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Recensioni
Peppe Sannino
“Onde di terra” (Obliqua 2011, distribuzione Tre Lune Records)
di Fabrizio Ciccarelli
Peppe Sannino, mirabolante percussionista dal carattere vibrante e sensibile, è balzato da tempo all’attenzione di chi ascolta musica grazie ai tanti passaggi radiofonici di Kingston-Bahia, brano d’inizio del suo Onde di terra, asimmetrico omaggio al suono poderoso dell’inizio della civiltà dell’Homo sapiens.
La dimensione più corretta per capire il suo talento sarebbe quella del concerto: nessun album può rendere giustizia al suo solismo avvolgente e tribale, una “stregoneria” trasformata in musica dal carattere progressivo e fantasmagorico, spirituale e ipnotica nelle poliritmie naturali delle percussioni più varie e dell’elettronica di cui egli si serve per colorire di “vago”e “oscuro”, sempre secondo una duttilità che gli permette di passare da momenti di trasparenza al groove lisergico e psichedelico intuito nella Taranta e nel sòm del Caribe, nella ritualità ancestrale delle foreste amazzoniche, nella forza seduttiva della batucada, nell’orgoglioso grido antischiavista dei neri jazzisti, fratelli negli anni Sessanta di Malcom X e dei Black Muslims, nel respiro mingusiano (ci si consenta il dirlo) del suo situazionismo esistenziale.
Sannino spinge in mille diverse direzioni un afro-jazz-funk-reggae realizzato in perfette antinomie ritmiche verso un ambient saturo di riverberi frementi e graffianti. Nel caleidoscopio dell’inconsueto giunge fino al nuevo tango di Richard Galliano (Viaggio), al fremito inarrestabile di Cuicanto, alla deflagrazione della coscienza primitiva nella bellissima Tuareg, travolgente sillabazione di scugnizzi in controtempi, alternanze, rullate, elastiche arabizzazioni nella voce aspra e suadente di Fiorenza Calogero, propulsiva e mistica anche in Terra Madre, onirica gestazione incontrollata nel clima infuocato della performance di plastica manifestazione dell’immaginazione, dimensione inconscia ed emotiva del suo psichico e fisico esplorare.
Per illogica e consapevole decodificazione del senso purista della cultura, Peppe Sannino tesse il proprio legame viscerale con l’Africa e con Napoli secondo un trascinante dinamismo di direzioni fiammanti di indiscutibile valenza artistica, protagonista singolare di suggestioni volutamente “eccessive” e di una musica quanto mai “aperta”, amabilmente piacevole e provocatoria.
Il progetto vede la circolarità del suo effetto concludersi nella potenza ruvida di Black Consciousness in cui Mariano “Hobo” Caiano riprende le strofe iniziali del primo brano: vitale energia con la gioia tra la gente/ un solo battito di cuore vibra forte con i tamburi / suoni di libertà tra vicoli e colori / Brasile Africa canti antichi di preghiera / sciolgono catene come ghiaccio in primavera / danze ancestrali fuochi nella sera / tra santi erba sacra occhi scuri e pelle nera…una sola radice, Africa, si ‘o vuoi sapè / storia cultura identità razziale…
Per l’uomo di Madre ce n’è una sola, e tanto basta.
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