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“ENCUENTRO” (Delta-top 2010)
con Intervista a Marco Albani
di Fabrizio Ciccarelli
Un mondo facile, apparentemente, quello di Marco Albani: un incontro fatto di immagini immediate, gradazioni di sentimenti sfuggenti che rincorrono un’anima del mondo sentita con entusiasmo naturale e con naturale passione assecondata da un suono personale lirico e luminoso. Dove mai riflettere sulle proprie armonie esistenziali, per l’eclettico autore, se non nel pensiero incontrollato?
Tra le pagine dell’estetica compositiva di Marco Albani s’insinuano istanti indelebili per l’impressionismo bahiano, per il futurismo brillante dello smooth più intimo, per l’emozione sensuale del Caribe e del tango, per la raffinatezza blue del jazz contemporaneo.
La collaborazione di tanti musicisti di spessore declina il pensiero armonico in un interplay eccellente e coinvolto: Umberto Vitello, Maurizio Giammarco, Francesco Sciarretta, Rocco Zifarelli, Andy Bartolucci, Marco Valerio Cecilia, lo Gnu Quartet e tanti altri ispirano una strada personale al Nostro, nel clima della session perfettamente logica, equilibrata, da first take, per chi conosce l’ambiente dell’improvvisazione.
A volte l’entusiasmo si volge in commozione, a volte lo stilismo si dona in danze ancestrali dal volto suadente, a volte l’intreccio sonoro si dilata in movenze dell’anima pensose quando amabilmente flessibili in timings accentuati e vibranti: il percorso non sembra mai perdere l’introspettivo chiarore del frammento lirico, del mood illuminato da una percezione melodica personale e iridescente.
Il fil rouge della poetica “leggerezza” varia dall’energia rarefatta nel bandoneòn triste di Gianni Iorio per Pasiòn all’atmosfera notturna ed elegiaca dell’autobiografica Meu avo (dedicata al nonno Ottavio,cultore di belle note), sottolineata dal soprano di Maurizio Giammarco, articolato in intensità meditative secondo modalità danzante e delicata.
A chuva tà caindo jà No céu não tem limite È musica bacana que Faz de mim Um simples coração … Imagem jà perdida nos espaços azuis Lembrança de vocĕ…
La pioggia cade ancora Il cielo non conosce limite È una musica celeste Che rende il mio cuore Sempre più semplice
Immagine già perduta negli spazi azzurri Ricordo di te…
Il confine del silenzio di Aladdin dance, spazio velato da una patina interiore sussurrata, giunge al magnetismo avvolgente della title track, rifugio azzurro nel lirismo andino del siku, della quena e del toyo di Roland Ricaurte così come del charango di Alessandro Taborri, che ne danno atmosfera pallida e lunare. Lo smooth di Carmen vibra in un climax di assorta spiritualità, come nel passo carioca di Brazilian gipsy e di Edson Arantes (do Nascimento: o rei Pelè, ne siamo certi).
L’album muove all’epilogo con Niňos por siempre, performance onirica sulla scorta del vocalismo colto di Pedro Aznar, della polarità minimale di Milton Nascimento, Chico Buarque ed Egberto Gismondi: giusta conclusio dell’incontro, spinta da un terzo occhio nitido e brillante in una zona della coscienza dove tutto è più silenzioso e sereno.
Di segni indelebili e di non controlli del distacco emotivo vive il pathos sinuoso di Marco Albani, giusto medium di definita e di squisita sensibilità.
Parliamo adesso con l’autore.
Se è vero che non esistono incontri casuali, quando hai avuto la sensazione che non esistano linguaggi predefiniti ma solo energie vitali che spingono ad oltrepassare ogni confine musicale di “genere”?
Negli ultimi anni, dopo un periodo di ricerca interiore, ho compreso che la nostra mente non ha bisogno di barriere, che i limiti di pensiero che ci hanno insegnato in realtà non esistono; che dobbiamo entrare in sintonia con il profondo di noi stessi per liberare la creatività; e la prima forma della creatività è proprio la percezione del mondo intorno a noi.
Creatività è uno stato della nostra coscienza, quando ci abbandoniamo alle nostre sensazioni, e ciò che creiamo diventa semplicemente la scoperta di qualcosa che esiste già. La creatività è vivere con completezza la propria vita; siamo essere unici, e dobbiamo cercare di esprimere la nostra energia vitale al di fuori dei generi predefiniti.
Ascoltando il tuo ultimo album si ha la sensazione che il Jazz incontri una “dinamica” tanto latina quanto world. È una scelta pensata o un moto incontrollato dell’anima?
La mia proposta musicale si muove sulla sottile linea di confine tra Jazz acustico e World Music; anche in questo lavoro, accostandomi con infinito rispetto ed ammirazione al mondo della musica latina, ho cercato di assorbirne con curiosità ed interesse i suoni, i colori e le sensazioni, lasciandomi condurre liberamente in questo incontro di culture, di persone, di emozioni e modi diversi di sentire la vita.
Il tempo e lo spazio sono forse convenzioni. Dove sono il tuo tempo ed il tuo spazio?
Il tempo costituisce un concetto molto particolare ma anche evanescente; e ci riesce molto più semplice vivere in un tempo passato o futuro piuttosto che nel “qui-e-ora”…
Ma l’unico tempo e l’unico spazio che contano sono - a mio modo di vedere - esattamente quelli che stiamo vivendo, poiché solo in questo instante ed in questo luogo possiamo concretamente fare qualcosa e quindi essere parte attiva e consapevole della nostra esistenza.
Quali sono i musicisti che, consapevolmente, hanno maggiormente influenzato il tuo modo di intendere il sound?
Durante la mia formazione classica rimasi molto affascinato dalle sonorità mediterranee e sudamericane di autori come Francisco Tarrega e Hector Villa-Lobos, ma più tardi anche dalle ricerche timbriche ed espressive di grandi chitarristi acustici quali William Acherman, Alex De Grassi e John Mc Laughin.
In tempi più recenti sono stato profondamente incuriosito dal jazz, dalla tradizione di Wes Montgomery e Joe Pass, ma anche dalla contaminazione di generi di un colorista quale Pat Metheny.
Cosa ti ha spinto a realizzare questo album?
In un momento storico in cui la società globalizzata privilegia egoismo ed individualismo, ma purtroppo anche preoccupanti forme di razzismo ed integralismo religioso, ho sentito l’esigenza forte di lanciare un personale messaggio di apertura e di dialogo tra persone, puntando proprio sull’universalità della musica, forma di comunicazione senza confini, che permette di entrare in contatto con altre culture, di comprenderle e confrontarle con le nostre esperienze, in un clima di reciproco rispetto.
Ed in questo incontro tra diverse realtà, in questa visione globale che tutti noi dovremmo ricercare, credo ci sia una chiave per capire meglio il nostro mondo interiore, ma anche la reale possibilità di costruire un mondo migliore.
Come hai incontrato i tuoi partners? Cosa è accaduto durante l’incisione?
Durante la lavorazione dell’album ho avuto modo di collaborare con numerosi musicisti; oltre a coloro che avevano già partecipato al mio precedente album “Chronos”, molti altri sono stati prima emotivamente e poi professionalmente coinvolti dal nuovo progetto, man mano che la direzione latin jazz-world del lavoro si delineava chiaramente.
Maurizio Giammarco, Marco Siniscalco, Gianni Iorio, Rocco Zifarelli, Raul Scebba, Carlos Sarmiento, Umberto Vitiello, Raul Scebba, Sanjay Kansa Banik, Alex Taborri, Roland Ricaurte, Gnu Quartet: sono alcuni tra i grandi artisti che hanno donato la loro arte in piena libertà espressiva, e dai quali ho ricevuto molto sia a livello artistico che umano.
Quanto conta per te il pubblico? Esibirsi on stage dà sensazioni differenti davvero così diverse dal suonare in studio?
Il concerto dovrebbe essere sempre un momento in cui un artista trasforma lo spettacolo in un dialogo, in uno scambio intenso di emozioni con il pubblico; la forza di un artista non risiede quindi in una perfetta esecuzione, ma piuttosto nella sua capacità di coinvolgere il pubblico, nella generosità nel darsi completamente, raccontandosi attraverso la propria musica.
Questo trasporto emozionale risulta molto più difficile in sala di registrazione, laddove si è completamente soli davanti ad un microfono…
Una domanda poco originale ma che propongo a tutti gli artisti con cui parlo: qual è la situazione attuale della musica in Italia a tuo avviso?
La situazione della musica in Italia al momento non è affatto buona.
Prima di tutto c’è un grosso problema inerente il mercato discografico, fortemente danneggiato dalla pirateria, ma forse anche dalla eccessiva offerta, che non mette in condizione l’ascoltatore di identificare la qualità di un prodotto.
E’ scomparsa la vecchia figura del Produttore Discografico, che in passato scommetteva su un’artista investendo tempo e risorse, credendo fortemente nelle sue potenzialità; tale figura è ancora presente in pochissime etichette indipendenti, che non hanno altresì la forza commerciale per imporsi sul mercato.
Dal punto di vista puramente artistico sento un forte appiattimento su stili e modelli culturali dominanti nei mercati esteri, e sono veramente pochi i musicisti che osano proporre qualcosa di veramente nuovo, mai ascoltato prima, magari sperimentale.
In Italia si è vittime di un diffuso provincialismo che privilegia sempre quello che arriva dall’estero; e purtroppo sono pochissimi i mass media, le rassegne musicali, i Festival che fanno veramente qualcosa di innovativo per la musica italiana.
Ma non per questo bisogna perdere fiducia, in quanto posso testimoniare che in Italia ci sono moltissimi artisti di talento e molto preparati, i quali attendono di essere valorizzati e veicolati al grande pubblico; e per questo basterebbe solo una maggiore sensibilità artistica da parte degli operatori italiani del settore.
Dopo un Encuentro potremmo fermarci a dialogare con chi abbiamo incontrato… ho la sensazione che questo non sarà il tuo unico futuro. Quale progetto si agita nella tua mente o, se preferisci, nel tuo cuore?
Vorrei proseguire nel mio lavoro di ricerca musicale, approfondendo la conoscenza della musica africana, alla quale mi sono già avvicinato nei miei primi due album; ma spero anche di avere maggiori opportunità di suonare dal vivo con i miei musicisti, sia in Italia che all’estero.
Mi considero comunque una persona molto fortunata, come è chiunque ami profondamente una qualsiasi forma d’arte.
Essere sensibili alla bellezza e a tutto ciò che tocca il nostro profondo è una ricchezza ineguagliabile, un patrimonio personale che ci appartiene per sempre; anche se ciò si sconta con una estrema sensibilità nei confronti della vita quotidiana, che scorre intorno a noi sempre più incurante delle esigenze del mondo del cuore.
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