Visite: 2333

Ian Shaw Italian Quartet, Integrity, Abeat 2020

A voler esser generosi, diciamo pure che col canto jazz pochi, pochissimi, hanno ottenuto risultati significativi. Senza far nomi, per buon garbo.

In effetti, quando mi si propone un album cantato qualche brivido mi scende sempre sulla schiena. Arriccio il naso a prescindere, quasi cerco di evitarne l’ascolto perché già so che la delusione molto spesso è in agguato. Non chiamatemi sofisticato: sappiamo tutti che lo strumento più difficile da far vibrare è proprio la voce. Quante voci jazz considerate memorabili? Tra maschili e femminili quante possiamo contarne di veramente convincenti, quando per strumenti vari a fatica riusciamo a comprimere la scelta in venti/trenta nomi, a dover esser stretti?

Ecco, stavolta invece Ian Shaw riesce a sorprendermi, e non per la sua enorme esperienza, il suo saper prendere le note in morbidezza ed in evanescenza, il potenziale emotivo che risalta dalle sue interpretazioni, il controllo dinamico del fraseggio, l’avvolgente intimismo che trapela dai medio-acuti, quanto per la sua naturalezza, per il suo essere di una postura decisamente superiore, per l’assoluta mancanza di narcisismo nei confronti di quel notevole potenziale che Madre Natura gli ha dato.

Certamente il vocalist gallese sa come tessere la propria ugola ed ogni lettore si chiederà: ma quali sono i punti di riferimento? Posto che sarebbe interessante porre a lui stesso il quesito, ci lasceremo tentare dalle sensazioni più inevitabili dei ricordi: l’aplomb di Tony Bennett, la capacità di performance di Mark Murphy, le nuances morbide di Al Jarreau , la controllata sillabazione di Kurt Elling.

Ma sono solo sensazioni che nulla vogliono togliere alla prode fantasia di chi ha scelto come titolo dell’album Integrity (“quando la voce umana incontra gli strumenti, allora davvero si chiude un cerchio”, scrive Alessandro Di Liberto nelle note di copertina, ed ha ragione).

Ian Shaw  con un Italian Quartet, e questo fa molto piacere, con tre jazzisti di livello che prestano il fianco volentieri alle originali letture di brani ben scelti, scelta fondamentale per la credibilità di una performance che veda una voce come protagonista: pentagrammi importanti (e non semplici) con cui confrontarsi, anche laddove lo scritto musicale sia di minore consistenza estetica. Quindi bravo Ian Shaw a non cadere nel solito solluchero per Alone Again che rese celebre Gilbert O’Sullivan nei primi anni 70 (testo tristissimo sulla solitudine, l’assenza d’amore e l’abbandono di dio, a fronte di un musicalità piuttosto leggera e brillante), People (popolarissima l’intensa versione di Barbra Streinsand per l’ormai standard di Jule Styne e Bob Merrill dal musical “Funny Girl” del 1964), Smile del genio Charlie Chaplin e la meravigliosa evergreen My Foolish Heart di Victor Youg e Ned Washington, perla eseguita con un passo decisamente ispirato e condivisa con eleganza e gran senso jazzistico dal bravo pianista Alessandro Di Liberto, che ne ha curato l’arrangiamento, dal puntuale contrabbassista Tommaso Scannapieco e dal generoso batterista Enzo Zirilli.

Non che a questo album manchino le risorse per dichiarare un repertorio aperto e jazzisticamente sensibile, citando la notturna serenità di Day Dream di Duke Ellington e Billy Strayhorn(!), l’originale lettura blue di She’s Leaving Home (note infinitamente sospese, nell'album del 1967 dei Beatles “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band”, a firma ovviamente Lennon/ McCartney), l’altrettanto originale frame modernista Born to Be Blue di Mel Tormé e Robert Wells (da non mancare almeno il sublime Chet Baker del 65, la divina Ella Fitzgerald del 61, l’impareggiabile Ray Charles del 63), lo swing travolgente di I Wanted to Say di Victor Lewis, il penetrante crepuscolo di Waiting for a Dream, virtuosa equazione a firma del Di Liberto per una variazione interpolata in un trio di pregevolissima dimensione contemporanea (e peccato che non ce siano altre). Concludere un album è un po’come dichiarare la propria ragione naturale, il proprio programma artistico, la propria idea di musica: ed allora cosa meglio del disco d’oro 1972 Use Me del maestro Bill Withers, voce gentile di un’indimenticabile canzone sulla fragilità e l’esigenza di poesia da parte dell’uomo?  

Sensazioni.

Ma quando ci sono Sensazioni allora si tratta sempre di una performance che sfiora le nostre facoltà dello spirito, la nostra immaginazione, la nostra capacità d’inventare percorsi interiori positivi.

E tanto basta. Eccome.

Fabrizio Ciccarelli

Ian Shaw : vocals

Alessandro Di Liberto : piano

Tommaso Scannapieco : doublebass

Enzo Zirilli : drums, percussion

  1. Alone Again - G. O'Sullivan (Arr. A. Di Liberto)
  2. Born To Be Blue - M. Torme/R. Wells
  3. Day Dream - D. Ellington / B. Strayhorn
  4. She's Leaving Home - J. Lennon / P. Mc Cartney (Arr. E. Zirilli)
  5. I Wanted To Say - V. Lewis
  6. People - J. Styne / B. Merrill (Arr. A. Di Liberto)
  7. Smile - C. Chaplin / J. Turner / G. Parsons (Arr. E. Zirilli)
  8. Waiting For A Dream - A. Di Liberto
  9. My Foolish Heart - V. Young / N. Washington (Arr. A. Di Liberto)
  10. Use Me - B. Withers

Brani dell’album da ascoltare:

https://www.youtube.com/watch?v=J5vluUa9UC8  (People, video bellissimo)

https://www.youtube.com/watch?v=R8UbNFnYWw8 ( Alone Again, da un disco precedente, "A World Still Turning")

Brani al di fuori dell’album:

https://www.youtube.com/watch?v=tKQfrSrfEDU (My Brother, bel video)

https://www.youtube.com/watch?v=YVi99tmPqKg (Alfie del grande Burt Bacharach!)

https://www.youtube.com/watch?v=9X2TK7F0buI (Somewhere Towards Love, magnifica ballad per un bel video in bianco e nero)

https://www.youtube.com/watch?v=h9ibkSU5fCs (altra ballad di grande intensità)

https://www.youtube.com/watch?v=NI4DBrQKYus&list=PLvnTJyBIwItyC5JvpNmdyPE_c4PEg4sFG&index=7 (Un’originale e sofferta My Funny Valentine)

 

 

 

 

 

Accesso Utenti