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Recensioni
Laurent De Wilde
“Monk Himself, La vita e la musica di Thelonious Monk” (Minimum Fax)
di Francesco Tromba
“Una tastiera davanti, 120 cm di tasti bianchi e neri, so perfettamente come farli suonare per essere swing e geniale come Duke Ellington, per essere elegante come Count Basie, per essere ironico come Fats Waller, per dimostrare il carattere e la raffinatezza di Bill Evans, ma non mi interessa, a me interessa solo la mia musica! Sto suonando il pianoforte mentre una goccia di sudore cade sulla tastiera. È da due giorni che non dormo, tentando di dare una forma al mio stile. Sono esausto ma non mi arrendo, lo faccio per me, per mia moglie Nellie, per la mia musica. Non voglio cedere a compromessi, non mi interessa la fama, voglio solo esprimermi e suonare, suonare, suonare. Ecco: l’ho trovato il mio stile, si chiama MONK!”
“Monk’s Himself” porta il lettore dentro la musica e la vita di Thelonious Monk, costruendo un percorso molto ben strutturato, che spazia dagli aneddoti biografici alla scena jazz contemporanea del pianista newyorkese, senza tralasciare la descrizione dell’estetica monkiana e dando continui input sui principali temi della storia del jazz e dell’arte in generale. Anche lo stile dello scrittore si accosta perfettamente alla musica ed alla storia del “sacerdote del be-bop”, fresco, diretto, essenziale, ironico, misterioso. Perché come le composizioni di Monk il libro di De Wilde fa pensare e obbliga a farsi delle domande, a riflettere.
La figura di Monk è quella di un outsider nella storia del jazz, non esiste una scuola che si rifà a lui, né degli interpreti ai quali si possa far risalire il suo stile. Monk è Monk. Proprio questa ostinazione a suonare la sua musica, senza mai vendere la propria anima per la popolarità vengono ben evidenziate da De Wilde nella parte iniziale.
La struttura dell’opera è simile a quella di un disco: 13 tracce più un preludio iniziale dal titolo “New York” che restituisce una città che in quegli anni è il centro per chi fa jazz, una città che sa dare molto, ma alla quale non tutti riescono ad arrivare perché non è adatta ai principianti.
Nel capitolo “Sezione Ritmica” vengono spiegate in maniera chiarissima le dinamiche e le evoluzioni del trio (piano, contrabbasso, batteria), composizione che tanto ha regalato alla discografia ed alle esibizioni live nella storia delle blue note. De Wilde ci racconta anche un aneddoto sul rapporto “affettuoso ma feroce” tra il grande batterista Art Blakey e Monk. La baronessa Pannonica de Koenigswater, amica di molti jazzisti, è in un club in cui si esibiscono il batterista come band leader e Monk come pianista. La baronessa si avvicina e si presenta a Nellie, la moglie di Thelonious, ed aggiunge sono “felicissima di sapere che adesso non vi siano più problemi di soldi. Prego? (risponde Nellie) Si questo sistema deve aggiustare tutto. Le due si spiegano e viene a galla che Blakey aveva convinto Pannonica del fatto che Monk era un po’ matto, e portava assai di rado i soldi a casa. Perciò il batterista aveva persuaso la baronessa ad accompagnarlo ogni sera in macchina davanti all’isolato della famiglia Monk per consegnare i soldi direttamente nelle mani di Nellie. Beninteso lui faceva il giro dell’isolato a piedi guardandosi bene dall’avvicinarsi alla porta dei Monk, e risaliva in macchina, avendo così raddoppiato la paga della serata”. Tuttavia quest’ episodio influenza solo in parte il rapporto di amicizia tra i due musicisti. Come ricorda lo stesso De Wilde quando Blakey comprò una casa nuova a New York, una casa da uno che aveva fatto i soldi, tempestò il muro di una stanza di immagini di Monk.
Continuando a scorrere le pagine del libro ci imbattiamo nei due capitoli dedicati ai produtori. Monk inizia ad incidere per la Blue Note di Alfred Lion e Francis Wolff. Poi passa alla Prestige di Bob Weinstock, dove vive alterne vicende, incidendo la storica session con Sonny Rollins, ma in generale Monk si trova male e nel ’54 Orrin Keepnews della Riverside, riscatta l’artista per soli 108 dollari e 27 centesimi, i debiti che la Prestige ha accumulato da Monk.
Il primo disco per la Riverside è “Thelonious Monk plays the music of Duke Ellington”, per la prima volta il pianista di New York non suona le sue composizioni, tuttavia la musica di Ellington si adatta bene allo stile di Monk che la fa sua, dandogli un tocco personalissimo. È l’inizio del successo, Keepnews ha fatto un affare, lo sapeva era solo questione di tempo e finalmente la sua musica sarebbe stata capita dalla gente.
La fama è solo un contorno per Monk che continua a sfornare capolavori come “Brilliant Corners”, “Misterioso”, “Thelonious Himself”, “5 by Monk by 5”. Alla composizione “Brilliant Corners” viene dedicata più di una pagina sottolineando come “Tutte le convenzioni classiche vi sono fatte esplodere. Monk non è mai andato così lontano nel suo disprezzo delle regole. Il tempo è raddoppiato, poi tagliato più volte di seguito nello stesso brano, in modo disorientante , ma concentrato”. De Wilde evidenzia come a questo brano va accostata la considerazione di John Coltrane sulla musica di Monk “Se si manca un accordo è come se si cadesse nel vano vuota di un ascensore”.
A questo proposito ci piace inserire un'altra metafora proposta nella prefazione da Enrico Pieranunzi “L’immagine della musica di Monk è quella di un edificio che, come la chiesa di Auvers Sur l’Oise di Van Gogh, sta miracolosamente in piedi nonostante le imponenti forze sotterranee che l’attraversano e lo scuotono dalle fondamenta”.
“Sassofoni” è dedicato ai sassofonisti che si sono alternati al fianco di Monk. Dal traghettatore (e che traghettatore) Coleman Hawkins, al giovane Sonny Rollins che sembra intendersi alla perfezione con la musica di Monk, al John Coltrane che viene dal gruppo di Miles Davis che ha deciso di licenziarlo per gli eccessi di eroina. Senza trascurare Johnny Griffin “the Little Giant” e il fedelissimo Charlie Rouse che suonerà per 12 anni insieme al pianista. In questo capitolo vengono messi a confronto i diversi sassofonisti ed il loro modo di approcciarsi allo stile di Monk. Rouse e Griffin risultano essere i più affini, seppur meno creativi e noti degli altri due, ma sicuramente due meravigliosi sidemen per Thelonious. Rollins è quello che ha mantenuto l’estetica di Monk nel suo stile nel corso degli anni. La collaborazione con Coltrane è breve ma intensa ed ha in “Trinkle Tinkle” uno dei suoi apici.
Andiamo verso la fine, Monk passa alla Columbia, qualche registrazione in Big Band con gli arrangiamenti di Hall Overton, qualche registrazione live, un album meraviglioso (anche per la copertina), “Underground”.
La testa di Thelonious ha qualcosa che non va, le crisi sono sempre più frequenti e più lunghe. La Torazina usata per curare Monk gli viene somministrata in dosi da cavallo, anzi da elefante, 3,5 grammi, quando la dose massima era considerata 500 mg. Ma non basta il pianista viene sottoposto all’elettroshock.
Musicisti si è per sempre, non si smette mai di suonare anche quando ci si ritira dalla scena pubblica, ma non Thelonious sarebbe troppo “normale”. Gli ultimi anni della sua vita Monk li passa in casa della baronessa Pannonica. Ogni mattina si sveglia si veste, giacca, cravatta, dopodiché si stende sul letto appena rifatto a guardare la tv o a fissare per ore il soffitto, rinchiuso in un mutismo quasi assoluto. Nella stanza accanto c’è il pianista Barry Harris che si esercita ma mai una parola, mai un suggerimento un commento, mai un suoniamo insieme. Silenzio! Cala il sipario: Monk muore il 17 febbraio 1982 di emorragia cerebrale.
Monk è vivo! Non morirà mai. La musica, tutto il resto della musica passerà, si evolverà, il jazz si fonderà con il resto diventando jazz rock, jazz world, jazz elettronico, ma Monk no rimarrà sempre Monk, la sua musica sarà sempre lì per chi voglia avventurarsi nel suonarla.
E lui se ne sta lì appollaiato, da solo, sul grande albero del jazz, proprio accanto al ramo con su scritto Be-bop.
Un libro adatto a qualsiasi tipo di lettore, dal fanatico di Monk, al musicofilo, dall’appassionato di lettura a chi si imbatte per caso in questo testo. Tutti gli aspetti della vita e dell’estetica del pianista vengono citati e approfonditi, senza trascurare le questioni storiche della storia del jazz. Si legge facilmente. Consiglio: mettete un disco di Monk in sottofondo per sentire il libro e non leggerlo solamente.
Francesco Tromba
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