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Recensioni
La “protest song” nel jazz: le interpretazioni di Louis Armstrong, Billie Holiday, Nina Simone, Charles Mingus
di Livia Cavalieri
Il genere della “protest song” è trasversale rispetto a tutti gli altri perché non si distingue per strumenti, ritmo o cantato ma solo per i temi trattati; movimenti di protesta contro la guerra e la schiavitù, movimenti per i diritti civili, dei lavoratori e delle donne, ambientalisti e animalisti hanno fatto proprie queste canzoni e la loro volta queste canzoni hanno contribuito a dare corpo e motivazione a coloro la cui voce non veniva ascoltata.
Negli Stati Uniti il jazz ha dato voce alle prime vive proteste contro le ingiustizie della “Jim Crow Era”, contro la segregazione razziale e il clima di odio verso i neri presente soprattutto negli stati del Sud. Lo spirito e i testi di queste canzoni jazz di protesta sono di volta in volta malinconici, ironici, rabbiosi ma quasi sempre privi di autocommiserazione e sentimentalismi che sono invece presenti nella maggior parte della musica popolare americana: questo perché i suoi interpreti vogliono essere dei “raccontatori/narratori di verità”(truth tellers) in un epoca in cui i linciaggi e la discriminazioni contro i neri vengono socialmente accettati e vigliaccamente tollerati dalle autorità.
Un rapido percorso per farsi un’idea di come il connubio tra jazz e protesta dia risultati soprendenti è quello che passa attraverso grandi interpreti quali Louis Armstrong, Billie Holiday, Nina Simone e Charles Mingus.
“Black and Blue” è un motivo scritto da Thomas “Fats” Waller nel 1929 per far parte del musical di Broadway “Hot Chocolates”: la canzone era originariamente interpretata da una donna di colore che si angustiava per aver perso il suo uomo per via di un’altra donna di pelle meno scura della sua. Nelle mani di Louis Armstrong “Black and Blue” diventa un inno di protesta contro la discriminazione. Armstrong unisce ironia e schiettezza per porre denunciare l’assurdità del razzismo, che non legge che la superficie delle persone e porta i discriminati a interrogarsi su quale sia la colpa che li ha portati ad avere una pelle di diverso colore.
Billie Holiday, per poter incidere “Strange Fruit” nel 1939, dovette rivolgersi a una casa discografica indipendente (la Commodore Record) dopo che la propria si rifiutò di registrarla perché troppo “politica” per gli ascoltatori del sud. Il testo di questa famosa canzone è di Abel Meeropool (pseudonimo Lewis Allan), un insegnante ebreo di scuola superiore che si era probabilmente ispirato a una foto che ritraeva uno dei più efferati linciaggi contro i neri dell’epoca (quello contro Thomas Shipp e Abram Smith nel Marion, in Indiana), che mostrava le vittime impiccate a un albero. Meeropool è anche noto per aver più tardi adottato insieme alla moglie i due figli dei coniugi Rosemberg, che furono condannati per spionaggio e morirono sulla sedia elettrica.
Il pezzo, che in primis aveva ricevuto una fredda accoglienza, diventò ben presto un successo, tanto da attirare persone di sinistra bianche e nere dei club di New York esclusivamente per ascoltare la performance di Billie Holiday, la quale non mancava di trasmettere tutto il profondo disgusto e dolore che si prova di fronte all’uccisione di innocenti. Bobby Tucker, un musicista che suonava con Billie nei club, ricorda che il pezzo divenne un elemento indispensabile delle sue performance, ma che la cantante non riusciva a trattenere le lacrime dopo l’esecuzione; forse perché suo padre era morto dopo che molti ospedali del sud si rifiutarono di curarlo solo perché era di colore. “Strange Fruit”, grazie anche all’interpretazione sentita della Holiday divenne presto una hit underground: fu in un certo senso il punto di contatto tra due ere: quella di “Jim Crow” e quella, allora agli albori, delle lotte per i diritti civili.
Un pezzo che non si può non citare se si vuole parlare di protest song nel jazz è “Mississippi Goddam” 1964 di Nina Simone. La cantante si sentiva enormemente frustrata dal vedere la propria gente uccisa ingiustamente, e in seguito all’omicidio dell’attivista Evers nel Mississippi nel 1963 e all’uccisione di quattro ragazze di colore in una chiesa battista in Alabama capì che tutto ciò che poteva fare era usare la sua arma più potente, la voce, per chiedere la fine di tutte le ipocrisie e un’autentica eguaglianza tra i cittadini del suo paese.
La rabbia e la frustrazione traspaiono dalla sua performance malgrado l’ironia dei suoi interventi; la voce parte limpida ma si fa a mano a mano più rotta, un particolare che viene sottolineato anche dalla figlia della Simone, che ricorda con quale passione la madre si sforzasse di cambiare la sonorità del cantato per renderlo più duro.
Infine ricordiamo il famoso “Fables of Faubus” di Charles Mingus, registrato in una prima versione strumentale nel 1959 (sul testo pose il veto la casa discografica Columbia) e riregistrato con il testo nel 1960 per la Candid con il titolo “Original Fables of Faubus”. Nel dialogo botta e risposta tra Richmond e Mingus si prende in giro l’allora governatore dell’Arkansas Orval E. Faubus che nel 1957 aveva chiamato ad intervenire la Guardia Nazionale per impedire l’integrazione di nove ragazzi di colore in un liceo.
Il jazz e la protesta si sono intrecciati soprattutto in quegli anni in cui la musica nata come nera poteva diventare lo strumento e il simbolo della lotta contro la paura, la discriminazione e la disperazione; oggi il jazz è un genere musicale che abbraccia tutti i popoli e forse proprio per questo ha perso il carattere contestatario e provocatorio degli inizi. Ci sono tuttavia alcune eccezioni, prima tra tutte quella di Wynton Marsalis, musicista americano vincitore del Premio Pulitzer, per il quale il jazz, oltre ad essere una creazione che rispecchia l’autentico spirito americano, può e deve essere il più importante strumento per cambiare l’atteggiamento delle persone verso la propria vita: il jazz, secondo Marsalis, influisce quindi sulle relazioni che i suoi fruitori intrattengono con i propri familiari, la propria comunità e la propria nazione.
Livia Cavalieri
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