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Recensioni
Gabriele Coen Jewish Experience
“Golem” (Alfamusic 2009)
di Stefano Cazzato
Gabiele Coen, Pietro Lussu. Lutte Berg, Marco Loddo, Luca Caponi. Guest Benny Penazzi e Simone Haggiag
1. Gilk (trad); 2. Quando el Rey Nimrod (trad); 3. Dona dona (A. Tzeitlin); 4. Miserlou (trad); 5. Golem (trad); 6. Mahshav (J.Zorn); 7. Dance of the Souls (M. Katz); 8. The very last Waltz (G. Cohen); 9. Come in Peace (M. Katz); 10. Cuban Shalom (G. Coen, P.Lussu, M. Loddo)
Ci sono due modi di rapportarsi alla tradizione: il primo è di radicarsi e allora le radici diventano quello che non dovrebbero mai essere, delle catene pesanti che impediscono di spiccare il volo, di guardare oltre. Il secondo è di mettere in movimento quelle radici, di farle andare avanti, contaminandole, rileggendole, attualizzandole.
Il sassofonista e clarinettista Gabriele Coen, già leader dei Klezoroym, continua a con il suo nuovo progetto Jewish experience a confrontarsi con l’identità musicale ebraica e a confrontare quest’identità con il mondo della musica moderna e dell’improvvisazione. Ed è allora che la tradizione diventa traduzione.
Nasce da questo dialogo tra passato e modernità Golem, un disco che porta già nel titolo l’esperienza del traduttore e dell’interprete. Infatti “Golem” è, secondo la mitologia ebraica, uno stato potenziale della materia, una materia incompleta che ha ancora bisogno di vita. In questo senso piace pensare che “Golem” sia la metafora dell’incontro tra le culture: qualcosa cui manca qualcos’altro, qualcosa che ha già, di suo, un valore intrinseco ma che sarebbe insufficiente senza un’aggiunta, un incremento, un arricchimento.
Coen fa proprio questo con la musica delle sue origini: sa che essa ha un valore indiscutibile, da rispettare e valorizzare, ma intende collegare quel valore con altri valori musicali, quelli più vicini nel tempo e nello spazio che provengono dalla musica turca, balcanica, sefardita, e quelli in apparenza più lontani portati dal tango, dal jazz e dalla musica latina (tanto per intenderci, il disco si chiude con il brano Cuban shalom).
Accanto a brani di propria composizione come quello che dà il titolo al disco, ad altri tradizionali dell’area mediterranea e a composizioni yiddish, il disco propone tre autentiche perle: Dona dona, una canzone ebraica contro la deportazione che Joan Baez negli anni Sessanta fece sua e trasformò in un vero e proprio inno contro ogni violenza e ingiustizia; Mashav, tratto dal repertorio del più importante esponente della nuova musica ebraica, John Zorn; e Miserlou, un’antica melodia greca riletta nel 1963 dai “Beach Boys” e inserita nel 1994 da Quentin Tarantino nella colonna sonora del film “Pulp Fiction”.
Si sarà capito, da questi pochi accenni, che Golem è un disco colto, postmoderno proprio nel suo rifarsi alla tradizione, attraversato da numerosi e interessanti sottotesti verbali, visivi e musicali, ma è anche un disco estremamente godibile e melodico, la cui cifra particolare è quella procurare un senso di raccoglimento e di spiritualità.
di Stefano Cazzato
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