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Recensioni - Billie & Bessie – di Claudio Crialesi
Claudio Crialesi è da oltre venti anni psicolo-psicoterapeuta con formazione ad orientamento psicoanalitico. Nato a Roma e da tempo trasferito a Milano, è sin dall’adolescenza amante della musica ed ora appassionato, in particolare, del jazz.
Cosa può aggiungere uno psicologo clinico alle splendide biografie di Fabrizio Ciccarelli? Sovente chiediamo alle discipline psicologiche di rintracciare una spiegazione delle condotte umane. Siamo animati da un genuino desiderio di conoscenza o cerchiamo un facile conforto? Pensare ed incontrare noi stessi è impresa ardua e tortuosa, non a caso il grande viennese usava ripetere che gli artisti riuscivano ad esprimere con apparente immediatezza quanto con somma fatica cercavano di comprendere gli psicoanalisti. Non esistono risposte certe né algoritmi capaci di generare significati incontrovertibili; inevitabile generalizzare a partire da eventi peculiari in quanto la psicologia che desidera entrare in contatto con singole persone è immersa in esperienze uniche e mutevoli. Si corre il rischio di muoversi da un’induzione all’altra, un sano invito alla cautela e utile antidoto ai tanti venditori di pseudocertezze.
Billie è un’orfana poi, seppur manchino conferme, esposta a precoci commerci sessuali ed anche prostituta. La propria origine è segnata dalla mancanza, dal sospetto che quell’individuo non abbia desiderato la sua venuta al mondo; non sentirsi importanti al punto di averlo trattenuto, non sentirlo capace d’amore (non a caso scelse come nome d’arte quello del padre naturale). Bessie Smith perse sua madre quando aveva nove anni.
Un difetto originario non modificabile se non alleviato da buoni sostituti e da felici esperienze di vita, senza dimenticare l’imponderabile risposta personale al fluire degli eventi. Si potrebbe sperimentare tenerezza verso se stessi e muoversi nel mondo capaci di smaltire i colpi del fato. Altro sapore assume l’esistenza se permane un sentimento di vuoto; la rabbia; una spinta rivendicativa.
Sentirsi vuoti è una percezione inquietante con cui è difficile empatizzare. Chi la vive è sempre insoddisfatto, non riesce a gioire di momenti felici; sovente può immergersi negli episodi della vita, ma sempre avvolto da un male di vivere e dipendente dal fortuito, poco capace quindi di assorbire le delusioni. Persone ed eventi paiono meteore che illuminano i frammenti di una giornata. La rabbia e il risentimento possono essere tratti palesi del carattere o restare silenti, ma non meno potenti fattori distruttivi nei legami interpersonali. Il desiderio di pareggiare i conti, di eliminare le delusioni rendono tali persone esigenti e seppur segnate dal dolore, poco capaci di comprendere quello altrui. Possono abbandonarsi a condotte impulsive o mutevoli; altre volte prevale l’evitamento dei legami intensi. L’angoscia dell’abbandono può essere ingestibile e indurre manovre auto-protettive che esitano nella difficoltà di affidarsi; nonostante ci sia la consapevole e struggente ricerca dell’amore, della comprensione, della stabilità. Altre volte possiamo rintracciare una sorta di ingenuità, la facilità ad idealizzare individui a partire da qualità parziali. Bessie Smith ebbe tre storie sentimentali importanti, ma non sembra fosse felice; la sua stessa esistenza era un “blues” (dolore, nostalgia, sfrenatezza amara).
I commerci sessuali precoci sono eventi che possono “storpiare” la capacità di vivere in modo genuino ed armonico il piacere sensuale. La ricerca sessuata del piacere è subordinata all’identità e vissuta come espressione autentica. Ben altro valore assume la precoce esposizione a stimolazioni fisiologicamente legate ad un piacere, ma che risultino incomprensibili per una bambino o fanciulla. Si possono allora definire scenari nei quali più che di sessualità genitale si tratti di una facilità ad usare stimoli sensoriali ed il piacere orgasmico come lenitivi del dolore. Sovente l’apparente arrendevolezza al rapporto, la facilità di seduzione sono una forma distorta con cui la persona spera di trovare tenerezza e condivisione, seppur sempre tradite perché in un inconsapevole circuito autolesionista si replica la scena di un abuso: il fraintendimento di se stessi.
Non conosciamo cosa realmente l’affascinante Billie abbia vissuto e celato, eppure una vita sentimentale mutevole, deludente, e l’uso di alcool e sostanze segnalano una disperazione contro cui ha lottato come sapeva, come poteva. Sospendiamo ogni giudizio sulla ex-prostituta ed immaginiamo di avvicinarla a noi e di avvicinarsi a lei, come facciamo ogni volta che ascoltiamo le sue canzoni.
Non solo la diversità alla nascita, ma la diversità per appartenere alla comunità dei neri. Delle non-persone pronte per lavori umili, o sollevati dalla massa indistinta per allietare gli anglo-sassoni: i neri cantano o ballano bene ed altri stereotipi. Possiamo solo immaginare cosa abbia vissuto e non sappiamo quanto ne fosse consapevole. Quando il dolore o la gioia risultano stimolazioni eccessive, disturbanti, si trova una via per liberarsene: altre eccitazioni. Con l’illusorio compenso di poterle controllare; ecco allora una vita esaltata e sfrenata.
Non sappiamo quale ruolo possa giocare in queste situazioni il senso di colpa, l’inconsapevole e reiterata autopunizione, il divieto ad avere una serenità duratura. Certo le vite di Billie e Bessie (quasi coetanee) sembrano colorate da destini affini. Origini ed esperienze familiari all’insegna della deprivazione affettiva; l’anelito ad un amore che restituisca valore a se stesse; l’uso abnorme di droghe; un talento naturale: la propria voce, il respiro fatto melodia.
E potrà apparire sconcertante che una “traviata” come Billie Holliday o una irascibile e bizzarra Bessie Smith siano riuscite ad esprimere la propria creatività, siano riuscite a regalare sensazioni ora tenere, ora intense, al loro pubblico e infatti siamo ancora qui a parlare di loro.
Se ogni individuo è in sè contraddittorio può esserci qualcosa dentro che preme e chiede parola; desidera spazio per non morire soffocato. Cosa proverà chi canta?
Il suono, il ritmo, eventi primordiali che ci legano ai nostri fratelli animali; la voce, la parola e la musica espressioni dell’umano. Uno psicologo studioso dell’infanzia ha rilevato che nel linguaggio spontaneo delle madri (“motherese”) verso i loro piccoli o nelle canzoni erano preminenti intervalli di terza e quinta e le loro inversioni. Un esperto di jazz coglierà felici risonanze.
La creatività può essere un modo per risolvere problemi pratici o emotivi e non deve essere intesa solo nella sua versione sancita da un gruppo sociale; è a tutti gli effetti pratica della creatività quanto risulti nuovo, ed imprevisto, per ogni individuo. L’atto creativo si accompagna ad una presa di distanza dal conosciuto, implica uno stato mentale sospeso, capace di lasciarsi contagiare da emozioni inaspettate o idee impreviste.
La parola cantata è lì nel corpo pronta ad essere usata, spedita in cerca di orecchie e cuori. Le parole possono aiutarci a dare un senso alle esperienze ed il canto raggiunge angoli segreti. Possono vibrare corde emotive, entrare in scena ricordi, mentre immagini e pensieri si inseguono. Anche una vita disperata può trovare ristoro. Billie e Bessie hanno cercato di dare voce al loro mondo interno e per far questo non sono passate per un conservatorio musicale, anzi hanno conosciuto i margini polverosi di una società. Hanno poi conosciuto il successo, sempre tormentato perché i beni materiali non colmavano le assenze interiori; hanno poi conosciuto la caduta e il sentirsi delle sopravvissute.
Possiamo immaginare che il pubblico affezionato e sedotto dalle loro voci non desiderasse altro che sensazioni capaci di far superare il succedersi dei giorni. Questi pensieri ci permettono di avvicinare un altro tema: perché sovente la vita drammatica di un artista ci attrae? Può sorprendere la coabitazione tra l’espressione creativa, con le sue inevitabili idealizzazioni, e i “vizi” delle vite disperate delle nostre nere signore. Solo uno sguardo fugace può restare sorpreso nel contemplare le contraddizioni umane. Eppure non cessiamo di rimanere turbati perché qualcosa dentro di noi mira all’unità, all’armonia, non importa quanto illusorie. Vogliamo pensare che dentro di noi ci sia un luogo pacificato a garanzia della nostra continuità, a garanzia del nostro continuare a vivere.
Un desiderio di trasgressione, di superamento dei limiti, personali o condivisi da una società, è un potente fattore di seduzione. Immedesimarsi nella sfrenatezza, nei piaceri, nell’alterazione degli stati mentali, permette di sognare luoghi all’orizzonte capaci di sanare delusioni e monotonie. Il dolore o la gioia che leggiamo tra le pieghe del successo e del talento sono specchi (deformati e deformanti) nei quali ritrovare le nostre ferite, le nostre esaltazioni, i nostri silenzi. Le nostre amate-odiate abitudini ci proteggono, ma non possiamo interrompere il desiderio di un altrove e così ascoltiamo ancora le canzoni di Billie e Bessie. Possiamo assaporare solo bellezza e sentimento e dimenticare il dolore che ci accomuna.
Claudio Crialesi
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