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Amato Jazz Trio, I Love Makkisa, Abeat 2020

Non possiamo tralasciare alcun dettaglio di fronte all’ennesima prova dell’Amato Jazz Trio poiché, ancora una volta, le redini della scioltezza e della libera armonia conducono con fermezza (e stile, molto stile) a quelle Blue Notes trascinanti e raffinate che ci aspettiamo sempre da chi conosce e sa interpretare senza mai perdere d’occhio l’immediata comunicabilità.

Ecco, in sintesi, quanto giunge dall’ascolto di I Love Makkisa, album di tre bravi fratelli siciliani, là dove la Sicilia non è un caso geografico bensì innata ricerca di invenzione, creatività, identità mediterranea di Pathos e di filosofia multietnica, ricerca tra Ragione (il Logos ellenistico, la matematica pitagorica e la geometria euclidea, il razionalismo aristotelico, l’Apollineo di Nietzsche) e Passione (il Dioniso dio della musica del filosofo tedesco, l’ebrezza della musica e della pittura del Sud sia in ambito popolare che colto, il relativismo conoscitivo del Kaos di Pirandello).     

I tre fratelli (fratelli biologici e fratelli in Jazz) possiedono chiare e notevoli capacità espressive, nelle quali fluiscono tanto nobili e gradite lezioni d’Accademia musicale quanto perlage di contemporaneità, di ordine e disordine perfettamente amalgamati sia dalle agili improvvisazioni che da intensi voicing pianistici in ottimo interplay con la carica vitale di una ritmica poliedrica, scattante, concentrata.

Descrittiva in tal senso la foto per l’immagine di copertina: mare in subbuglio, mare in bianco e nero, profilo di costiera in campo lungo, costa lunga e selvaggia con cenni sfumati di costruzioni umane.

Sono Simboli ed Impressioni che ritroviamo nelle 12 composizioni originali a firma di Elio e Alberto. Significativo che con esse si scelgano due autori indubbiamente unici e tra loro diversi per intenzione culturale: il magnifico Count Basie (Things ain’t what they used to be, pagina indimenticabile della musica del 900) ed il principe delle distonie post bop Ornette Coleman (Tears inside, pentagramma forte ed impressionante nel gioco armonico). Quant’è vero che gli estremi si toccano sempre, se di “estremi” si può parlare a proposito di Jazz…

Qual che sia la ragione della scelta, che è pur sempre giusto che resti con qualche mistero nell’animo degli artisti, per libero arbitrio la ipotizziamo concorde a quelle tessiture ascendenti che sentiamo far parte della personalità dell’ensemble: Thelonious Monk (primo nome che viene in mente), Duke Ellington, John Coltrane, McCoy Tyner, Muhal Richard Abrams, Paul Bley e poi quanti abbiano avuto l’estro d’innovare in Jazz Arnold Schönberg o Anton Webern con quel senso di Blues e di Swing che è chiaramente sotteso alla performance del trio, una performance che sembra composta tutta di “first take”, com’è assolutamente corretto (se non indispensabile) per un disco che suoni Jazz dall’inizio alla fine.

Non siamo obbligati, per dir di più, a menzionare A modo mio free (Monk, il Maestro), il vampante afro di Bobalob (Coltrane, il Genio), l’eclissi lunare di I knew it o il malessere esistenziale di Twin Towers (11 settembre 2001, maledetta Al Qaida). Ma lo facciamo volentieri.

Fabrizio Ciccarelli 

Elio Amato (p)

Alberto Amato(b)

Loris Amato (ds)

1 A Modo Mio Free

2 Speed Limit

3 Brothers For Ever

4 Bobalob

5 Orchid For “A”

6 Claps

7 I Knew It

8 Ok Mr Bop

9 I Love “Makkisa”

10 Things Ain'T What They Used To Be

11 Twin Towers

12 Piece

13 Tears Inside

14 Olivier

Qui l'intero album:

https://www.youtube.com/watch?v=VaitwBA34Dg&list=OLAK5uy_lxvq5W7XBUOPlOIx8rEEWVl97iU-VcSqc

 

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