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Recensioni
Space BluesStefano Savini/ Davide Di Iorio 4tet

“Space Blues”
(Fareblue Music & Records, A Division of Tratti/Mobydick 2011)

+ Intervista a Stefano Savini

di Fabrizio Ciccarelli
Davide Di Iorio –flauto
Stefano Savini – chitarra
Mauro Mussoni – contrabbasso
Daniele Marzi – batteria, percussioni

Secondo una teoria musicale non scritta, nelle blue notes l’armonia viene raggiunta nel pensiero del compositore con un “grado zero” dell’interplay e dell’improvvisazione. Secondo questa estrema riduzione la formula del groove sarebbe raggiunta solo attraverso un contrasto positivo fra il solista e l’accompagnatore: Stefano Savini dimostra quanto questo accademismo sia fuori di ogni logica jazzistica e disegna duttili arabeschi dalle sinuosità profonde e dall’energia lucida nella situazione d’assieme. Chitarrista dal volto raffinato, chiama a sé Davide Di Iorio, duttile flautista dalla tecnica fine e spirituale, per dar forma ad un album dalle movenze eclettiche ed originali, dissolventi e scintillanti, irruenti e solari nelle tensioni trattenute e nei riflessi purpurei di dodici composizioni dall’espressività forte ed impressionistica.

Dal chiarore di “Ascolta” all’intimismo di “Controvento”, dal riverbero carioca di “Dadoz” alla soffusa vibratiltà di “Dopo la pioggia”, dal minimalismo meditato di “Pataca” all’incanto arcaico di “Occhio”, dalla regressione poetica di “Melodia sentimentale n.1” al misticismo tormentato della bellissima “Radici”, dalla figurazione sostenuta dell’onirica “Incanto”, passo abbandonato in un lunare bolero, al barocco bruno e vitale de “Il cammello”, le pagine di Space Blues si dipanano nell’esigenza primaria di dar colore alle note, concentrandosi sul sound e non sull’eufonia della gestualità strumentale.

Uno spazio che dona interesse alla melodia quello di Savini e Di Iorio, una tensione espressiva al di là della tecnica, per rendere piano un saggio di poetica riservatezza.  

INTERVISTA

Come nasce questa idea di proporre il flauto come solista in un ambito jazzistico? Pochi lo hanno fatto con esiti interessanti…Joe Farrell un nome tra tutti…

In primo luogo sono una persona curiosa, ho la tendenza a ricercare sempre qualcosa di nuovo nel suono delle mie musiche e dei progetti che ne conseguono. L’utilizzo del flauto come strumento solista mi sembrava che rispecchiasse questa mia innata esigenza e fosse coerente con i miei lavori precedenti. La combinazione di collaborare con un musicista come Di Iorio mi ha dato tutte le garanzie per far sì che il lavoro fosse fatto al meglio, in accordo e con la piena riuscita. Un altro aspetto sicuramente è quello di promuovere musiche originali che hanno come protagonista il flauto: un obbiettivo ben preciso. Nello scenario jazzistico vi sono quasi sempre i sassofoni, le trombe: “i soliti protagonisti”. Nulla di polemico.. ma di flauto non “ne gira” molto. Ci si è sempre avvalsi delle sue molteplici varietà timbriche ma raramente è stato protagonista di un linguaggio musicale. Forse nella musica classica, nella musica latina, anche nel rock, ma nel jazz ha fatto sempre solo sporadiche apparizioni oppure è stato rilegato a colori orchestrali di modo e d’occasione. Ma ci sono alcune eccezioni alle quali ci siamo ispirati in un certo senso.  Joe Farrell, come citavi Tu e pochi altri fantastici musicisti  innovativi quali James Newton, Lew Tabackin, Roland Kirk, Herbie Mann, Eric Dolphy, Nicola Stilo; si conoscono, ma principalmente alcuni di questi sono più sassofonisti che flautisti, “anche Coltrane credo lo suonò”. Comunque solo pochi addetti ai lavori o gli intenditori ne apprezzano l’arte, l’opera e la musica. Noi vogliamo, e crediamo, che  questo lavoro dia un colore nuovo, diverso, ed allarghi l’opportunità del pubblico con l’ascolto di una musica differente dalla proposta standardizzata e commercializzata del quadro musicale in cui il jazz e la musica derivata spesso si colloca. Nei festival, nelle rassegne e nei clubs diventa raro e difficile ascoltare musica creativa, legata al jazz e all’improvvisazione, con il flauto come protagonista non occasionale.

Come inizia la tua collaborazione con Davide?

Con Davide collaboro già da diversi anni in vari progetti, abbiamo fatto molti concerti e alcune registrazioni insieme: è un amico. In questi anni abbiamo maturato una buona intesa e stima reciproca che ci ha motivato ad affrontare questa esperienza, in aggiunta siamo due musicisti che hanno in passato fatto anche un percorso accademico classico: diploma di conservatorio in chitarra classica e flauto. Indubbiamente per certi aspetti tecnici/professionali abbiamo rafforzato la nostra sintonia. Davide ha sempre ritenuto che il mio stile musicale e le mie musiche fossero molto originali, caratteristica indispensabile per fare nuova musica (così mi diceva), si vede che quelle considerazioni lo hanno influenzato e stimolato. Da quei concerti, da quelle prove si è arrivati a questo “interplay”, il quale ha fatto sì che un giorno Davide mi portasse delle sue musiche originali da provare. E così iniziammo ad eseguirle in pubblico, per poi arrivare ad oggi nel concretizzarle in questo progetto. Avevo provato a suonare in altri concerti queste miei musiche anche con altri “fiati” e musicisti con cui collaboro, ma mi resi conto che il colore che ne usciva non era nuovo, come volevo. Non mi convinceva pienamente; forse inconsciamente stavo andando verso il flauto. Poi in più ho trovato subito nella sua musica una coesione con la mia, un’autenticità che è una prerogativa essenziale ai miei progetti artistici, e gli dissi: “facciamo un disco!”,.. e così è stato.

Ho percepito e riconosciuto istintivamente in Davide un musicista “che non forza”;  egli è pienamente integrato con il suo strumento e la sua musica: questa è l’arte musicale in cui principalmente credo e quindi  che inseguo nelle miei collaborazioni.

Composizioni meditate o pentagrammi sentiti come urgenti?

Le mie composizioni di base sono molto istintive, anche se spesso dopo un primo abbozzo necessitano di una meditazione per curarne la forma. Mi spiego: spesso l’idea melodica, la struttura armonica o il “groove ritmico” avvengono pure sul momento, ma occorre saperne gestire l’arrangiamento, l’utilizzo e l’equilibrio all’interno della struttura in cui la si colloca, che si adatti all’esecuzione dell’organico e che ne esalti le qualità specifiche di ogni singolo strumento. Bisogna aver studiato, suonato, analizzato ed ascoltato molta grande musica, da Beethoven a Duke Ellington, da Bach a Miles Davis, per trovare i suggerimenti con lo scopo di ottimizzare originalmente le proprie idee in musica. Penso sempre al pubblico che viene ad ascoltare la mia musica come alla trama di un romanzo, breve o lungo che sia: esso deve essere scritto e sviluppato in modo da non far smarrire il lettore ma di permettergli di ricreare nella propria mente un mondo, un suo film della vicenda e dei personaggi…”un viaggio”! Stimolarne la fantasia e il sentimento dell’ascoltatore, penso che questo voglia dire cercare di emozionare. Una peculiarità che inseguo nella mia missione.

Cosa ricordi di più piacevole nella registrazione dell’album?

Quando c’era quella componente impalpabile: “l’interplay” che ci permetteva la piena riuscita della composizione, così si creava il giusto approccio alla musica ed alla “take”. Questo è un obiettivo che cerco nelle registrazioni, perché è sempre difficile e faticoso incidere un disco; la sala di registrazione, coi suoi tempi, la sua “oscurità”, a volte aiuta per certi aspetti, ma a volte ti disperde le energie psicologiche. A volte sono convenienti dei compromessi per ottenere la musica quasi come la si vuole. L’importante è affrontare la studio di registrazione avendo pianificato una precisa strategia di lavoro ed un comprovato feeling con i propri musicisti. In “Space Blues” credo che ci siamo riusciti, anche divertendoci.

Quali musicisti hanno maggiormente influenzato la tua scelta di dedicarti alle blue notes?

Ma,… tutti i grandi del jazz. Se devo citarne alcuni, forse quelli che ho ascoltato di più, direi: Duke Ellington, Parker, Davis, Coltrane, Monk, Bill Evans, Wes Montgomery, Ornette Coleman, ect. Tutti quelli che definirei “la spina dorsale” di questa musica. Luis Amstrong e Frank Sinatra mi hanno suggestionato e affascinato per il loro intramontabile stile e le loro interpretazioni: un magistero. Tra i musicisti più moderni direi Pat Metheny, Gary Burton, il filone ECM per intenderci, anche quello più europeo, di cui mi piaceva molto Enrico Pieranunzi. Dimenticavo anche i grandi bluesman, quelli della scuola più “grezza” (per dire…): Blind Lemmon Jefferson, Charley Patton, Robert Johnson (ora ne dimentico molti) fino ad arrivare a Jimi Hendrix; sai, lì c’era sempre la chitarra e la musica, il concerto erano un rito, una preghiera, una magia ..mi piace questa sacralità!

Non solo di jazz si suona: cosa ascolti al di fuori?

Molta musica classica, dalla sinfonica alla cameristica, dall’opera alla musica sacra,  per me è una fonte inesauribile di bellezza, di studio e piacere. Come ti dicevo ho studiato al conservatorio la chitarra classica, alla quale sono stato sempre legato per fare la mia musica, anche se prendevo ispirazione più dal jazz. Ma le ascendenze latine del mio strumento e del suo repertorio mi hanno influenzato. Comunque molta musica mi attrae e stimola. Ultimamente, faccio un esempio, ho ascoltato il repertorio di Renato Carosone; mi piace, è un grande, non c’entra molto con il jazz ma  Io lo ritengo un italo-jazzista partenopeo: è integrato nella sua cultura, ha acquisito dal suo tempo l’estro per creare un genere contemporaneo e tradizionale unico, originale e fortemente divertente oltre che comicamente riflessivo. Nella musica in genere che cerco di ascoltare l’importante è che non sia abbandonata dalle sue profonde tradizioni e dalla sincera identità di chi la propone. Non mi piace tanto quella di facile e banale consumo. 

Pat Metheny, Wes Montgomery, Django Reinhardt, Joe Pass, Jim Hall: uno fra tutti?

Wes Montgomery, perché mi ha fatto avvicinare tramite la chitarra e la sua musica al jazz. Fa miracoli quando suona, uno spettacolo sempre imprevedibile, straordinariamente melodico e nuovo. Perché suona senza l’utilizzo del plettro, come me, anche se Io utilizzo tutte le dita con la tecnica classica. Comunque tutti e due non interponiamo un plettro tra le dita della mano destra e le corde della chitarra. Perché è il musicista che ho approfondito di più studiando ed imparando i suoi assoli sui dischi, una scuola fondamentale per apprendere il linguaggio: ritmo, fraseggio, strategie e tecniche d’assolo. Ha creato una sua musica, un suo suono, ed uno stile inconfondibile. Ma mi ha sempre attratto anche perché è festosità, il suo modo di suonare è molto naturale: “come la sente te la suona, triste o allegra che sia!”. Con questo non tolgo niente agl’altri che sono dei giganti dello strumento.

Se dovessi fare un “omaggio” ad un musicista quale sceglieresti?

Forse a Duke Ellington, perché è il più grande compositore della storia del jazz, mi piace tutta la sua produzione. E forse perché potrei attingere da un repertorio vastissimo e quindi selezionare il materiale in un mare di musica anche poco eseguita o conosciuta. E poi perché lo ritengo il più grande esploratore di “blues”, cosa che mi ha sempre affascinato; e come J.S.Bach ha fatto con la fuga, lui ha suonato in tutti i modi, combinazioni e tonalità questa struttura. Una sete inesauribile di blues, come ne fosse rapito. Il mio “Space Blues” (che è una struttura blues nel solo: 12 battute), è nel mio piccolo un omaggio a questo artista ed alle sue esplorazioni, per dirla con le mie parole “spaziali”.

Qual è la tua opinione sulla situazione attuale della musica in Italia?

Che le cose non vanno molto bene per i musicisti emergenti ma anche per quelli più affermati. Soprattutto nel campo del jazz, che è una cosiddetta musica di “nicchia”. Ci sono dei problemi legati alla cultura in generale in questo paese e da lì parte tutto il disastro che ne consegue. I politici e le istituzioni hanno meriti e demeriti, ma credo che ultimamente siano più i demeriti e non è solo questione di soldi, ma di sensibilità ed intelligenza. Mi auspico un miglioramento per il futuro e comunque i musicisti, gli artisti, non possono aiutare chi non può esserlo.

Molti bravissimi artisti prendono strade “straniere”. Cosa fare per porre rimedio?

Sai Fabrizio, direi che fanno bene. L’ha fatto Leonardo Da Vinci alcuni anni fa… di emigrare in Francia; questo la dice lunga sulle risposte che da il potere ai grandi, figuriamoci ai normali. Porre un rimedio, ma  speriamo che non facciano peggio. Si accorgono sempre dopo gli “stranieri” che in questo paese ci sono molti bravissimi musicisti, per poi riaccoglierli con tutti gli onori quando la fatica e le delusioni non l’abbiano prima abbattuto. Non saprei darti una soluzione. Spero che l’intelligenza di chi ha il potere di gestire gli cresca.

Quali i tuoi progetti per il futuro?  

Fare concerti con questo progetto e promuoverlo. Poi  farò un Cd con delle mie musiche, che sono diverse composizioni originali per vari organici dove Io assolutamente non suono, ma ne sono solo il compositore. Dal quintetto con archi e clarinetto, al trio per archi con il piano, a gruppi per soli fiati ect. Vari organici e strumenti soli che suonano musiche con uno stile vicino alla classica, ma una mia lettura di questo stile già proposta in qualche Cd e qui più sviluppata, come ad esempio la melodia sentimentale che fa parte di una serie più ampia di composizioni.

Ah.. poi dimenticavo, di migliorarmi al meglio nel suonare la chitarra e nel studiare il pianoforte, strumento fondamentale per comporre.

 

 

 

 

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