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Recensioni
Pier Paolo Pozzi QuartetPier Paolo Pozzi Quartet

«Je volais je le jure – Tribute to Jacques Brel »
(Alfamusic 2011 - Egea distributions)

di Fabrizio Ciccarelli
Sebastien Jarrousse. sax & arrangments
Rémy Decormeille, piano & arrangments
Stefano Cantarano, bass
Pier Paolo Pozzi, drums & arrangements

Pur essendo tra i maggiori nomi della canzone d’autore, Jacques Brel raramente è stato ricordato in albums qualitativamente significativi, tanto meno nel jazz. Pier Paolo Pozzi, batterista, compositore ed arrangiatore di prim’ordine per sensibilità e creatività per andamenti melodici e frequentazioni musicali, dà vita ad un’interpretazione di costante tensione strumentale, mossa all’interno da un linguaggio essenziale e da una carica emozionale assorta ed esteticamente lirica e aperta in tenui versioni delle canzoni del cantautore belga, di per sé già di forte colore espressivo, testualmente spesso drammatiche e distinte da un forte vocabolario filosofico di segno esistenzialista.

Ci è caro ricordare Brel. Egli possedeva un istintivo senso della tensione trattenuta, mai di facile compiacimento, fuorviante per la moralità borghese degli anni 70, rabbiosamente silente nella proposizione del tema dell’amore disperato come nella notissima Ne me quitte pas, ben conosciuta al grande pubblico internazionale nella versione inglese If you go away nelle riletture di David Bowie, Shirley Bassey, Ute Lemper, Scott Walker, ed in Italia, patria poetica del sartiano chansonnier, Gino Paoli,  Patty Pravo (gran successo non solo commerciale di una bellissima Non andare via), Franco Battiato, Giorgio Gaber, Roberto Vecchioni, Rossana Casale e (Udite! Udite!) di Franco Califano – orribile la sua tensione maschilista dell’evergreen del compositore di Schaerbeek- e di Gigi Proietti in uno splendido sketch televisivo in cui l’assonanza dell’incipit variava stralunata ma serissima nel contenuto umano in una romanescamente scanzonata Nun me rompe er Ca….

Ripercorrere i pentagrammi sinuosi e notturni dell’autore belga è sfida complessa da ogni lato, sia armonico che melodico: ma il jazz ci ha abituato che nulla è impossibile e che qualunque variatio è lecita se rielaborata senza retorici compiacimenti e con riferimenti stilistici non tanto sentimentalistici quanto essenzialmente blue, nel senso più eclettico del termine.

Pier Paolo Pozzi - batterista cresciuto tra le visioni armoniche di Antonello Salis, Ares Tavolazzi, Paolo Fresu e Tony Scott, tanto per ricordare qualche nome - pensa e dimostra che l’atmosfera “impegnata” di Brel può essere oggetto di buon gusto e sapienza esecutiva anche nell’ambito delle blue notes. Così è: il vertice emozionale di Vèsoul, Le prochain amour, Pardons, Un enfant, Isabelle, incontra la riflessione cool di Voir un ami pleurer e Mon enfance secondo un’introversione bop  di vocazione jarrettiana, nella massima libertà d’espressione della ritmica e del sax tenore nobile e colto di Sèbastien Jarrousse.

Pozzi rivela che il suo primo incontro con l’universo artistico del poeta cantante fu nel 1993: non so se Jacques Brel amasse il jazz. Ma certo come un jazzman registrava i suoi dischi sempre in diretta con i suoi musicisti, anche quando alla fine, debilitato dalla malattia (cancro ai polmoni, NDR) non poteva permettersi di ripetere una presa.

Corretta la visione antispettacolare di Pozzi, senza dubbio un hommage equilibrato e mai invasivo, un portrait in jazz raffinato ed artisticamente sentito, intimo e di ottimo gusto.        

 

 

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