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Michel Petrucciani, Pianism,  Blue Note Records 1986, vinile

Michel Petrucciani è stato uno dei pianisti più importanti del XX secolo, uno dei più amati sia dal pubblico che dai colleghi, ed è giusto dire che in molti si sono avvicinati al jazz grazie al suo stile morbido, elegante, efficace, comunicativo, mai complesso grazie ad un’innata capacità di trasmettere l’autentica gioia del far musica sia nelle sue bellissime escursioni in piano solo che nelle collaborazioni con artisti del calibro di Kenny Clarke (con cui si esibì all'età di 15 anni, e poco dopo incise il suo primo album), Lee Konitz, Dizzy Gillespie, Jim Hall, Wayne Shorter, Eddie Gomez, Steve Gadd,  Stéphane Grappelli,  Roy Haynes, George Mraz, Niels-Henning Ørsted Pedersen, Bireli Lagrene e tanti altri.

In ogni caso le sue performance più sentite sono, a parere di chi scrive, da ricondurre in primis alle realizzazioni in solo e, immediatamente dopo, alla forma del Trio, così come in questo splendido Pianism con gli esperti Palle Danielsson ed Eliot Zigmund, abili a tornire l’animo inquieto e cristallino di un uomo fragile dal destino segnato da una strana maledetta malattia che lo ha tolto fra di noi a 36 sofferti anni, l'osteogenesi imperfetta, malattia genetica anche nota come "Sindrome delle ossa di cristallo".

Dopo aver registrato nel 1984 “Live at the Village Vanguard” (superba l’interpretazione di Nardis, capolavoro del Miles Davis modale), il Trio, dopo 32 concerti in 40 giorni, entrò in studio per incidere soprattutto composizioni del pianista francese, urgenza di Michel per dar nuove colorazioni alla melodia principale, toccando e ridisegnando la lezione stilistica di Bill Evans proponendo uno studio ritmico completamente personale, forte del supporto armonico del contrabbasso e della fluida leggerezza dei piatti. Una tangibilità emozionante, in impeccabile equilibrio con la ritmica, nella versione in torrenziale swing di Night and Day di Cole Porter (uno degli autori più amati da Michel) ove il flusso emotivo del dialogo tra gli strumenti raggiunge punte d’intensità  stratosferiche, del resto annunciate dall’iniziale The Prayer nella quale la straordinaria capacità cromatica  di Petrucciani si evolve in un distinguo suo proprio, che poi raggiunge penetranti articolazioni sentimentali in uno dei suoi pentagrammi più riusciti, Our Time.

C’è da dire che Michel, artista con chiara visione di se stesso e dello stimolo luminoso del jazz come fenomeno in grado di esprimere bellezza ed istintività a 360 gradi, non deborda mai, proprio mai, in enfasi solistica, avendo grande rispetto dell’interplay, dei musicisti scelti per interpretare  figurazioni che, pur segnate da un’ inconfondibile traccia personale, vivono in simbiosi, e dalla collaborazione sembrano trarre il piano ultimo dell’inventiva, del Pathos, della felicità del far musica.

Partners migliori Michel non ne avrebbe potuti scegliere (Palle Danielsson già membro del quartetto europeo di Keith Jarrett e dunque aduso al linguaggio lirico crepuscolare, Eliot Zigmund dal 1975 al 1979 composto ed elegantissimo batterista prediletto dall’amato Bill Evans, il Maestro, l’Ispiratore) sempre disposti ad accompagnare le sue idee, anche quelle più dense di quell’energia, di quella naturale estroversione lanciata in Face’s Face e nelle classiche Night and Day e Here’s That Rainy Day, tanto perché Michel non avrebbe mai rinunciato a dar nuova voce alle pagine più importanti dei suoi avi in pectore (Cole Porter, Johnny Burke e James Van Heusen, alla pari del demiurgo-padre Duke Ellington).

Ma la curiosità di Michel era pari alla sua attitudine allo studio ed alla ricerca, animo candido e vivace, animo tanto rinascimentale quanto romantico, e dunque non sorprende l’omaggio alla musica brasiliana, dionisiaca per eccellenza, così vicina al suo canto interiore di tenerezze e distopie, di cristalline brillantezze e nebulose solarità: Regina, finale dedicato alla grande vocalist di Porto Alegre, “Furacão" (uragano) e "Pimentinha" (peperoncino)  di una Bossa Nova sempre nel cuore, Elis Regina, dimostrazione di come si può vivere e morire di passioni, di dubbi, di alcol e cocaina come sostituzione della disobbedienza.

Michel morì a New York il 6 gennaio 1999 in seguito a gravi complicazioni polmonari. E’ sepolto nel cimitero parigino di Père-Lachaise, accanto alla tomba di Fryderyk Chopin (non ne conosciamo il motivo ma di certo non è un caso).

Questo uno dei modi migliori per ricordarlo: gli abbagli della vita, della forza interiore che vince la disabilità, della gioia di partecipare, della sana euforia, dell’ebbrezza della passione, dello slancio esistenziale per un’arte fondata sui valori  della μουσική, acustica dell'arte di ideare e dell’urgenza di descrivere il mondo e, innanzitutto, se stessi.

Fabrizio Ciccarelli

Michel Petrucciani - pianoforte

Palle Danielsson – contrabbasso

Eliot Zigmund – batteria

The Prayer – 11:13 (Michel Petrucciani)

Our Tune – 7:03 (Michel Petrucciani)

Face's Face – 4:41 (Michel Petrucciani)

Night and Day – 9:25 (Cole Porter)

Here's That Rainy Day – 8:20 (Johnny Burke, James Van Heusen)

Regina – 9:13 (Michel Petrucciani)

Qui l'intero album: 

https://www.youtube.com/watch?v=U35Blbgpd2k&list=OLAK5uy_ksCYczI5463TYu9RdN1xqNyeZFp9x8WGQ

 

 

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