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Recensioni
My MonkRoberto Zanetti Trio

“My Monk”
(Autoprodotto)

di Francesco Tromba  

Roberto Zanetti Piano
Massimo Chiarella batteria
Luca Pisani contrabbasso

Tracklist: 1. Bya-ya (Monk); 2. Geography Blues (Zanetti); 3. I let a song go out of my heart (Ellington); 4. Valvoline (Zanetti); 5. Misterioso (Monk); 6. Angelica (Ellington); 7. Lullaby little bird (Zanetti); 8. Monk’s Dream (Monk); 9. Well you needn’t (Monk)

“My Monk” è un tributo personale del pianista veronese Roberto “Zizzi” Zanetti verso colui che è stato uno dei suoi maestri ideali: Thelonious Monk. Proprio come per Monk la formazione di Zanetti ha le sue radici nella musica sacra infatti il pianista veneto si è diplomato in Musica Corale e Direzione del Coro al Conservatorio “E. F. Dall’Abaco” di Verona. Come hanno sostenuto alcuni critici c’è molto della musica sacra in Monk, un pianismo profondo, intenso e toccante che ritroviamo in buona parte del disco.

Insieme a “Zizzi” ci sono l’esperto Massimo Chiarella (batterista autodidatta che ha collaborato con grandi jazzisti come Pietro e Marcello Tonolo, Massimo Urbani, Steve Grossman e Kurt Rosenwinkel) e il giovane e completo contrabbassista Luca Pisani che ha lavorato con Francesco Bearzatti, Stefano Bollani, Steve Grossman e Mauro Ottolini.

Anche la scelta del trio è una scelta significativa infatti era forse la formazione preferita in assoluto da Monk.

Si parte immediatamente con una bellissima composizione del pianista americano, “Bya-ya”, contenuta in diversi album (“Thelonious Monk Quartet with John Coltrane At Carnegie Hall” e “Monk’s Dream”). Zanetti riesce a scovare il mood leggermente latino dell’originale e da questa idea prende vita una re-interpretazione fuori dai soliti canoni. Il piano scorre in maniera molto fluida, la batteria ha un ruolo principale nello scandire il ritmo principalmente tramite il rullante sul quale si inserisce molto bene il contrabbasso.

“Geography blues” è la prima composizione del leader veronese delle tre presenti nell’album. Si iscrive molto bene nel sound e nel mood del disco in piena continuità anche con la tradizione monkiana. Il piano costruisce una struttura armonica che avvolge completamente l’ascoltatore, con una ripetizione ostinata del tema sempre in modalità diverse, proprio come nei brani più famosi del pianista americano. Da sottolineare l’assolo blues del contrabbasso a metà del brano che riesce a dare un ulteriore tocco in più al all’andamento sinuoso del pentagramma.

“I let a song go out of my heart” è ancora una volta una scelta volutamente simbolica. Il primo album di Monk una volta passato alla Riverside e il primo album a vendere davvero fu “Thelonious Monk plays Duke Ellington”. Inoltre Duke Ellington è l’altra eccellenza presa da Zanetti come maestro ideale. Il risultato è uno standard molto ben costruito, continuamente in bilico tra le provocazioni di Monk e la pulizia stilistica di Ellington. La batteria e il contrabbasso non hanno il semplice ruolo di spalla del piano, ma in diversi momenti durante il brano prendono il centro della scena.

Arriviamo al cuore dell’album dove non poteva mancare una delle composizioni più famose del pianista americano, “Misterioso”. Il ritmo viene leggermente rallentato rispetto all’originale, il piano ha quella profondità e allo stesso tempo quella fuggevolezza che rendono infinitamente affascinante questo brano. È la prova del nove per il trio italiano che la supera a pieni voti (secondo chi scrive) dando un’interpretazione bilanciata e non convenzionale. Ancora una volta molto intenso l’assolo centrale del contrabbasso che arriva al midollo dell’estetica monkiana.

“Monk’s Dream” è un turbine, un continuo cambiare di tempo. Il contrabbasso aggiunge ogni tanto qualche sonorità funk, e insieme alla batteria danno un’energia e un’anima consistenti alla traccia. Il piano rimane l’attore principale, con tocchi swing o con quei tocchi “sbagliati”, come li chiamava Monk, che imprimono indelebilmente il brano dentro chi ascolta.

Un lavoro ricco di argomenti musicali sui quali riflettere o più semplicemente un disco da ascoltare perché fa riflettere in maniera piacevole (Monk fa sempre riflettere col sorriso sulle labbra). Zanetti offre una buona prova da leader, non tiene la scena tutta per sé ma la condivide con i suoi compagni d’avventura, senza tuttavia mai perdere il controllo di ciò che accade. Un trio ben composto e ben diretto con una qualità tecnica molto alta.

John Coltrane: “Il lavoro con Monk mi portò vicino a un architetto musicale di primissimo ordine. Ogni giorno imparavo da lui qualche cosa per mezzo dei sensi oltre che teoricamente e tecnicamente. Parlavo con Monk di problemi musicali e lui si metteva al piano e mi mostrava le risposte suonando. Io lo guardavo suonare e scoprivo ciò che volevo sapere. E così imparavo anche un sacco di cose per me del tutto nuove”. Sì perché da Monk e con Monk c’è sempre qualcosa da imparare!

Francesco Tromba

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