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Recensioni

MArco AcquarelliMarco Acquarelli

“Too High”
(LHOBO 2009)

+ Intervista a Marco Acquarelli

di Fabrizio Ciccarelli
1. Aspettando Susan (feat JD Allen) 10:01; 2. Bohemia After Dark (feat JD Allen) 6:55; 3. Too High 6:51; 4. Nutville (feat JD Allen) 8:38; 5. Triple Trouble 8:36; 6. Brake's Sake (feat JD Allen) 9:21; 7. Nams 6:50; 8. The Very Thought Of You 6:18

Marco Acquarelli - chitarra
J.D.Allen - sax tenore
Domenico Sanna - piano
Marco Loddo - contrabbasso
Marco Valeri - batteria

Qualora avessimo l’intenzione di creare un modello pittorico per Too High di Marco Acquarelli, dovremmo attingere alla magnifica produzione di Jackson Pollock, uno dei maestri della pittura “discordante” del 900. Come nelle tele del maestro dell’action painting , frammenti vetrosi, impasti di materiali diversi, momenti di presa di coscienza in cui non temere cambiamenti: scambi di dare e avere musicali per colorare una fantasia in cui domini l’espressione dei mutamenti del senso estetico introdotti dai moderni movimenti vicini all’hard bop, oltre il confine mainstream dell’improvvisazione e dell’armonizzazione.

La lezione del recupero del giro armonico blues rende gradevoli e aperte le intuizioni del quintetto, permettendo un confronto stilistico con le figurazioni musicali di Oliver Nelson, Horace Silver, Donald Byrd, Dexter Gordon , Tommy Flanagan, Benny Golson, Bobby Timmons, Mal Waldron e, soprattutto con il Monk più comunicativo ed il Coltrane più bopper dei tardi anni 60.

L’album si spinge in un vocabolario di gran forza gestuale, di appassionata aggressione fonetica, virtuosa e concentrata nella successione delle altezze timbriche e  dei parametri melodici. Istintiva la lettura di Bohemia After Dark, linee di tensione dinamica alla Wes Montgomery per Marco Acquarelli, suono magnifico e volatile del sax di JD Allen, frasi notturne ed intime nel piano energico e pastoso di Domenico Sanna, un interplay da session live col contributo elegante e deciso di Marco Loddo al contrabbasso e di Marco Valeri alla batteria. Un esempio di come possa il pentagramma di Oscar Pettiford raggiungere ancora una volta l’apice della modernità senza eccedere in snobismi e miscele poco credibili di suoni ricchi e mordenti pensati più per sorprendere che per convincere.

Allo stesso modo incontrovertibile e personale il fremente incedere di Too High, la lettura siderale di Nutville, omaggio discreto e tormentato ad Horace Silver, l’originale Triple Trouble, pagina rarefatta e suggestiva in sintassi dedotta personalmente da Bill Friesell, John Scofield, John Abercrombie e Kenny Burrell, nella carezza pungente dell’adattare il proprio repertorio a qualsiasi situazione, per poi giungere al grintoso funambolismo del complesso meditare di Thelonious Monk (Brake’s Sake), al dialogico scorrere nel lirismo charmant e composto di Nams  ed alla ballad romantica The Very Thought of You, espressa attraverso moduli armonici naturali e di grande incisività in un cantabile coinvolgente e commosso.

Possiamo sinceramente affermare che questo album è uno dei migliori negli ultimi anni tra quelli italiani per chitarra jazz in quintetto, limpido e regolare nella non spigolosità del linguaggio, ricercato e sottile nella ricerca di grande sensibilità umana di un groove disteso e, senza accademiche distanze, davvero gentile, incantevole e seducente.

Incontriamo Marco e parliamo di questo e d’altro.

Come inizia questa avventura in quintetto?

Il gruppo vero e proprio sarebbe un quartetto, JD si è aggiunto in sede di registrazione. Con Marco Loddo ci siamo conosciuti nel 1997, quando lui si era appena trasferito da Cagliari, siamo amici da sempre, soprattutto negli ultimi quattro anni abbiamo ricominciato a suonare insieme molto spesso. Con Marco Valeri il rapporto è di poco precedente, è stato uno dei primi musicisti che ho frequentato a Roma, con cui ho formato i primi gruppi “seri”, con cui ho scambiato i primi dischi, da lui ho imparato moltissimo. Domenico, per motivi di  età, è un acquisto più recente, quando insegnavo all' UM lo richiedevo spesso come pianista dei miei laboratori, il talento era già evidentissimo, l'ho perso di vista per un paio d'anni e quando l'ho risentito suonare ho pensato subito di cogliere la prima occasione che si fosse presentata per coinvolgerlo.

Per quale motivo hai scelto di proporre quattro riletture di pentagrammi tra i più coinvolgenti dell’ hard bop accanto ad altrettante tue composizioni originali? Esiste una coerenza stilistica di fondo?

Le composizioni non originali sono venute fuori da proposte di gruppo, soprattutto da Domenico, le idee per gli arrangiamenti durante le prove. Diciamo che una volta provati gli originali servivano delle composizioni che equilibrassero il repertorio, non è facile affiancare il proprio materiale a composizioni di altri senza disarticolare la visione d'insieme. L'approccio di base è comunque quello di un gruppo, non di un “leader accompagnato”, massima libertà d'opinione e di interpretazione dei brani, in questo modo, secondo me, è più facile mantenere una coerenza di fondo, il suono è sempre il risultato dell'unità d'intenti di musicisti che si conoscono e si fidano uno dell'altro. A dire la verità non sono mai stato un fissato di quello che chiamano hard bop, però ascoltando il disco qualcuno direbbe proprio il contrario! Credo questo accada perché, anche se sei il “caporchestra” non sei mai completamente responsabile del suono finale, semplicemente coinvolgi dei musicisti che stimi e lasci che facciano il proprio lavoro.

Sanna, Loddo e Valeri costituiscono un’eccellente “base” (di cui peraltro abbiamo scritto più volte); francamente non ci aspettavamo JD Allen. Com’è nato questo incontro?

Con J.D. ci siamo conosciuti durante una mia permanenza a New York nel 2003, dopo quell'incontro ho sempre seguito le cose che faceva, sia i dischi che i concerti. In occasione di uno di questi abbiamo passato un pomeriggio a suonare insieme a casa di Marco Valeri, con Domenico e Vincenzo Florio (altro grande musicista ed amico). J.D. si è talmente divertito da lasciarmi intendere che, alla prossima occasione a Roma, avremmo potuto registrare qualcosa insieme. L'inverno successivo l'occasione si è presentata e non ce la siamo lasciata sfuggire, ho prenotato lo studio ed abbiamo registrato 4 brani in 3 ore. Era troppo poco per un disco quindi poco dopo abbiamo ripreso la sala per completare il disco con altri 4 pezzi in quartetto. Si può dire che l'idea del disco è nata da questa session occasionale con J.D., non da un progetto in cui viene coinvolto un ospite. E' opinione di tutti i componenti del quartetto che lui sia uno dei musicisti più interessanti dell'ultima generazione, anche se nessuno di noi l' aveva mai sentito suonare in un contesto come il nostro, credo sia stata una sorta di sfida per lui cimentarsi con un repertorio molto diverso da quello che suona di solito.

Parliamo del tuo modo d’intendere la chitarra. Wes Montgomery, Joe Pass, Kenny Burrell, Jim Hall, Barney Kessel, e - perché no ?- Django Reinhardt: quali consideri i tuoi “numi tutelari”?

Per quello che riguarda il jazz non sono mai stato un grande ascoltatore di chitarristi, ovviamente “in gioventù” ho consumato alcune cassette di Wes, Django, Charlie Christian ed i primi due volumi dei Virtuoso di Joe Pass, però il suono che mi attraeva di più era quello dei gruppi con i fiati, Sidney Bechet sopratutto. Forse uno dei dischi che mi ha inconsapevolmente influenzato di più è stato The Bridge di Sonny Rollins, dove Jim Hall accompagna in maniera superba. Jim Hall è stata anche una riscoperta degli ultimi anni, soprattutto le cose con Jimmy Giuffre, Bob Brookmeyer e Paul Desmond. Ho sempre stimato ad altissimo livello i lavori di Jimi Hendrix, John Scofield, Bill Frisell e Derek Trucks, anche se magari non si sente molto nel mio modo di suonare. Con il passare del tempo ho vissuto dei periodi di allontanamento dai chitarristi, ascoltando di più i pianisti, le orchestre piccole e grandi e soprattutto le cantanti. La mia più grande influenza negli ultimi anni è stato sicuramente Peter Bernstein, artista eccezionale e persona di grande umanità.

Immaginiamo sia possibile tutto. Con chi ti piacerebbe suonare? Quale sarebbe la tua band ideale?

A questa domanda non credo di saper rispondere...Credo di non poter chiedere di meglio dei musicisti con cui suono oggi, ognuno ha il suo percorso e la sua epoca. E' ovvio che ogni musicista della mia età sia stimolato all'idea surreale di suonare con Elvin Jones, Larry Gales o Thelonious Monk o Louis Armstrong o...chissà chi altro, bisognerebbe sapere se loro sarebbero stati interessati all'idea di suonare con me!!! Diciamo che mi accontenterei di sentirli suonare dal vivo invece che sui dischi. Quando ho scoperto il video di Band Of Gipsies di Hendrix ho pensato subito a cosa deve aver provato la gente che stava lì ad ascoltare dal vivo Machine Gun o Power of Soul, che esperienza deve essere stata soprattutto a livello emotivo più che intellettuale.

Fender o Gibson?

Suono una Gibson ma credo che la Fender Stratocaster sia stata una delle invenzioni più geniali del secolo scorso. Comunque non sono un grande appassionato di chitarre, ho le stesse da anni, cambio uno strumento solo quando sono sicuro di non poter ottenere più il suono che cerco, di solito la cosa richiede diversi anni di esperienza. Mi piace pensare che siano dei raffinatissimi attrezzi del mestiere più che degli oggetti di valore.

Dal tuo album si evince una cultura essenzialmente jazzistica. Cos’altro ascolti, cos’altro ti ha coinvolto nella tua scelta di suonare la sei corde?

Ho iniziato con la chitarra classica e l'ho suonata per diversi anni, mi capita di suonarla ancora quando mi presto come turnista. Per me è stata ed è un esperienza molto formativa, soprattutto per il lavoro che richiede nell' emissione del suono, nell'interpretazione delle melodie, nel senso della forma. Al liceo però il desiderio più forte era quello di suonare in un gruppo rock, come Angus Young degli AC/DC. Credo che suonare una chitarra elettrica al massimo del volume sia un' esperienza sana per un adolescente. Per molti anni ho vissuto questa doppia personalità di studente del conservatorio che nasconde ai maestri i pomeriggi passati a sfondarsi i timpani nel garage di mio nonno o le sere a suonare nei pub. Sono sempre stato affamatissimo di esperienze, ho suonato persino per un anno intero con un' orchestra di Liscio! Il jazz e soprattutto il blues sono state scoperte successive, ricordo l'ascolto di Robert Johnson come un'esperienza mistica, che ho riprovato in tempi recenti ascoltando le registrazioni di Alan Lomax sui campi di lavoro e nelle prigioni del Mississippi. All'inizio è frustrante perché il tuo orecchio, fortunatamente, sta sempre un passo avanti alle tue mani e non esce mai il suono che vorresti, però ero attratto dal senso di libertà che avvertivo nelle registrazioni di jazz che ascoltavo anche senza sapere nulla dell'armonia, del repertorio e soprattutto dei ritmi che suonavano. Copiavo tutto nota per nota come facevo con i dischi di rock o blues, ed ero fissato con lo scoprire tutte le registrazioni più importanti degli artisti che mi piacevano...poi ho capito che per ascoltare veramente tutto non ti bastano due vite e mi sono dato una calmata! Oggi con internet è possibile avere intere discografie ma io rimango ancora legato non tanto all'oggetto CD o Vinile, non c'è nulla di male nell'ascoltare la musica da un Ipod, più che altro all'idea di ascoltare approfonditamente una cosa che ti piace, fino a memorizzare ogni sfumatura. Sono convinto che, al di là delle differenze linguistiche, c'è solo buona musica e cattiva musica, ascolto volentieri un disco di Amy Winehouse, Ayo così come i Primus, un piano solo di Duke Ellington o Teddy Wilson, Mark Turner piuttosto che Samuel Barber, Wagner o Hindemith...per un musicista è importante essere curiosi e scoprire più cose possibili, questo non vuol dire che tutto si riversa in egual misura in quello che suoni. Per me il senso estetico è tutto, ascolti tutta la buona musica per raffinarlo, sullo strumento studi solo le cose che ti interessano a livello linguistico, che, fortunatamente per me, sono molte di meno!

Una domanda canonica per RomaInJazz: cosa ne pensi del panorama attuale della musica in Italia?

E' difficile rispondere, mi pare si stia vivendo un momento di grande stagnazione, ci sono musicisti di grande talento su cui nessuno è disposto ad investire un centesimo, un pubblico ed una critica che non si rinnovano, anche se poi ti scopri a suonare jazz in un centro sociale pieno di pubblico con un'età media sotto i 30 anni. E' retorico dirlo ma c'è un sacco di talento schiacciato da un sistema autoreferenziale. Allo stesso tempo è un'occasione di rinnovamento, la pressione dal basso potrebbe far saltare il coperchio da un momento all'altro, l'Italia purtroppo ha già dimostrato di non essere un Paese dove è facile migliorare le cose, molti musicisti si lamentano ma continuano a comportarsi come se avallassero uno stato di cose che danneggia  prima di tutto loro stessi.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Innanzitutto una bambina di quasi tre mesi di cui sono pazzo.

La Fonderia delle Arti ( www.fonderiadellearti.com ), la scuola dove insegno e di cui sono socio fondatore insieme ad altri “operatori culturali” come Maurizio Boco e Giampiero Ingrassia. Scrivere un altro po' di musica per mettere insieme un'altra registrazione con una formazione completamente diversa. Poi il progetto LHOBO con cui ho pubblicato “Too High” e di cui vi invito a visitare il sito  www.lhobomusic.com ; quello con TramJazz ( www.tramjazz.com ), una delle iniziative più geniali degli ultimi anni dove ho la fortuna di suonare regolarmente insieme ad alcuni dei musicisti che più stimo come Marco Loddo, Daniele Tittarelli, Paolo Ravaglia, Maurizio Giammarco, Gegè Munari e molti altri.

Tante altre piccole cose che spero servano a spingersi sempre un po' più in là con la mente ed allo stesso tempo ad arrivare alla fine del mese! 

 

  

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