Recensioni
Roberto Magris Quintet
“Morgan Rewind: A Tribute to Lee Morgan vol.1” (Jmood 2011)
di Stefano Cazzato
+ Intervista a Roberto Magris di Fabrizio Ciccarelli
Brandon Lee - trumpet Logan Richardson - alto sax Roberto Magris - piano Elisa Pruett - acoustic bass Albert “Tootie” Heath – drums
1.Croquet Ballet; 2.Party Time; 3.Desert Moonlight; 4.Lee-Too; 5.Ceora; 6.Hocus Pocus; 7.Eclipso; 8.Mr.Kenyatta; 9.Lee Morganized; 10.Audio Liner Notes;
Sono in molti a pensare che se il trombettista americano Lee Morgan non fosse morto prematuramente all’età di 34 anni, avrebbe fatto vedere ( e sentire) cose straordinarie. Ma quando Lee Morgan venne ucciso nel 1972 in una sparatoria allo Slugs’ aveva già fatto vedere (e sentire) cose straordinarie. Innanzitutto si era distinto per un’attività febbrile, con numerosi dischi a proprio nome (The Sidewinder, Search for the New Land, Live at the Lighthouse) e diverse presenze in dischi altrui, partecipando, seppure per un breve periodo, al progetto dei nuovi Jazz Messengers con Art Blakey e Wayne Shorter; aveva contribuito in modo decisivo al successo di un’etichetta giovane ma prestigiosa come la Blue Note di cui era diventato uno dei pilastri; si era rivelato come un solista sicuro e originale, capace, da un lato, di far tesoro della lezione di maestri come Fats Navarro, Clifford Brown, Dizzy Gillespie e, dall’altro, di lanciarsi in assolo inaspettati e estremi, facendo già intravedere dentro una formazione bop la musica del futuro (quella combinazione di jazz, funk e blues che prese poi il nome di hard bop e, in modo diverso, di soul jazz). Così parla di lui il grande critico britannico Richard Cook: “Morgan si esprime ovunque con una combinazione entusiasmante di vitalità e lirismo”, aggiunge alla tradizione “una scintilla personale di spavalderia” e “ si discosta da quello che ci si potrebbe aspettare da un giovane”.
Sulle tracce di un musicista così talentuoso ed esuberante, stilisticamente diverso da Miles Davis ma in grado di competere benissimo con lui, si è messo il pianista e compositore triestino Roberto Magris; trascinato da un’antica passione per Lee Morgan, Magris ha trascritto e arrangiato la sua musica, lavorando anche su nuove composizioni; ha radunato quattro eccellenti strumentisti della scena americana (Elisa Pruett, Brandon Lee, Logan Richardson e “Tootie” Heath, compagno d’inizi di Lee) e ha realizzato questo tributo (cui ne seguirà un secondo) per l’etichetta di Kansas City “Jmood” di Paul Collins.
Nell’epoca delle contaminazioni, della world music, del sincretismo, spesso atteggiati in maniera modaiola, è stato coraggioso ritrovare e rinnovare lo spirito degli anni ’50 e’60, andando a esplorare quella importante fase di evoluzione del linguaggio jazzistico moderno che fu il passaggio dal bebop all’hard bop e che ebbe il suo centro nella città di New York. Quelli furono anni di sperimentazione, di ricerca, di apertura che sfornarono un numero veramente impressionante di personalità e di talenti, tra cui Lee Morgan.
Uso la parola “ritrovare” perché quel jazz è merce preziosa quanto rara nel panorama odierno. E uso la parola “rinnovare” perché ogni ritrovamento, persino il più filologico, non è una ripetizione ma una nuova creazione. Almeno questo è lo spirito del jazz. E questo è lo spirito con cui un pianista di valore come Roberto Magris intende il jazz come si evince dalla bella intervista che ha concesso a Fabrizio Ciccarelli in cui, oltre a parlare di sé, dei suoi riferimenti e della sua intensa attività oltreoceano, sottolinea l’importanza dell’improvvisazione come momento in cui i musicisti dialogano tra loro e trasformano, a partire dalla propria poetica e cultura musicale, ciò che suonano. E questo è quello che Magris e compagni hanno fatto, con risultati davvero notevoli. Hanno ritrovato una musica che non conosce l’usura del tempo e l’hanno incrementata e rinnovata.
Non un jazz d’epoca, dunque, ma un jazz che ricrea ai nostri giorni l’atmosfera di un’epoca con una freschezza inconsueta e con un grande senso del ritmo e della melodia: questo è Morgan Rewind, un disco autentico e attualissimo che, come i più pregevoli esempi di hard bop, riesce a comunicare in modo immediato, e tra le cose che comunica (ascoltare Ceora, tanto per avere un esempio) ci sono l’entusiasmo per l’arte e per la vita, l’emozione e la felicità.
Stefano Cazzato
Intervista a Roberto Magris di Fabrizio Ciccarelli
Perché hai sentito di ricordare uno dei più grandi trombettisti del jazz moderno, come Lee Morgan?
Me lo ha chiesto il produttore della JMood, Paul Collins, e siccome fin dagli anni 70 ero stato un ammiratore in tempo “diretto” di Lee Morgan ho accettato volentieri. Lo so che negli ultimi tempi c’è stata una sua riscoperta. È uscito un bel libro su di lui, ma un tributo su cd che riprendesse e rielaborasse la sua musica, ancor oggi di attualità, ancora mancava. Questa è stata l’intuizione della Jmood ed a me la cosa che ha fatto ancor più piacere è che la chiedevano ad un pianista italiano e non ad un Jason Moran, per fare un esempio.
Che tipo di lavoro hai operato sui pentagrammi di Lee Morgan?
Innanzitutto , alcuni brani li ho trascritti personalmente dai dischi in quanto non esisteva nessuno spartito da cui partire. poi ho completamente rielaborato ogni singolo brano, anche se ad un primo ascolto la cosa non si nota e magari tutto suona “normale” (il che è esattamente quello che volevo). Qualche esempio? Ho scelto un quintetto di tromba più sax contralto (combinazione mai usata da Lee Morgan) anziché tromba più sax tenore (quella tipica prediletta da Morgan) e con un Logan Richardson dal sound più vicino a Eric Dolphy e per certi versi inaspettatamente a Lee Konitz piuttosto che un sassofonista di scuola Wayne Shorter/Joe Henderson… e poi, passando ai brani contenuti nel cd, ad esempio “Croquet Ballet” è riarrangiato in uno swing in 4/4 di tempo medium-up anziché nell’original ¾ jazz waltz a tempo medio, con una revisione completa del tema e dei voicing… lo so, al primo ascolto nessuno lo nota… ma è proprio qui il bello per me, visto che rimettere le mani in modo coerente e funzionale su materiale storico di questo tipo è una sfida non proprio facile… idem per “Ceora” ecc…. per non parlare dei 2 originals… (Tootie Heath dopo averli suonati mi ha detto che non conosceva questi due brani di Lee morgan….ahahaha)
Gli assoli “alla Morgan” o che, comunque, risultano coerenti con lo stile del grande musicista, sono stati concordati o sono frutto di un “sentire” proprio del bravissimo Brandon Lee, magari sotto il tuo “consiglio”, diciamo così?
Nulla è stato concordato ed ognuno ha suonato secondo il proprio modo personale di rapportarsi a quella tradizione del jazz moderno rappresentata da Lee Morgan. Certamente ha contato la cultura e la preparazione personale sull'argomento, oltreché la voglia di rischiare e di mettersi in gioco senza doversi paragonare agli "originali". Del resto la musica di Morgan, con pochi aggiustamenti, è fresca e funziona ancor oggi. Poi il modo di improvvisarvi è tutt'altro che scontato ed appartiene sempre alla sfera di conoscenze ed ispirazione personali di ciascun solista. Avere poi Tootie Heath alla batteria ha dato una base di continuità generazionale a tutto il discorso.
L’atmosfera che con la tua band volevi raggiungere era quella di un “live” o di un “live in studio”? A vantaggio dei lettori, spiegaci la differenza….
La differenza, in modo molto diretto, è tutta economica... se hai soldi a disposizioni, fai e rifai, suoni e risuoni, finché non viene come hai deciso che debba venire... questo è un procedimento che a me non piace perché lo trovo in contrasto con lo spirito del jazz, nel quale oggi viene così e domani viene diverso... Idris Muhammad mi ha regalato una massima che ho fatto mia: "the magic is in the first take". Certo, se c'è qualche errore grossolano, accetto anche di fare una second take ma comunque, con me la terza take non esiste. e, con la Jmood, sono tutti d'accordo (anche perché vige il vecchio sistema Blue Note: 3 ore in studio per avere 1 ora di musica finita da missare. Questo è il mio sistema... del resto Mingus faceva di peggio ed il risultato non era male... scherzi a parte, certo, il mio concetto in studio è quello di suonare come se si fosse dal vivo e, come dal vivo, se uno sbaglia qualcosa se lo tiene, quindi meglio non sbagliare... qualche piccola imperfezione se c'è da aggiustare, lo si può fare, ma il jazz è una musica suonata ed improvvisata in diretta e quindi ogni solista deve sparare le sue cartucce nel migliore dei modi... del resto, se uno si autoproduce, paga lui e può stare in studio anche un mese se lo desidera, se invece paga un produttore, i dischi si fanno in 3 ore o giù di lì. Poi, un disco è come un figlio, quando lo hai fatto te lo tieni per tutta la vita... ma questo al produttore in genere non interessa…
Condivido il tuo modo d’interpretare lo spirito dell’esecuzione; del resto incidere e fare e rifare fanno perdere il senso del “discorso” musicale. Tanto varrebbe fare come spesso accade nel pop o nel rock: sovraincidere magari files prodotti da musicisti distanti fisicamente fra loro, finché non arriva il “pacchetto” gradito…non è più musica, allora, è solo una costruzione meccanica priva di anima. I lettori si chiederanno, allora, “cos’è l’improvvisazione ?”, “quanto conta l’interplay, l’interazione, per realizzare un brano che abbia anima?” Nessuno meglio di te può rispondere…
Il jazz è un linguaggio, e quindi, prima di ogni altra cosa, per interagire i musicisti devono conoscere quel linguaggio e poi, all’interno degli stili, possibilmente anche le varianti dialettali… poi, chiarito in che lingua si parla, inizia il discorso, che è un dialogo, cui tutti intervengono dando il proprio contributo. Naturalmente il dialogo deve essere costruttivo per portare ad un risultato e l’argomento (la composizione) interessante e stimolante. Provando ad interpretare la musica jazz in questa maniera, ci si rende più facilmente conto di come a volte dei musicisti parlino tra di loro lingue diverse e non si comprendano o come il discorso non porti da nessuna parte o sia semplicemente fine a se stesso… e avanti cosi…poi, secondo il mio personale approccio, i presupposti nella costruzione di un assolo (ma anche della musica jazz in generale) sono i seguenti: al primo posto c’e’ il ritmo, al secondo posto c’è la melodia ed al terzo posto c’è l’armonia. se si trasferisce tale concetto a quello che hanno fatto i musicisti del free jazz, destrutturando l’organizzazione musicale per aprirla progressivamente a spazi di liberta espressiva, ci trovo perfetta corrispondenza, in modo inversamente proporzionale. Mi spiego: Ornette Coleman, il primo a cimentarsi con l’argomento, ha destrutturato l’armonia (mantenendo la melodia ed il ritmo), poi c’è stato chi ha destrutturato anche la melodia (ad esempio l’Art Ensemble of Chicago) mantenendo però il ritmo (Don Moye e le percussioni “in tempo”) ed infine che ha destrutturato anche il ritmo (il free jazz europeo)… e così, anche “storicamente”, i conti mi tornano… senza per questo voler dettare “regolette” ad una musica che per definizione è improvvisata, ovviamente… ma giusto per cercare di offrire qualche spunto di riflessione in più……
Se dovessi pensare ad un altro “grande” da ricordare, a chi penseresti?
Beh, ho già registrato lo scorso un lavoro su Cannonball Adderley, rivistando i suoi classici “soul” e “funk”, divertendomi un sacco. alla batteria c’era Alonzo “Scooter” Powell (già con Sting, Santana e vincitore di alcuni Grammy assieme a Norman Brown) e il contesto musicale è appunto più soul-funk, ma non per questo meno ricco di assoli e spunti jazzistici da parte dei solisti (Jim Mair al sax contralto ed Hermon Mehari alla tromba). Insomma, una cosa divertente, anche con un occhio commerciale (secondo l’input del produttore), ma sempre un omaggio sincero (e meditato… con arrangiamenti “ad hoc”) ad un grande del jazz, oggi un po’ ingiustamente sottovalutato. Altri grandi ce ne sono tanti, troppi, da ricordare. Da ricordare, appunto… nel senso che alcuni di loro sono caduti nel dimenticatoio… mi vengono in mente – essendo un pianista – tutta quella serie di incredibili personaggi come Elmo Hope, Dick Twardzik, Joe Albany, Herbie Nichols, Mal Waldron, Tadd Dameron, Dodo Marmarosa e tanti altri che hanno fatto da contorno a Bud Powell ed a Thelonious Monk nell’epopea del be-bop, portando il loro interessante contributo con un proprio personale approccio e creatività, pur all’interno del fenomeno del bop, che indirettamente ha influenzato il jazz degli anni 60, giungendo fino a noi (parlo di Bill Charlap, Jason Moran, Jan Lundgren, Alan Broadbent, il sottoscritto…) tramite musicisti come Jaki Byard, Tommy Flanagan, Kenny Drew, Andrew Hill, Randy Weston, Denny Zeitlin, per certi versi anche Steve Kuhn…
Cosa ne pensi della situazione attuale della musica in Italia? Ovviamente te lo chiedo in riferimento alle blue notes, ma non solo…
Come tendenza particolare della scena jazz italiana, vedo una sopravvalutazione del concetto di fare cose strane e creative (il che spesso coincide con il fare le cose più facili per chi le suona e per chi le ascolta) e una sottovalutazione di quei musicisti chi prendono a riferimento (per copiarla, per modificarla, per dissacrarla, per superarla) la tradizione del jazz… questo perché conoscere la tradizione del jazz, i suoi stili, le sue vicende, avere un proprio gusto e le proprie preferenze in ambito jazzistico, anche motivandole sulla base di un ascolto protratto nel tempo, di una competenza acquisite, di una passione coltivata, comporta una “fatica” ed un “impegno” intellettuale che si tende a bypassare …meglio cogliere l’attimo e farsi un’idea mettendo tutti gli attimi uno di fila all’altro. In tale ottica, che nel segno della globalizzazione sta prendendo piede un po’ dappertutto, l’approccio virtuosistico allo strumento funziona sempre (vedasi Hiromi… che se vivesse nell’Oklahoma sarebbe la pianista più veloce del West…). e poi finisce che ben pochi hanno gli strumenti conoscitivi e l’esperienza di ascolto per rendersi conto che per aver una tecnica strumentale pazzesca alla fine… “basta” studiare… mentre per suonare a tempo medio-lento un qualcosa di originale e sensato su ‘Round about Midnight o su Lush life lo studio della tecnica strumentale non basta. Comunque, senza accentuare gli aspetti critici generali succitati (me lo hai chiesto tu un parere tecnico visto dall’interno va chiaramente sottolineato che l’Italia è oggi un’isola felice per il jazz, siamo pieni di ottimi musicisti e la parola “jazz” è presente come non mai nella nostra società con un significato positivo (mi ricordo com’era la situazione 30 anni fa…). Forse dovremmo prenderne atto con più maturità e fare la scelta di abbandonare la tendenza all’autoreferenzialità tipicamente italica, ed invece cercare di coltivare un pubblico di competenza e qualità sempre più vasto… senza preoccuparsi di quello “estivo” o di far concorrenza al Festivalba”… ed in questo ci si devono mettere d’impegno ed in onestà intellettuale, in primis, i musicisti e poi la critica specializzata di settore… da quel che vedo, le cose – a parte i soliti “creativi” – stanno fortunatamente andando proprio in questa direzione, e quindi sono sostanzialmente ottimista.
Personalmente ipotizzo la possibile creazione di un “jazz mediterraneo” che mi sembra di intravedere in albums di alcuni musicisti dell’area centro-meridionale del Mare Nostrum. che ne pensi? Può essere l’inizio di un nuovo stile che “parli” di una cultura più ampia? Il jazz, per sua natura, non può rimanere in ambiti già ampiamente esposti, come diceva Thelonious Monk.
Vedo la questione da un’ angolazione diversa. per me il jazz è la musica della “città” e della società industrializzata, della modernità in continua evoluzione. Scendo dall’auto ed entro in un club, apro il giornale ed ascolto del jazz in sottofondo… non mi vedo un pastore evoluto che suonando il flauto fa propria la lezione di Roland Kirk e non vedo neanche un gestore di un rifugio alpino che all’alba, guardandosi le montagne, gli viene voglia di ascoltarsi Ascension o Kind of Blue… quindi, è una questione di contesto… una musica, qualunque musica, appartiene alla cultura ed al contesto sociale che l’ha prodotta, ed al di fuori di ciò ha un senso solo a livello di “testimonianza” di diversità . Il jazz è nato e si è sviluppato parallelamente allo sviluppo industriale di una società multietnica ed è quindi la musica della società urbana americana… diventando, con il passare del tempo (ed affiancato, per certi versi, dalla musica rock) la musica della società urbana in tutto il mondo. Ogni musicista jazz, per come la vedo io, è un caso artistico a sé all’interno di una cornice comune e formalmente condivisa; certo esistono delle influenze culturali, anche di base, diverse, ma non è una certa cultura che entra nel jazz, ma è il musicista che assume e rielabora elementi che trae da una determinata cultura, portandoli nel suo mondo personale e nel contesto dell’improvvisazione jazzistica. Faccio un esempio per me emblematico: il bellissimo disco From Sweden with Love dove Art Farmer, assieme a Jim Hall (due americani), prendono delle melodie popolari svedesi e le portano all’interno del mondo del jazz. Ecco, senza entrare nel merito della valenza e del livello artistico, le varie proposte – oggi cosi diffuse anche nei festival jazz italiani – che rielaborano ed accostano al “jazz” melodie popolari o strumenti folkloristici (launeddas, flauti, fisarmoniche, orchestre balcaniche ecc.) secondo me non portano nessun contributo di crescita o di sviluppo alla musica jazz, trattandosi sostanzialmente di incontri tra musicisti che parlano lingue diverse e trovano terreno comune quasi sempre solo sul piano dell’improvvisazione libera o su semplici armonie di base… e mi riallaccio a dicevo prima in tema di linguaggio, fermo restando che sulla base dell’esperienza storica (…) dall’incontro tra due lingue diverse quasi mai ne è nata una nuova. Concludendo: non credo. Ci sono elementi culturali di base, ovviamente, comuni non solo tra i “mediterranei” ma anche tra i “mitteleuropei” , tra gli scandinavi, ecc., ma questo, secondo me, nel jazz ha solo un senso di appartenenza geografica e di riferimento alle varie scene jazz locali. il jazz scandinavo ha un Jan Garbarek ma anche un Jan Lundgren ed ha avuto un Lars Gullin ed un Bengt Hallberg e quindi, esattamente come negli USA dove il jazz è nato, anche in Scandinavia c’è chi è posizionato nel revival, chi nel mainstream e chi nell’avanguardia, il tutto in modo consequenziale e dinamico rispetto alla vicenda e tradizione del jazz. La tua idea di un jazz mediterraneo, quindi, è affascinante ma necessita, per divenire realtà suonata, di concreti elementi musicali caratterizzanti che entrino permanentemente all’interno del lessico del jazz, modificandolo nel suo complesso (ad esempio un sistema improvvisativo, un nuovo “modo”, un nuovo “stile”…). Oggi, riflettendo sulla musica e sulla società attuale, potrei prevedere piuttosto che i nuovi elementi arrivino non da un retaggio culturale che aiuti a diversificarsi in un mondo globalizzato, bensì a quel che ci riserva il futuro nel campo tecnologico della musica e degli strumenti musicali. In fin dei conti, ogni musica ha i suoi strumenti …basti pensare a Scarlatti ed al clavicembalo ed a Kenny Clarke e la batteria… ed al ruolo del sassofono in un’orchestra sinfonica …per cui, anche la tecnologia ha la sua parte…vedremo… la sfida passa ai giovani… che vanno incoraggiati sul piano della sperimentazione ….
Ti sentiresti coinvolto in un progetto “nuovo”, qualora le strutture predisposte dessero segni nuovi? Poco ci crediamo, ma tutto è possibile… Anche se posso sembrare “tradizionalista” di mente, di fatto sono molto curioso e disponibile verso il nuovo… ho inciso con rappers, ho suonato in Africa con musicisti tradizionali, ho usato strumenti e percussioni orientali, passando anche per le canzoni italiane in versione jazz, e per l’avanguardia free tedesca, il jazz dell’Europa orientale prima della caduta del Muro di Berlino, ho avuto una big band tutta mia ed in auto ascolto con piacere anche la musica country…. per cui, direi di sì, ma tenendo ben presente che Miles Davis è rimasto sempre Miles Davis…
Cosa si profila nel tuo orizzonte?
Spero una sacco di vendite dei miei cd da parte dei tuoi lettori che, dopo essersi chiesti “ma chi è mai questo tuttologo spara sentenze?”, vada nel sito web della Jmood (www.jmoodrecords.com ) a cercare conferme… e che per togliersi gli ultimi dubbi passi ad ordinare qualche mio cd…ahahahaha….Scherzi a parte, a fine ottobre ho in programma due nuove registrazioni negli USA, una a mio nome, dal titolo Aliens in a Bebop Planet ( Sun Ra e dintorni…) e poi Ready for Reed, assieme allo storico sassofonista Sam Reed, riscoperto nell’occasione dalla Jmood (il suo quintetto negli anni ’50 era composto daTted Curson, Bobby Timmons, Jimmy Garrison e Albert Tootie Heath…). Per cui, spero di continuare a divertirmi suonando a fianco di musicisti interessanti da cui imparare sempre qualcosa, continuando ad offrire a chi mi segue sempre cose piacevoli e stimolanti.
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