Visite: 862

Più di Dio la musica 

E.M. Cioran, Ultimatum all’esistenza. Conversazioni e interviste (1949-1994), a cura di Antonio Di Gennaro, La Scuola di Pitagora editrice, Napoli, 2020, pp.480. 

Tempo fa, proprio su queste “pagine”, parlando del rapporto tra Emil M.Cioran e la musica*, avevo ricordato un aforisma tratto dal suo libro Sillogismi dell’amarezza:

“Perché frequentare Platone, quando un sassofono può farci intravedere altrettanto bene un altro mondo?” 

Provocatorio e pieno di grazia, di poesia e di leggerezza, questo aforisma sfata la convinzione platonica che l’arte ci porti lontano dalla verità. Anzi, se la verità sta da un’altra parte, più e meglio di Platone e dei filosofi, sarà la musica a portarci lassù.

La musica, insieme alla mistica, è la via prediletta per uscire dall’apparenza di questo mondo e per metterci in contatto con qualcos’altro. Se poi quest’altro è Dio, un essere o un’assenza, è tutto da vedere per uno che come Cioran si è sempre definito un metafisico senza oggetto, un mistico senza Dio.

La centralità della musica, come fonte di ispirazione e di evasione, resta del tutto confermata in un importante volume di conversazioni e interviste appena uscito per “La scuola di Pitagora”, a cura di Antonio Di Gennaro, uno dei maggiori studiosi del filosofo rumeno.

Tra ricordi di vita e riflessioni esistenziali (ma non esistenzialiste, l’impegno così com’è inteso dall’orientamento sartriano ha sempre fatto ribrezzo a Cioran) scorrono le note di una passione assoluta, forse la madre di tutte le passioni, sicuramente quella che più resiste nel tempo, e che dà un senso allo stare su questa terra senza ordine e senza progetto.

Veniamo a sapere che Cioran si è misurato con l’apprendimento di uno strumento (il violino prima, poi lasciato per il sudore che gli procurava alle mani, e il flauto poi) ma senza particolare talento; che, pur vivendo gran parte della sua vita a Parigi, dove si trasferisce ancora universitario per restare universitario a vita, porta dentro di sé la musica delle origini, quella magiara e quella russa, della quale il ballo (in particolare il cazacioc) è una componente fondamentale; che ascolta di tutto, dalla classica al fado, con una predilezione per Brahms, Ravel, Debussy ma in particolare per Bach a partire dal quale la Germania avrebbe potuto e soprattutto “dovuto avere un’altra storia”. 

Colpisce, soprattutto, quanto la musica tenga legato il filosofo alla vita se è vero che “al di fuori di essa nemmeno Dio ha più importanza per me”. Dato l’ultimatum all’esistenza (è questo il titolo della raccolta), non resta che la musica e poco altro.

Sembra quasi, per ritornare a Platone, che la musica sia per Cioran come il carro con le ali sul quale salire per salire ancora più su, sulle vette del brivido mistico, sulle cime dello spirito dove l’anima cerca l’estasi e può raggiungerla solo perché si è sollevata dalla terra, liberata dal corpo e dalla soggettività ed è diventata veramente essenziale, aerea, pura e musicale.

“La musica – leggiamo – mi ha sempre appassionato. Offre l’illusione della speranza, del disprezzo, del nulla”.

Ma anche su di essa, alla fine, scende come la notte la tragica lucidità di un filosofo che mai ha voluto definirsi filosofo, per una sua naturale idiosincrasia con la professione e con l’accademia, l’amaro disincanto che gli fa dire: “La poesia, come la musica, è alle nostre spalle”. 

Stefano Cazzato 

*

 

Accesso Utenti