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Recensioni
Fabrizio Bosso e Antonello Salis
“Stunt” (Parco della Musica Record, 2008)
di Stefano Cazzato
Fabrizio Bosso - trumpet e electronics Antonello Salis - piano, accordion, percussion, obiects
Quello che Antonello Salis e Fabrizio Bosso hanno in comune, al di là delle differenze generazionali e dei diversi percorsi musicali (che a un certo punto però s’incontrano), è l’esperienza viva della musica, l’eccellenza tecnica, l’originalità del suono, la capacità di curiosare oltre il jazz, pur rimanendo profondamente, radicalmente e coerentemente due grandi musicisti jazz.
Per rendersene conto basta ascoltare questo disco che ha, tra i suoi meriti, quello di mostrare cosa significhi libertà di interpretazione. Quella libertà stilistica che i due si concedono nel proporre, accanto a proprie composizioni, la rilettura di classici come Body and soul, Caravan, Georgia on my mind, Roma non fa la stupida stasera, Domenica è sempre domenica, Bésame mucho, Mack the knife.
E’ evidente che uno si chieda: ma cos’è che tiene insieme, all’interno di uno stesso progetto, Garinei e Giovannini e Johnny Green? Qual è il punto di contatto tra Duke Ellington e Kurt Weill, tra Gorni Kramer e Hoagy Carmichael, tra Armando Trovajoli e Consuelo Velazquez?
E’ la libertà d’interpretazione, dicevamo, il filo conduttore di questo lavoro dal titolo azzecatissimo: Stunt.
Stunt come energia, destrezza, azione e spettacolo. Salis e Bosso come stuntman degli strumenti, come acrobati che corrono sul filo dell’improvvisazione anche estrema e mantengono, quale che sia il testo con cui si confrontano, forma e equilibrio. I due controllano perfettamente la vertigine dell’infrazione e del virtuosismo, e sanno con altrettanta perfezione dove possono spingersi e dove occorre fermarsi. Altri si perderebbero dove loro si esaltano e così esaltano senza esasperare.
Questo libero gioco dell’improvvisazione (gioco perché nell’arte dello stuntman la finzione e la messinscena si mescolano all’inevitabile rischio della performance) è tanto più apprezzabile quanto più il punto di partenza è conosciuto, e chi ascolta può di conseguenza misurare la giusta distanza tra l’interpretazione, le interpretazioni e l’originale. Una distanza che è relativa, ma che è necessaria, altrimenti non ci sarebbe il jazz che innerva di una linfa fresca quello che l’abitudine finisce per inaridire. E lo spazio del jazz (tanto per fare un esempio) è quello che passa tra l’interpretazione romanesca di Roma non fa la stupida stasera, già sentita mille volte, e quella moderna e contaminata di Salis e Bosso che rivive qui come un blues grintoso e metropolitano.
Il jazz di Stunt è quello di prendere dei brani su cui sembra sia stato detto tutto e farne una cosa nuova, imprevista ed emozionante. Tra brividi e straniamento, è la musica a guadagnarci in ricchezza ed espressività.
di Stefano Cazzato
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