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U-Man Trio

Infant Speech

AlfaMusic 2014 

La sensazione che d’immediato si riceve all’ascolto di questo Trio è un intenso clima espressivo, il Vedere e l’Incontrare la fluidità dell’esecuzione, l’originale immaginazione del testo musicale, la circolarità degli intenti diffusi in atmosfere fra Novecentismo, Mediterraneo, Nuevo Tango ed altri riferimenti Blue, toni leggeri e segni musicali ispirati ad una sensibilità originale.

 

Parte del merito delle “illuminazioni” jazzistiche di Gaia Possenti possiamo  ascriverlo alla robusta pienezza dei Voicings di Bud Powell, alle coloriture proporzionate di Horace Silver, all’introspezione postmoderna di Brad Mehldau, dei quali leviga la visione elegiaca in un colore nel quale sono udibili i riferimenti classici che trovano conferma nel clima essenziale e complesso della performance in Tre.

Riteniamo questa scelta la più vicina alla sua sensibilità meditativa, che non ama raffronti col solismo jarrettiano e che, invece, si muove fluente nel segno della Reinterpretazione che fu di Bill Evans, il quale, come la Nostra, non cercò mai connubi con la Fusion né tanto meno con avanguardie troppo estrose, avvertite come cerebrali e bizzarre.

Una scelta teorica, senz’altro, ma soprattutto una ricerca di concisione che sfrondi gli orpelli e liberi il nucleo essenziale della melodia in direzione antispettacolare, come udibile nei soli, ove gli accordi sono accuratamente dissezionati e poi ridisposti alla ricerca di risonanze intime, delicate e confidenziali. In questo, come affermato da Massimo Carrano , “cercando il proprio modo di Stare nella Musica”.

Questo approccio da compositrice “spirituale” dialoga perfettamente nello spazio percepito per il contrabbasso di Fabrizio Cecca e per la batteria di Massimo Carrano - che in ogni caso firmano egregiamente il primo, il nono ed il terzo brano, in assoluta coerenza stilistica con la Possenti - consentendo ai due di muoversi parallelamente e disegnare linee indipendenti, secondo una direzione dettata da arpeggi appropriati nei quali operare sottili variazioni ritmiche, veri interventi autonomi nella trama sonora.

Questo il senso più coinvolgente dell’interplay, motivo di un rapporto intenso che vive di un continuo approfondimento dei pentagrammi e nella sensazione che di Tre solisti se ne possa far Uno, e che la prospettiva fluttui nel non voler amplificare i temi, semmai renderli sempre più plastici e incorporei, come nella lettura diafana sia dell’Intro della preziosa Song di Duke Ellington “In a Sentimental Mood” (poi radiosa nell’excursus dello Swing in Trio) che nel lunare incedere di un’inquieta “My Favourite Things”, lontana dal ¾ originale di Richard Rodgers così come dalle storiche incisioni di John Coltrane, Brad Mehldau, McCoy Tyner, Eric Dolphy e Grant Green, senza che ciò ne segni un deprezzamento, tutt’altro, vista la sintonia con la quale l’arrangiamento viene disposto in linee pensose e perturbate, più consone all’Inventio dei Nostri.

Brani come “Alghero” e “F-Funk Sicuro” vivono in una descrizione classica con un linguaggio da Ventunesimo secolo; sobria e priva di apprensione la nebbiosa stesura ispirata al “Barrio” di  Astor Piazzolla in “ Hija de Tanguero”; ironico e spirituale il divertissement barocco della Title Track , posta a mezzo di una narrazione istintuale, nella quale la Critica delle Fonti, anche bachiane, è occasione di rinnovamento tecnico e filologico e, soprattutto, di U-Mana Poesia.

Al centro dell’evoluzione lirica dell’album ogni frammento agisce in una mutazione affermativa e spontanea, in una simbiosi affettiva circa la quale ha ben detto Germano Mazzocchetti:  “ Il merito principale del disco è proprio la volontà di comunicare, non rinnegando affatto la tradizione ma vivendola come spinta propulsiva per la definizione di un linguaggio più contemporaneo”.

Sia  o non sia Istinto o Meditazione - ma, in fondo, chi ha mai detto che le due Fasi debbano essere in contraddizione? - l’album induce a riflessioni meno incerte sul Come ripensare la Libertà musicale nell’Era della sua Onnipotenza per toglierla al rischio del Vuoto e delle gabbie estetiche dell’Osare assoluto: forse è giunto il momento di rifondare l’autonomia delle Note al di fuori dell’Illusione che ogni atto creativo sia di per sé lecito e possa essere “volontà di potenza” illimitato, in nome di quella Liberazione dal Passato come Redenzione del Tempo che Nietzsche affermò come superamento e creazione della Vita

Questa appare la Lezione Maggiore letta, misurata, commentata, decodificata e chiosata dai tre artisti che introducono “Quel punto oltre l’Orizzonte” come visionaria Fine dell’Idea, disegnata dall’agevole e gentile vigore di “Song for Franck”, un ultimo Luogo d’Incontro per un’ultima considerazione: sappiamo che nel Jazz non servono  i pregiudizi e che piuttosto occorre sentimento nell’accostare le novità, secondo un riverbero positivo di musica e di stile esistenziale.

Fabrizio Ciccarelli

 

Gaia Possenti, Piano

Fabrizio Cecca, Double Bass

Massimo Carrano, Drums & percussions                 

1 Alghero (F. Cecca)

2 Canzone (G. Possenti)

3 F-Funk Sicuro (M. Carrano)

4 Hija de Tanguero (G. Possenti)

5 In a Sentimental Mood (D. Ellington)

6 Infant Speech (G. Possenti)

7 La Danse (G. Possenti)

8 My Favorite Things (R. Rodgers)

9 Quel punto oltre l’orizzonte (F. Cecca)

10 Song for Franck (G. Possenti)

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