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Recensioni
Gino Paoli, Flavio Boltro, Danilo Rea, Rosario Bonaccorso, Roberto Gatto
“Un Incontro In Jazz” (Parco della Musica Records 2011)
di Fabrizio Ciccarelli
1. Smile; 2. Canzone di Laigueglia; 3. Eu sei que vou te amar ; 4. Canzone di istruzioni; 5. E m’innamorerai; 6. Canzone piccola; 7. Canzone di una mano; 8. Contigo en la distancia; 9. Canzone interrogativa; 10. Que reste-t-il de nos amours?; 11. Ti lascio una canzone
Esistono nella musica delle formule più vicine al mondo della “magia” che a quello della chimica. Alchimie che, semplicemente, accadono: come le canzoni di Gino Paoli. uniche da sempre, testimonianze entusiasmanti di un autore che ha scritto alcune delle pagine più belle della canzone italiana, da qualunque lato la si voglia ascoltare.
L’ Incontro in jazz è un album perfettamente compiuto, sentito come un omaggio naturale sia ai versi d’autore che al colore blue con cui il vocalist è divenuto l’interprete forse più importante del carattere mediterraneo della “pentagramma d’autore”, dell’uomo in crisi che riflette sui propri fallimenti, sulla dignità del dolore, sul silenzio dissolvente della sopravvivenza del ricordo.
La band voluta dal maestro genovese è pari alla poesia antispettacolare di cui si tinge il rapporto estetico rispetto ai registri intimisti delle songs scelte: un quartetto trasparente e controllato nel perlage impressionistico spesso di commovente nitore in undici brani intensi ed assonanti col pensiero assorto ed esistenzialista del cantante. Paoli sceglie alcuni tra i più abili jazzisti italiani, ed i nomi li conosciamo tutti per classe strumentale ed eleganza solistica: Flavio Boltro, uno dei trombettisti più sorprendenti dal lato tecnico, Danilo Rea, pianista eclettico, deus ex machina nell’analisi cromatica degli arrangiamenti, Rosario Bonaccorso, contrabbassista versatile e disinvolto, Roberto Gatto, il batterista fluente che ognuno ambirebbe avere nel proprio gruppo.
A compimento della raccolta Milestones - Un incontro in jazz, edita nel 2007 con la collaborazione di questi stessi artisti, guest Enrico Rava, Paoli avverte come evidente conseguenza dar vita a questo nuovo interplay ancor più privato nel binomio eros - thanatos da decenni legato al suo modo di avvertire la propria biografia avventurosa e contraddittoria, la propria rabbia utilizzata per distruggere la malattia del conflitto tra pulsione distruttiva e Nirvana dell’eliminazione sino al grado zero del principio di costanza di cui parlò Freud sotto l’influsso del pensiero di Schopenhauer. Abbiamo la sensazione che Paoli sia ora in grado di dare una risposta alla propria ricerca e sostituirla con l’abbandono di ogni illusione metafisica in senso lato.
La maggior parte di coloro che ascoltano jazz sanno quanto egli abbia un’inestinguibile passione per le blue notes. Il suo vocalismo si distingue per particolarità lirica e per un gusto armonico personale che, senza essere scontato, spesso si pone come baricentro all’interno di una band di cui diviene protagonista , moderno trovatore da ascoltare a scatola chiusa. Il livello blues appare rilassato e piacevole in performances sempre di altissima qualità, levigate flebilmente in mid-tempo e in down ballads che si snodano in meditazioni dal registro medio-acuto difficilissimo ad essere mantenuto, dispensando classe indiscutibile e ottime scelte di fraseggio.
Non sorprende che Gino Paoli sia il caposcuola di un’università stilistica di cui è il maggiore talento istintivo secondo un gusto estetico che prende spunto da molte diverse influenze stilistiche, da una sensibilità priva di etichette, che giustamente ancor oggi rende giustizia al suo modo di cantare apparentemente distratto, in grado di suggerire sonorità orchestrali che rendono ogni suo standard un esempio flessibile di nuances lunari, leggere e oscure nella nebulosità del tono, innegabilmente delicato ed originale. I temi che interpreta sono spesso figurazioni che riescono sempre ad ottenere un’interna, misteriosa, confidenziale coerenza. Al primo ascolto sorprende per luminosità timbrica, per lo spazio leggero che sa dare alle nubi del suo pathos, senza limiti e astratto nella simmetria comunicativa che illumina ogni suo percorso solistico, anche il più crepuscolare ed armonicamente imprevedibile.
Imperturbabile ed illogico quanto basta alla vaghezza del sorriso interiore di cui folgora la raffinata compiutezza delle sue esibizioni live, pensa spesso al jazz, e tutti lo sappiamo: questo incontro può stupire, può lasciare in onde indisturbate e individuali chiunque disponga il proprio animo all’incontro con la contemplazione del nulla, del lirismo sorprendente, della meditazione asimmetrica ed incontrollata.
Ad una classica e delicata Smile, divenuta un classico al di là della deliziosa figurazione del suo autore Charlie Chaplin, seguono l’autobiografica Canzone di Laiglueglia, la carioca Eu sei que vou te amar, la sofferta Canzone di istruzioni, la breliana E m’innamorerai, la pagina aperta di Canzone piccola, il particolarismo melodico di Canzone di una mano, gli accordi pensosi di Contigo en la distancia, l’elastica Canzone interrogativa, la magnifica Que reste-t-il de nos amours, manifesto delicato del vertiginoso divenire emozionale di Charles Trenet (divenuto inconvenzionale solipsismo nel film Baci rubati di François Truffaut) per poi porre un sigillo sognante all’album in una versione di angoloso profilo nell’avvolgente Ti lascio una canzone, un passo scultoreo nel “senza fiato” del refrain di mistico slittamento arioso di un testo incantato appena sussurrato.
Ti lascio una canzone da indossare sopra il cuore ti lascio una canzone da sognare quando hai sonno ti lascio una canzone per farti compagnia ti lascio una canzone da cantare… una canzone che tu potrai cantare a chi… a chi tu amerai dopo di me… a chi non amerai senza di me…
Una dichiarazione scoperta di slancio umano minimalista, intuita nella sua complessità dal quartetto che così conclude l’istantaneo turgore del cd secondo un calore senza fine, come forse avrebbe detto il caro Gino, terso e jazzisticamente esemplare.
Nel corso della sua carriera professionale Gino Paoli spesso ha registrato dal vivo, dal momento che la brillantezza del suo walking tende ad assumere carattere personale quanto mai comunicativo a contatto col pubblico: l’album è stato realizzato durante tre concerti all’Auditorium Parco della Musica di Roma, dando vita all’iniziativa “Recording Studio”, eccellente intuizione per dar modo agli ascoltatori di assistere alla realizzazione naturale di un album di cui essere veri e non solitari protagonisti.
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