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ENRICO PIERANUNZI

THE DAY AFTER THE SILENCE - Piano solo, 1976

AlfaMusic 2013

Il passo evolutivo di un artista come Enrico Pieranunzi non può essere misurato solo nella nitidezza e nell’essenzialità delle sue intuizioni innovative o nel virtuosismo che la dote emotiva gli ha dato, in quel Village Vanguard misterioso e distonico che le Blue Notes italiane indagano da decenni, e con esiti mai del tutto riconosciuti dalla Lente Miope della Critica europea, instabile nel riconoscere ciò che di nuovo è accaduto e, per inciso, avrà da accadere.

 

Si dice che mode e stili sorgano e tramontino, ma Pieranunzi continua ancor oggi a ideare esecuzioni tecnicamente impeccabili, e di una forza ritmica, armonica ed improvvisativa che pochi possono vantare dopo una carriera tanto lunga: eppure l’ultimo Pieranunzi vale il Pieranunzi di qualunque altro periodo della sua storia, e a volte risulta perfino superiore.

Tanto vale, allora, cominciare dall’inizio. “The Day after the Silence”, anno 1976, non conosceva alcuna Fantasy postapocalittica: il “Giorno dopo il Silenzio” era una Lettura d’Immagini, un Piano Solo nel quale l’ enfant prodige esibiva i propri richiami avvolgenti, i propri incontrollabili colori, le proprie evocazioni dirette in Luce Radente nello storico “Music Inn” in Roma Lungotevere, dove lo ascoltammo per la prima volta. Avemmo l’immagine di un pianista assorto e gentile in abito bianco, assorto nel pensiero di Note senza Confine, gentile nei modi autentici di chi chiamava a sé, più che l’Intelletto, una Sensualità Musicale viva ed in costante mutamento, una Vita quasi tangibile nelle Norme di una fisicità espressa sotto diverse Forme, sempre e comunque tesa all’Emozione, al richiamo (diciamo pure “ancestrale”) della propria Natura.

Il Giorno dopo il Silenzio era la Quiete dopo la Tempesta probabilmente, o magari la Tempesta prima della Quiete, un rilancio in termini di spontaneità compositiva e riflessioni lievi che insinuavano armonie pacificatrici: un Gioco di Specchi che aveva (ed ha ancora) come protagonisti il proprio Empireo e la Fine delle Apparenze. L’Enrico che si ascoltava era allievo ideale di Bill Evans, McCoy Tyner, Horace Silver, Keith Jarrett e Lenny Tristano, ma ciò che stupiva era lo Straordinario Semplice che raggiungeva nei termini jazzistici di melodie “in disparte”, familiari e liriche (“Prolusion”, “Trichromatic Line”, “Blue Song”), che secondo un’Alchimia personalissima armonizzava impressioni essenziali inscritte in un contesto notturno, scandito dall’eccellente tecnica per mano sinistra (“Our Blues” e “Blues Up”), nel quale cantare voci di carezzevole intimità (“The Mood is Good”) di passo-danza ternario di Valzer che, quasi inutile ricordarlo, percorrevano il Jazz Modale del Davis di “Kind of Blue” e, pianista per pianista, l’Evans di “Waltz for Debbie” con lo straordinario Trio con Scott LaFaro e Paul Motian (E, chi l’abbia per un momento perduto, torni ad ascoltarlo: uno dei più grandi della musica del 900).

Diciamo la verità: l’Enrico ventisettenne nessuno pensava avrebbe potuto suonare di più. E invece no. L’Enrico voleva suonare praticamente tutto il possibile, ed anche qualcosa in più, neanche a dirlo il Simbolismo vago e onirico di Claude Debussy, sfuggente nei contorni e tenue nel dissolversi del Timbro romantico, come in “Aurora”, uno di quei brani per cui ci si chiede se il Piano Solo sia un disegno concertato per Arguzia tecnica o piuttosto per un’Urgenza volta a comunicare atmosfere fluide e brevissime che narrino la Sintesi aforistica di un Flusso di Coscienza al Grado Zero. Non possiamo che propendere per quest’ultima lettura, udita la delicata luminosità con la quale la trasformazione narrativa muoveva liberi pensieri dedicati al pubblico in ascolto, che permettevano al pianista di rivolgersi ad un’utenza che lui sapeva in continua mutazione, visti i tempi complessi e creativi intorno al 1975, improvvisando e librando il proprio Segreto oltre ogni Muro ed oltre ogni Immobilità: esistevano molti ostacoli da superare, occorreva concedersi non al Nonsenso né al capriccio stilistico, quanto piuttosto rendere “popolari” i sospetti e le certezze, dire di se stessi energie, surrealtà, evanescenze, profondità, naturalezze, sfumature, elegie, liriche, automatismi psichici e liberazioni.

L’album è una delle performance di riferimento dell’autore.  Pubblicato in vinile nel 1976, pochi mesi fa è stato ristampato dall’etichetta Alfa Music, dopo un attento lavoro di restauro e recupero delle incisioni originali, grazie all’entusiasmo e all’intelligenza del Supervisor Fabrizio Salvatore. Nel sito della Label si potranno leggere note tecniche ed ulteriori interessanti informazioni.   

In una recente intervista Pieranunzi ha fornito l’esatta chiave di lettura del proprio percorso di jazzista e di uomo: “C’è nella musica, nel combinarsi dei suoni, una geometria invisibile, una sorta di “biologia sonora” che rispecchia le leggi segrete presenti nell’universo. Forse quel titolo molto particolare alludeva a questo. A volte ti può capitare, nel corso della tua vita musicale, in momenti speciali, di averne la percezione precisa. È una vertigine…” (http://www.pianosolo.it/day-silence-intervista-enrico-pieranunzi/)

E, quando si parla di “vertigine” e di un “forse” circa l’ ”assemblage” del proprio passato, non possiamo né vogliamo aggiungere altro, perché tutto è detto. Semmai ricordiamo il veggente Paul Verlaine:

La musica, ancora e sempre!
Il tuo verso sia la cosa che va via,
che si sente fuggire da un’anima in cammino
verso altri cieli ed altri amori.

(Art Poétique, 1874)

Fabrizio Ciccarelli

Enrico Pieranunzi: piano & compositions.

1 Prolusion

2 The day after the silence

3 Trichromatic line

4 Blue song

5 Our blues

6 Blues up

7 The mood is good

8 Aurora

9 The flight of Belphegor

10 A gay day

Produced by AlfaMusic under exclusive license of Edi-Pan S.r.l.

Production supervision: Fabrizio Salvatore  

Recordings: September 8/9, 1976 at Emmequattro Studios, Rome - Italy

Sound engineer: Giovanni Fornari

Remastering: 2013 at Forward studios (Hi-Jazz), Grottaferrata (Rome) – Italy

Sound engineers: Carmine Simeone & Marcello Spiridioni, Alessandro Guardia

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