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Recensioni
Raffaele Genovese
“Freeway” (Alfamusic, 2011)
di Stefano Cazzato
R.Genovese:Piano e Compositions M.Panascia:Double Bass G.Papa:Electric Guitar M.Pellitteri:Drums and perc. S.D’Anna:Soprano e Tenor Sax F.Bosso: trumpet
Freeway: prende il titolo da un brano visionario di Salvatore Bonafede il disco d’esordio del pianista e compositore Raffaele Genovese, che ha firmato tutti gli altri brani.
Siracusano, classe 1982, formazione al conservatorio di Reggio Calabria e una borsa di studio al Berklee College of music di Boston vinta partecipando alle Clinics di Umbria Jazz, Genovese è tra i nomi nuovi e più promettenti del ricco panorama jazzistico italiano.
Freeway sono le autostrade americane dove si può circolare liberamente, senza pagare il pedaggio. Quindi un tributo all’America, alla cultura del viaggio e dell’immaginazione, alla libertà di muoversi e di spaziare per trovare un proprio modo di stare al mondo c’è sicuramente nella proposta del musicista siciliano il quale, la propria strada, l’ha cominciata a percorrere non contro la tradizione ma nel solco della tradizione. Dimostrazione, questa, di umiltà ma anche di maturità.
Quale tradizione? Basta ascoltare il primo e l’ultimo brano del disco (rispettivamente Your love lights up the sky e Toc toc ), messi lì quasi a marcare un territorio espressivo, a segnare un’appartenenza ideale, per sentirsi trascinati in festose atmosfere hard bop anni quaranta e cinquanta. Ma molto fa pensare a quell’epoca: non solo i brani ricchi di ritmo e di melodia ma anche la composizione piuttosto classica del quintetto (piano, tromba, sax, basso e chitarra), la presenza in formazione di un campione di lirismo come Fabrizio Bosso e infine una scrittura che vuole esaltare le doti timbriche dei musicisti (tutti eccellenti e ispirati), cui il piano non invadente, pulito e rigoroso di Genovese si mette a disposizione per lasciare un’ampia libertà di espressione e di improvvisazione.
Non tutti i brani sono naturalmente classificabili sotto il verbo bop, non mancano sconfinamenti in sonorità diverse da quella afroamericana (Sentieri, Fire and ice), ok c’è l’influenza della Sicilia con le innumerevoli stradine che l’attraversano, ma la strada maestra sembra quella tracciata dal sogno americano, anche nei brani più rarefatti e introversi (Novembre, Dipinto a mano). Ed è francamente una grande bella strada.
di Stefano Cazzato
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