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John Coltrane ,‎ A Love Supreme, Impulse! 2019 (vinile)

Esistono dischi che hanno fatto la storia delle note del Novecento, uno di questi è senz’altro A Love Supreme di John Coltrane.

Si tratta di una performance ricchissima di emotività, di coraggio innovativo e di creatività assoluta, che Coltrane decise di articolare in quattro movimenti (quanti concerti sette-ottocenteschi presentano la medesima struttura!) per esprimere la sua professione di fede, la sua gioia per la contemplazione del dio cui si era convertito: del resto il titolo stesso non lascia adito a diverse interpretazioni. Poi ci potremmo chiedere perché il grande sassofonista americano, dotato di una coscienza spesso alterata da droghe e da un’innata inquietudine, al culmine delle proprie dipendenze si fosse rivolto proprio all’Islam per tentare di risolvere i propri dissidi interiori, per dar pace al proprio ego peraltro frantumato dalla situazioni razziale e dal degrado politico di quegli Stati Uniti uniti per modo di dire, come se le etnie diverse da quella bianca fossero più o meno razze inferiori (ma non erano stati gli USA a combattere nelle seconda guerra mondiale contro i nazifascisti dei campi di sterminio e ad enfatizzare nella propaganda l’orrore per il razzismo ? La risposta è troppo ovvia per poter essere argomentata in modo ulteriore).

Ipnotico il primo momento della suite: Acknowledgement , strati ulteriori dell’approccio alla conoscenza attraverso un riff di sole quattro note scandite dalle corde del contrabbasso, illuminate dalle voci dei musicisti che ripetono il quadrisillabo  “A Love Supreme” in un mantra poi posseduto dalle abrasive soluzioni solistiche in ottava superiore del sax di Trane in perfetta armonia con il magnifico vamp pianistico di McCoy Tyner (magia quasi irripetibile).

Di conseguenza le altre tre evoluzioni disegnate dalla deflagrante  libertà ritmica della batteria di Elvin Jones fra controtempi acidi ed asimmetrie sostenute dall’urlo contrabbassistico di Jimmy Garrison nel mentre che McCoy Tyner sicuramente giunge al vertice della sua poesia cromatica di fluenze siderali, di fiumi accordiali torrenziali e varianti di assoluta originalità.

Resolution. Versioni contrastanti: chi afferma che la versione finale fu raggiunta solo dopo cinque tentativi e chi propende per l’assoluta natura improvvisativa. Verosimile, a mio avviso, la prima ipotesi. Un territorio, in ogni caso, più familiare al pubblico del jazz dell’epoca, un 4/4 dal tema più deciso e più libero ritmicamente per la natura deflagrante del modo batteristico di Elvin Jones, per la variatio stilistica di Jimmy Garrison, per la magistrale intensa passionalità del piano di Tyner e per la visionarietà siderale di Coltrane.

Pursuance: una sola incisione, come per Psalm. Una superba introduzione di Elvin Jones, il cui solo di batteria è ispirato a modelli ritmici in larga parte afro-cubani; un’ulteriore chiara elocuzione pianistica di Tyner; una meditativa, crepuscolare chiusura da parte del contrabbasso di Garrison; un Trane sempre ispirato nel corpo del suo sax accarezzato con forte decisione.

Psalm: il Libro dei Salmi è un testo contenuto nella Bibbia ebraica e nell'Antico Testamento della Bibbia cristiana. Composto da 150 capitoli, ognuno dei quali rappresenta un autonomo salmo o inno di vario genere: lode, supplica, meditazione sapienziale. Una preghiera dettata dall’emozione che si conclude quasi drammaticamente con un lungo flusso di note prima delle dissolvenze finali e del ritorno alla fanfara iniziale. Un’escursione nell’Infinito della dedizione al dio, preghiera circolare che inizia e termina nell’essenza devozionale dell’incipit: dall’esaltazione alla meditazione, alla coscienza profonda dell’accettazione del “buio di dio” che può illuminarsi solo con l’amore dogmatico e la contemplazione.

Questo Modale è perfettamente inclinato al nascente Free nei chiaroscuri visionari di un episodio irripetibile di cui solo Coltrane possiede le chiavi: una metamorfosi di tessiture inedite e titaniche dalle possibilità pressoché infinite, legate ad una straordinaria capacità di leggere il presente  e d’intuire il futuro.

L'ingegnere del suono Rudy Van Gelder possedeva uno studio non lontano da Manhattan. L'atrio era costituito da una camera con soffitto a volta, travi in legno, pareti con mattoni a vista e pavimento in cemento liscio, con tutto lo spazio necessario per contenere anche una grande orchestra. Lo studio e il nome di Van Gelder avevano tra i musicisti jazz quasi una connotazione mitica. “Coltrane era legato a Van Gelder da una grande ammirazione reciproca e dall'etica del lavoro stesso: precisione e professionalità innanzitutto. Fu proprio qui, il 9 dicembre 1964, nel corso di una sola sessione iniziata alle otto e terminata a mezzanotte, che nacque la suite A Love Supreme, opera che si fece portatrice della spiritualità di un'intera generazione” (Lewis Porter, Blue Trane - La vita e la musica di John Coltrane, Minimum Fax, 1998, pag. 346).

Secondo attente documentazioni Trane aveva redatto solo accenni dei brani, sicuro che i suoi musicisti avrebbero trovato la soluzione attraverso l’istinto, l’emozione del momento, in definitiva fulcro primario del jazz fin dal momento della sua nascita e della futura deflagrazione del Free. Miles Davis per Kind of Blue aveva operato allo stesso modo, ed il sassofonista faceva parte della formazione. Quindi, nessuna prova, nessun accordo prescrittivo, anche se era chiaro che i tre strumentisti avrebbero dovuto seguire l’estro dell’ideatore: ovvio per qualunque performance disegnata da un band leader. In verità i quattro si conoscevano bene poiché si erano già esibiti dal vivo, suonando qualcosa di molto simile a quanto contenuto nell’album: segno che una precisa premessa già c’era, tanto per sventare qualunque tentativo di descrivere il jazz come fenomeno esistenziale realizzato in toto a seconda di un puro arbitrio personale, tanto più che il jazz è assolutamente condivisione e “sentire assieme”, interplay, come si dice in linguaggio tecnico.   Fatto è che le forme sonore di A Love Supreme appaiono prodotte da una benefica esaltazione psicocinetica nella quale l'amore per il dio “è la morte dell'uomo. In questo senso si deve parlare di vero misticismo a proposito di questo canto di gioia per mezzo della sofferenza, di serenità e bellezza attraverso la follia”, come asserito da Jean-Louis Comolli e fedelmente riportato da Arrigo Polillo in “Jazz”(Mondadori, 1975, pag. 736).

L’album è divenuto un sacro oggetto di culto per chi del jazz sa e anche per chi del jazz conosce solo alcune linee essenziali. In molti possiedono A Love Supreme come disco-feticcio spesso solo in nome di un perbenismo radical chic tutto votato ai tratti più superficiali della cosiddetta “alternativa”, disco ascoltato mille volte senza però aver coscienza di come si fosse arrivati a produrre un discorso musicale di tale stupefacente innovazione attraverso quelle tappe essenziali che dal Ragtime avevano portato al Be Bop e poi al Modale. Certi che tale precisazione non occorra a tanti, cerchiamo di porre riparo per eventuali equivoci che pur hanno originato innumerevoli e avventate revisioni in linguaggi Progressive e classico-contemporanei : questa meravigliosa invenzione di John Coltrane sottolinea come l’alternativa delle avanguardie meriti un’osservazione ben più attenta; per entrarne in confidenza occorre una passione che non si fermi all’ammirazione per il virtuosismo  o per il discorso “contrario”.

Ed è anche questo, a mio avviso, che ispirò John Coltrane per una performance alla cui notorietà corrisponde un soggetto artistico e spirituale  di enorme caratura che rende l’opera uno degli album più importanti non solo di Trane ma di tutta la storia della musica moderna.

Fabrizio Ciccarelli

John Coltrane – sassofono tenore, composizione

McCoy Tyner – pianoforte

Jimmy Garrison – contrabbasso

Elvin Jones – batteria

Part 1: Acknowledgement – 7:47

Part 2: Resolution – 7:22

Part 3: Pursuance – 10:45

Part 4: Psalm – 7:08

 

 

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