Assieme a “Time Out” del The Dave Brubeck Quartet (1959) e “Giant Steps” di Coltrane (1959), Kind of Blue si distingue per un senso musicale “universale” - senza che venga meno la sperimentazione artistica – melodico e affabile, ove l’elegante fluenza delle improvvisazioni è supporto emotivo mai arido, freddo e contorto: un esempio magistrale di come si possa suonare in perfetta armonia tra Ragione e Sentimento.

Fabrizio Ciccarelli

Miles Davis – tromba, composizione

Julian "Cannonball" Adderley - sax contralto, ad eccezione di Blue in Green

John Coltrane - sax tenore

Wynton Kelly - pianoforte, soltanto in Freddie Freeloader

Bill Evans - pianoforte

Paul Chambers - contrabbasso

Jimmy Cobb - batteria

A1          So What 8:56

A2          Freddie Freeloader 9:32

A3          Blue In Green 5:27

B1           All Blues 11:34

B2           Flamenco Sketches 9:32

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