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Recensioni
Marcello Allulli Trio feat. Fabrizio Bosso
“Hermanos” (Zone di Musica 2011)
di Andrea Valiante
+ Intervista a Marcello Allulli
di Fabrizio Ciccarelli
Marcello Allulli: sax tenore Francesco Diodati: chitarra/loops Ermanno Baron: batteria
Fabrizio Bosso: tromba/electronics Glauco Venier: piano (track 14) Antonio Jasevoli: chitarra (track 15) Coro Hermanos (tracks 6, 13)
Lavoro di spessore culturale e di significativa piacevolezza, Hermanos rappresenta qualcosa di veramente nuovo nel jazz contemporaneo. Il M.A.T. (acronimo del Marcello Allulli Trio) è un ensemble sperimentale risoluto e di concreto effetto, guidato e costruito con stimolante creatività dal band leader, compositore di tutti i brani (eccetto “Inno”, canzone tradizionale irlandese, e “Time”, composta da Tom Waits ed arrangiata seguendo pennellate morbide e leggere dalle cromature puramente jazz, che riescono a mantenere i sapori malinconici e suadenti della poesia waitsiana).
Tra gli ospiti che hanno partecipato alla registrazione spicca l’eccellente trombettista Fabrizio Bosso, da sempre attratto dalle sofisticatezze della sperimentazione blue ed ai prodotti di casa italiana di maggiore qualità. Non sono però da meno il pianista Glauco Venier ed il chitarrista Antonio Jasevoli, partecipi non secondari al progetto.
L’hard bop che traspare dalle evoluzioni corali, effusive, armonicamente squillanti e tornite, trasporta verso melodie e sensazioni classiche. Dai costrutti essenziali e profondi è l’elemento noise a risultare il punto di creatività preminente, quella marcia in più che definisce le innovative concezioni di questo lavoro.
Frasi reiterate ma mai ripetitive, scioltezza melodica, ritmi serrati, tematiche pensate e pensanti, ragionate sulla base di uno studio delle forme classiche come genesi di un percorso più approfondito, che si svincola attraverso sentimenti di lirismo umani, profondità della coscienza e dell’umiltà del sentimento antropologico: di questo inflesso sentire è espressione totale la costruzione limpida degli arrangiamenti di Allulli, portata in atto grazie alla libertà partecipativa nell’interplay ed alle sensazioni sonore definite da Francesco Diodati ed Ermanno Baron, alle quali si accostano le coloriture siderali di Fabrizio Bosso, egregiamente a suo agio nell’utilizzo dei linguaggi e delle evoluzioni bop con i quali la band dialoga incessantemente.
Con il brano d’apertura “E.E.” Allulli comunica immediatamente il suo pensiero musicale, la sua concezione sperimentale della ricerca armonica e sonora fatta di costruzioni vibranti, impasti sonori sghembi ed affascinanti, roridi di un sound spesso acre ed elettrico, sintetizzato con ardito senso dello spazio dagli effetti di Bosso e Diodati, quest’ultimo in particolare esecutore originale ed attento nel dar vita ad una personalizzazione stilistica di interessante livello creativo.
Un intro accompagna i brani principali, affidati in sequenza ad ogni singolo strumentista del quartetto (tre più uno, Bosso): eminente l’ondeggiare sinuoso di Allulli nella prima “Intro..”, lucido, malinconico serpeggiare di arpeggi (si perdoni il calembour) che sfuma, introducendo il brano, nella ballad “L’Ultimo Sogno” e la sua brillante malinconia in evidenza tra le fumose atmosfere impresse dalle armonie dei fiati.
Emblema delle concezioni stilistiche e delle sensazioni emotive che il trio ha voluto costruire nella registrazione sono i brani “Hermanos” e “7 Agosto”, eseguiti con la partecipazione del coro Hermanos, ove emerge uno spleen dal sapore popolare che si presenta con lineamenti colti, dai raffinati e coinvolgenti costrutti filologici, in cui le linee corali appaiono struggenti e affascinanti nel profondo lirismo e nella limpida naturalezza espressa dall’armonia vocale.
Vivace e meditativo, elaborato e diretto, completo e di grande interessante artistico. Questo è il lavoro del M.A.T. Trio, un ensemble che con eleganza si pone in evidenza tra le ultime produzioni discografiche italiane. Ne sentiremo parlare ancora molto.
Intervista a Marcello Allulli
di Fabrizio Ciccarelli
Da dove inizia questa tua ricerca compositiva, così vicina al modale ma anche all’introversione di un certo hard bop vibrante e notturno?
Penso che la mia vera ricerca stia nell’ascoltare più musica possibile e ascoltare cosa succede intorno a me ,sia nel mio paese che nel mondo ,e questa mia ricerca mi ha portato a comporre il modale E.E. ,il bluesy Ultimo Sogno , la canzone Hermanos dal richiamo popolare , Madrid dall’ atmosfera medio-orientale…Sono tutte composizioni , diverse fra loro,anche stilisticamente, ma rappresentano in maniera sincera una parte della mia vita e il trio fa da collante a tutte queste “storie”…
Molti andamenti emotivi nel tuo album, molte sensazioni di modernità: qual è il tuo rapporto con la tradizione delle blue notes?
La tradizione per me è la base dell’uomo , io ho un rapporto costante ,un rispetto profondo , i primi dischi che ho comprato sono dei grandi della storia del jazz: Lester Young , Ben Webster , Dexter Gordon e Sonny Rollins, il grande maestro da cui ho attinto in maniera viscerale..
“Time”, un senso del tempo che scorre e che torna senza memoria…a chi dedicare il tuo solo così intenso e perché rileggere la magnifica ballad di Tom Waits, uno dei musicisti più originali ed intelligenti dei nostri giorni ?
Perché Tom Waits è un poeta , la sua musica mi fa sognare , mentre registravo in sala pensavo intensamente alla sua voce , al testo, ho cercato di esprimere col sax il suo concetto musicale , fatto di immagini che si rincorrono..e’ un omaggio alla sua bellezza!!
B.B. come Be Bop? Un frammento di Parker rivisitato alla luce della destrutturazione free? Oppure…
B.B. come Bela Bartok : suonando una sua composizione per due violini ho preso ispirazione da una piccola cellula tematica del brano cambiando poi la tonalità da minore a maggiore e ispirandomi poi stilisticamente al grandissimo maestro che è Ornette Coleman.
L’album sembra talvolta assumere le sembianze di un “live in studio”: il “calore” dell’esecuzione potrebbe mai farne a meno?
Le tracce dell’album sono tutte “ first take” , dal primo giorno in poi il trio ha avuto l’apporto umano di tanti amici musicisti che sono venuti a suonare e cantare e la musica ne è stata sicuramente arricchita . Questo e’ il concetto che il trio cerca di riproporre ogni volta che suona dal vivo: coinvolgere il pubblico in un continuo scambio di emozioni.
“Inno”, un timbro “vocale” radicale nel pensiero improvvisativo: un pathos affidato all’interplay col pianoforte secondo un cromatismo minimale e onirico. Un “tempo ritrovato” nella memoria degli affetti?
Si assolutamente si!! 20 anni fa circa incontrai un cornamusista che mi diede una cassetta con questa bellissima ballata irlandese e da allora ,ogni volta che mi si e’ presentata l’occasione l’ho riproposta dal vivo!e finalmente l’ho registrata con Glauco, il miglior compagno di viaggio…
Da un punto di vista stilistico a quali musicisti ti senti più vicino?
Forse ti sembrera’ strano ma ammiro tantissimo i cantautori ,voci come Silvio Rodriguez , Tom Waits, Mercedes Sosa,Fabrizio De Andre che mi hanno influenzato sia nel mio modo di suonare (vorrei tanto suonare il sax come una voce!)ed anche nello stile compositivo…
Comunque sopra a tutti c’e’ J.S.Bach , che ascolto e studio sia al sax che al piano tutti i giorni..
Dobbiamo considerare questo album un’intuizione o l’inizio di una ricerca di sonorità “differenti”?
Spero entrambe!!… sicuramente sento presenti tutte e due le componenti ,la prima sta soprattutto nella scelta degli ospiti e la seconda e’ frutto di un lungo lavoro fatto con Francesco ed Ermanno.
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