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Recensioni
“Un volto nell’ombra: le parole non dette di Nina Simone” Versione Completa
di Fabrizio Ciccarelli
Cercavo di tuo il sogno in queste ombre: la periferia, il passato, il non sentire. Ai tiri del vento notturno la notte e le grida. Poi l’alba. Esausta ti immagino: scivoli dentro. Sveglia la città di notte. Non ho mai provato ad immergermi senza dolori nel tuo canto di bagliori nella mani gelate. Sei volata nel respiro del sole
Nessuno sa quello che sta per accadere…tanto meno al padre che non abbiamo mai trovato.
(Jack Kerouak, On The Road)
Nina Simone fu una performer di straordinarie qualità, a lungo sconosciuta in Europa, applaudita ma ignorata nel suo vissuto umano negli Stati Uniti, quello per cui sentiamo ancora la sua voce come un perfetto distacco tra humour e spleen di altissimo livello stilistico, uno strumento fatto di poche note graffianti e maestose, intonate sempre al momento giusto.
Il suo fu un successo anche commerciale, ma senza categorie assimilate per compromissione, tanto “umano”negli successi e negli insuccessi discografici quanto privo di vincoli intellettualistici: “artistico” nell’imprevedibilità e brioso nell’istintiva ironia nei confronti dello show business , ricordando le parole di Billie Holiday: nel mercato della musica devi sorridere per non vomitare.
Nina nacque come Eunice Kathleen Waymon a Tryon il 21 febbraio del 1933, un modesto paesetto del North Carolina, da una madre religiosa all’eccesso e da un padre squattrinato, lavoratore occasionale in cucine puzzolenti e stazioni di servizio polverose lungo le highways dove correvano gli autotreni carichi di mais e balle di fieno, assieme ad automobili a sei posti piene di famiglie basso borghesi in cerca di vacanze economiche in quei luoghi suggestivi, climaticamente gradevoli per chi veniva dalla grande città afosa e malsicura.
Vivere con otto figli a Tryon non era facile: Nina era la penultima, una donnina sempre vicina alla madre con la quale cantava refrains religiosi a voce alta, cucinando frittelle e biscottini tra fratelli da lavare e preghiere da recitare ad occhi socchiusi, perché un dio le ascoltasse.
Ma il“dio”non dava quella salvezza che la piccola Nina sperava; anzi, la situazione economica precipitava e la sua famiglia finiva per vergognarsi della povertà in cui sprofondava ogni giorno di più dato che la cittadina turistica si smarriva assieme alla grande crisi del 1929.
Nonostante ciò Nina iniziò a suonare il pianoforte: la musica faceva parte del credo religioso della Chiesa Battista cui la sua famiglia apparteneva ed i gospels muovevano ogni momento della giornata. Anche il padre, chitarrista dilettante, si dava da fare per arrangiare i canti di chiesa che sapevano di Africa e racconti urlati di navi di negrieri e padroni bianchi che violentavano le donne scure, i cui figli finivano nei cessi degli ospedali compiacenti. Quel canto sacro le diede il senso del ritmo e dell’armonia, l’amore per la tastiera e per la percussività tribale, una rispettosa tradizione dai canoni modellati secondo secoli di immagini totemiche e fascino oscuro di danze collettive.
La sua passione per le note fu notata dai preti dei templi riformati: il suo pathos era tale da coinvolgere tanto operai e contadini quanto predicatori dall’aria seriosa in cerca di gente che potesse contribuire al sostentamento dei baracconi in cui improvvisano sermoni secondo un ben architettato programma che avrebbe dato loro biglietti verdi immunizzati dai problemi del mondo bianco e dalle tasse federali. Coerentemente, la musica sacra rimarrà una costante “ermetica” per tutta la vita artistica di Nina. Non di rado in quegli angusti stanzoni venivano eseguiti anche brani appartenenti alla religiosità europea: la maestosità degli andamenti dei Corali Luterani di Bach, le arie e gli accordi spaziati, la sobrietà del canto e la silenziosa “magia” del postgregoriano e del gotico la affascinava a tal punto che, rapita, dimenticava la preghiera e per questo veniva ripresa dai fratelli, perché quella era musica sacra per davvero per i fedeli miserabili, anelito al dimenticare i morsi della fame e le manganellate degli sbirri yankees.
Semmai esista il destino, il suo era quello di un futuro da scrittrice e da attivista per i diritti civili, una voce bruna, roca e di disperata sensualità che spaziò fra il soul ed il blues, il jazz ed il gospel, il pop ed il folk. Era andata per chiese a cantare salmi e “Alleluia”racimolando qualche spicciolo dai poveri negri che, inginocchiati alla predica del prete, ascoltavano più il suo sinuoso colore vocale che non gli incomprensibili contenuti biblici, che accettavano più per speranza di rifugio e assoluzione che per mistica comprensione. Ai margini delle strade, al di fuori delle bettole trasformate in luoghi di culto, i bianchi stradaioli, satolli e alticci fin dal primo mattino, udivano l’eco delle sue frasi e si fregano le mani ridendo di quella voce da bambina che intonava parole “grandi” che nemmeno capiva. Negli anni Quaranta il Sud bianco aveva altro per la mente, dollari e schifo per i negri, ma nelle ombre della notte sapeva quanto la tradizione nera avrebbe senza troppa fatica dato alla rivoluzione del sound americano, a partire dal Be Bop e, ancora prima, dal New Orleans.
Gli incontri collettivi nelle povere parrocchie di periferia erano vitali per proseguire a campare, erano momenti in cui il popolo nero poteva scambiare opinioni e darsi affetto, dimenticando i rigurgiti schiavisti, cantare all’unisono qualcosa che sapevano li accomunava, qualcosa in cui riconoscersi con dignità. Ad un certo punto il “sacro” europeo veniva dimenticato ed entravano nelle menti i cori gospel, naturali, spontanei, sentiti come necessari: quei colori venivano dall’Africa e chiunque poteva intonarli nel modo che reputava più consono, più vicino al proprio stato d’animo, per tutta la sera, per tutta la notte, fino all’alba magari. La partecipazione al rito arcaico era talmente forte che non di rado qualcuno finiva al Pronto Soccorso per una sorta di Sindrome di Stendhal che assaliva così forte da provocare crisi isteriche o estasi “mute” in cui, più spesso le donne, ci si lasciava andare alla perdita del controllo “razionale”e non si era più in grado né di parlare né di stare in piedi. Di sicuro qualcuna fumava erba e scolava qualche bottiglia di vino californiano tossico e inacidito, comprato nello stores dietro l’angolo della chiesa, buio e sporco, ma dove tutto era a buon prezzo per gli zoticoni alcolizzati che si muovevano a suon di blues tra i lampioni rinsecchiti della strada, “elegante” di giorno e “maledetto” di notte, in una delle cittadine più instabili della Carolina.
In una di queste serate “religiose” Nina sedeva accanto ai suoi genitori, composta come si conveniva, Messale tra le dita e vestitino bianco per l’occasione. Era lei a dover dare il La al canto di sottofondo in quel luogo in cui comunque i bianchi entravano quando era un prete bianco a dir messa o a tuonare omelie. Anzi, quella sera avrebbe dovuto anche suonare l’organo, perché era la più brava a maneggiare la tastiera. La presenza promiscua già piaceva poco alle dame imbellettate ed agli austeri signorotti pallidi e panciuti nei loro completi inappuntabili da gentlemen: mai avrebbero permesso di essere in seconda fila dietro ai genitori ed agli amici di Nina, che furono costretti ad alzarsi, sollecitati dal sacerdote, per far spazio ai padroni, ai datori di lavoro, ai latifondisti tanto devoti quanto apertamente simpatizzanti per il Ku Klux Klan. Paradossale? Non tanto in quell’America ipocrita e reazionaria. Nina osservò la scena senza parlare, non si mosse dal suo banco mentre il prete faceva cenni per farla alzare: si avvicinò serio e risentito, le disse qualche parola “benevola” per convincerla, ma lei non l’ascoltava, non avrebbe mai obbedito. Per porre fine all’empasse il corpulento uomo di chiesa, capita l’antifona, invitò i bianchi a lasciare il posto ai suoi genitori che, alquanto sorpresi ed imbarazzati, quasi si scusarono per le pretese impertinenti della loro insolente figlia. Solo allora Nina si alzò orgogliosa, percorse lentamente tutto l’altare e pose leggermente le proprie dita sulla tastiera: un incipit malinconico per l’Alleluia che il programma prevedeva, anche più “meditativo” rispetto al pentagramma; pensoso quanto Nina lo era di fronte a quella scena di squallido perbenismo “religioso”. Nessuno la guardò negli occhi, i negri imbarazzati ed i bianchi incazzati, ma lei volò sulle note “sacre” da negra diversa qual era, rendendo quel brano un sacramentale 4/4 che pose un’orecchiabile armonia bianca in una tonalità che ogni negro avrebbe riconosciuta come propria, della propria terra, della propria gioia irregolare.
La madre di Nina lavorava come domestica in un’elegante casa di un’agiata famiglia: il “padrone” s’accorse subito del talento della ragazzina e, spinto dalle preghiere della serva, pensò di farle impartire lezioni di piano da una dama anglosassone di mezz’età, Muriel Massinovitch, nota come Mizz Mazzy (orribile nome d’arte tanto quanto il Kitch della sua casa), sposata ad un pittore russo le cui tele adornavano un po’impicciate e mal disposte le pareti della sala del pianoforte. In ogni caso, per Nina era la prima volta che aveva l’occasione di entrare in un ambiente borghese, decente nella pulizia e ornato di oggetti che qualcosa d’artistico pur l’avevano: quadri, tappeti, poltrone in stile vittoriano, vasi di fiori freschi, la luce del sole che entrava dalle finestre liberty ad illuminare un grammofono d’ebano su cui correvano polverose lacche di musica classica, Mozart e Bach innanzitutto, pentagrammi evoluti ed armonicamente perfetti che la lasciarono interdetta, così diversi dalla musica delle vecchie chiese e dei vicoli negri che aveva fino ad allora frequentato. Per imparare a suonare ci voleva esercizio sugli accelerati e sui diminuendo del Barocco; occorreva capire assonanze e consonanze, seguire il metronomo e rendere le dita agili sugli accidenti e le quartine in tempo largo o pianissimo.
Mizz Mazzy si sedeva accanto a lei, con la sua parrucca platinata e la vestaglia di velluto rosso scuro damascato, come si conveniva ad una signora cinquantenne dalla buona cultura: le spiegava, a modo suo, il complesso evolversi della melodia nella storia dei pentagrammi “colti”, bonaria e paziente con quella negretta esuberante e volitiva, sempre meno ignorante. Bach le rivelò un panorama armonico strabiliante, apparentemente opposto a quanto conosceva, un’illuminazione sullo stile tutt’altro che stereotipato che intuì al di fuori di ogni regola accademica: egli fu l’autore che la convinse ad assumere il coraggio dei “nuovi suoni” che, se da una parte quasi la convinsero a divenire concertista classica, dall’altra la spinsero a manifestare in piena sincerità il proprio desiderio di dedicare tutto il suo tempo alla musica, alla sua musica fatta di denominatori estranei a formule commerciali e rinnovata in un suono davvero nuovo e libero, quello della sua gente, del popolo negro.
Prese le lezioni, tornava a casa, silenziosa. Meditava sulla realtà del quartiere dondolandosi nel giardino di piante rattrappite sulla sedia sconnessa che il padre aveva abbandonato troppo giovane: un totem che pian piano le dava consapevolezza sulla coerenza tra “cultura” e “tradizione”, sull’ urlo civile che i bianchi policemen aggrottavano nelle retate notturne negli scantinati in cui i negri bevevano alcol d’accatto. Suonavano canzoni legate ad un passato di gioia rumorosa e fremente, punteggiato da accenti isolati ed interrotti, fantasiosi e disegnati su ritmi diversi, riffs ridondanti, nei testi disarticolati ed improvvisati, forse mai “visti”ma semplificati in sobri commenti politicamente scorretti: rumorosi e caldi, davano una nuova scansione al mondo americano, sempre più grossolanamente razzista.
Nina aveva un sogno, quello di poter frequentare una prestigiosa scuola di musica: dalle sue parti la più autorevole era il Curtis Institute of Music di Philadelphia. Studiò notte e giorno, togliendo tempo ai piccoli lavori che faceva per aiutare la famiglia. Niente amici, niente passeggiate a sorbir limonate dai banchetti dei suoi fratelli neri che in quel modo rimediavano qualche spicciolo per portare le proprie belle nei dancings del sabato sera. Di sicuro bella Nina lo era per davvero, ma la sua sensibilità andava ben oltre i flirts adolescenziali, quasi fosse una donna predestinata ad una vita “maledetta”, troppo giovane e troppo vecchia per il sesso, di un’età indefinita e straziata nelle pulsioni esistenziali, perdute troppo presto e per questo mai vissute.
Emozionata e con gli occhi sonnolenti entrò nella sala d’esame: forse non suonò come sapeva. Fu bocciata senza appello. Uscita dal cortile dell’Istituto si accovacciò su una panchina: pensò ad un dio traditore, pensò che le promesse di cui parlavano i preti fossero solo bugie per accaparrarsi una credibilità che non meritavano. Questo pensiero l’accompagnerà per tutta la vita, spesso citato nelle songs che canterà per sempre, in un tono aspro ed ascetico ove la sua spiritualità non avrebbe mai potuto celarsi, delusa ma elevata nella vigore viscerale che s’insinuò in gran parte delle sue performances.
Era riconosciuta come una vera piccola maestra del piano e del canto, per questo non ci spieghiamo come potesse essere stata bocciata ad un esame per avventizi. L’Institute era comunque per bianchi soprattutto: per quanto fosse emozionata non reputiamo possibile che si fosse esibita così maldestramente da non poter essere presa in considerazione per una scuola da novellini, e tanto sprovveduta in ambito esecutivo Nina non lo era davvero…Le voci sul suo carattere fosco ed impettito erano di pubblico dominio, così come le sue simpatie per il nascente Black Panther Party: fu quello il motivo dell’esclusione?
Solitaria e determinata nel voler suonare come sentiva, diede lezioni private per mantenersi: decine di negri si erano appassionati alla musica e, per gioco o per convinzione, andavano a casa sua per imparare qualcosa di raffinato. Un suo allievo, meno sempliciotto degli altri e dotato di un certo talento, fu scritturato dal proprietario di un localino di Atlantic City: un ingaggio niente male per un giovanotto squattrinato ma audace nell’esporre il proprio black style, quello che Nina, fra l’altro, gli aveva insegnato a pochi soldi. Le balenò l’idea che avrebbe potuto fare altrettanto, anche solo per guadagnare abbastanza da potersi permettere un piano nuovo e, novità nella sua mente, una band di cui essere leader ed arrangiatrice.
Contattò un locale, il Midtown Bar, non senza scandalizzare la madre, devota in modo ossessivo, che considerò il fatto come un gravissimo peccato, un’ingiuria nei confronti della loro chiesa ed un tradimento per i suoi confratelli. Per non dare nell’occhio e non sentirsi troppo coinvolta nelle quaresime materne scelse un nome d’arte: Nina, come la chiamava il suo piccolo amore di tanti anni prima, Simone, come l’attrice Signoret, che tanto ammirava.
Iniziò con un contratto fatto sulla parola: pochi dollari, ma abbastanza per pensarsi indipendente e per esibirsi dal vivo, cosa che desiderava più d’ogni altra, per provare le sue emozioni e darle alla gente, vederne le reazioni, sentirne l’affetto. Era il 1954, le donne entravano in modo nuovo nella scena artistica (o pseudoartistica) americana grazie ai film di Marilyn Monroe e delle dive da copertina, tutte bianche; ma tanto valeva, Nina non intendeva divenire una star anche se sapeva bene che quelle immagini patinate le avrebbero potuto aprire una strada ancora ignota per le negre, tutt’al più “macchiette” nelle pellicole e, nella musica che contava, fenomeni di cui si dubitava circa le potenzialità intellettuali.
Gli accordi prevedevano che suonasse dal dopocena fino all’alba, le ore in cui il bar era più frequentato. Non le furono date direttive circa il repertorio da proporre ma era evidente che avrebbe dovuto essere accattivante e, al momento opportuno, morbido o divertente o romantico; pena la rescissione del contratto non scritto. I patti erano chiari: “far cassetta” o cambiare aria. Nina non pensò molto alle canzoni da presentare, scelse un ambito ben equilibrato fra brani di grande notorietà e pentagrammi che sentiva più suoi, mai artificiali e sempre improvvisati in un modo bohémienne ed in certo senso “sovversivo”, come a lei piaceva ed urgeva.
Di solito nei bar chi suonava cantava anche. Forse Nina non se la sentiva o forse immaginava di essere solo una pianista: non aveva grande considerazione per la propria voce, ne era insicura per la tendenza a perdere l’armonia, “stonare” secondo lei, per il fatto che era tanto concentrata sulla tastiera che non avrebbe mai potuto rendere i suoi occhi “invisibili” a vantaggio del gergo canoro che inconsapevolmente amava forse più delle note “meccaniche”. Il proprietario del locale, finita la prima serata, la prese da parte alterato e le chiese come mai non avesse aperto bocca come tutti i clienti si aspettavano: I’m only a piano player fu la risposta. Quel “sono solo una pianista” irritò l’avido oste baffuto, che le impose di cantare a tutti i costi. E fu un bene, insperato e impensabile per Nina, che così scoprì quanto ciò che aveva ascoltato nel ghetto sarebbe diventato luminoso nei significati sottili, violati nella sfera più intima, variati in modo personalissimo nella spiritualità laica della nuova comunità jazzistica dei musicisti drogati, degli hipsters – era iniziata la provocazione della Beat Generation che sarebbe culminata nell’On the Road di Jack Kerouac e nel Jukebox all’idrogeno di Allen Ginsberg - degli alcolizzati turnisti che popolavano le notti dei clubs newyorkesi. Quello slang indecifrabile all’ascolto delle prostitute e dei loro protettori, dei clienti alticci e degli sbirri in libera uscita che affollavano il Midtown, era in realtà un passepartout per rafforzare i vincoli fra quelli che di quella comunità facevano parte, un muro invalicabile, un’onda anomala che avrebbe respinto ogni attacco degli “estranei”, del mondo esterno, sempre più bianco e sempre più classista.
Arrivavano in tanti per ascoltare Nina, di cui si parlava come bizzarra vocalist seduta col “culo stretto” sul seggiolo di fronte al piano, composta ed inafferrabile donna negra che all’improvviso spariva, ed iniziava a suonare in un altro locale. Era capace di passare la notte insonne fra un club e l’altro, magari cambiando quartiere o addirittura città. Passò per Philadelphia, dove l’islamismo aveva fatto molti proseliti, negri insofferenti alle leggi bianche che si gettarono lì dove lei si esibiva, sentita come una virtuosa cantatrice di nuovi messaggi morali, abile nell’esporli in tempi quasi mai veloci, da non bopper, che li lasciarono senza fiato, abituati alle “volate” delle semicrome dei trombettisti bop, arrestate bruscamente in “a capo” fulminanti, salti d’ottava, scat, canto libero esagerato e caricaturale, prediletto dagli “intenditori” bianchi ed anche per questo avvertito come grottesco dai nuovi intellettuali africanisti. Nessuna dissonanza, nessuna quinta diminuita, le note di Nina erano tutte nella melodia del blues, e sarebbero state il tratto distintivo di un nuovo jazz , al quale molti neri sarebbero rimasti fedeli per decenni.
I boppers erano diventati una comunità smaniosa di prendere le distanze dall’accademismo un po’ sciatto di quel che rimaneva della Swing Era, e finivano per isolarsi per la volontà di distinguersi anche come comportamento, modo di parlare e di vestire. Non conformisti e rabbiosi, consideravano “borghese” e ottuso il mondo altro, quello degli impassibili suonatori bianchi, da cui prendevano le distanze sotto occhiali scuri che non consentivano ai “non iniziati” di entrare nel loro multicolore mondo fatto di poesia distonica e muscolare. Quale fosse il rapporto tra loro e Nina possiamo immaginarlo. Lei era un’artista severa e difficilmente cambiava parere, poco incline alle diatribe ed alla facile soluzione dei problemi che le imponeva il colore della propria pelle, ma era comunque un evento con cui doveva fare i conti perché negra lo era anche lei.
Il suo era uno stile solistico originale ma, in quel momento, in verità non molto lontano dalla tradizione yankee che il pubblico voleva, accovacciato sugli sgabelli e spesso un po’ sbronzo, per passare le serate in compagnia di prostitute sballate, smanacciando biglietti verdi per farla cantare ancora finché fossero abbastanza ubriachi per sentirsi appagati per i soldi spesi.
Nel frattempo suonava un ritmo ed un colore essenziale, blue e moderno, non sappiamo quanto consapevolmente desunto dal Gershwin di Porgy and Bess o dalla Billie Holiday del magnifico Prez del sassofono tenore, Lester Young, negro eppure riconosciuto come uno dei migliori solisti del momento anche dai bianchi.
Tra una nottata e l’altra vedeva molti film europei e, appena sveglia, leggeva sulle riviste di una bellissima attrice in cui voleva riconoscersi per immagine evoluta, drammatica e glamour: fu lei stessa a rivelarlo. Di Simone Signoret amava ogni pellicola. Come detto, decise di prenderne il nome: il fascino esercitato dalla Parigi del dopoguerra del resto l’aveva conquistata, come era accaduto ai tanti americani che, per la vittoria o per piacere, lì erano stati, incantati dalla cultura millenaria e dal gusto chic tipicamente d’oltreoceano. Parigi: swing manouche, Django Reinhardt, Stephane Grappelli, musicisti americani in viaggio d’avventura, boulevards nella nebbia notturna, boulangeries in cui s’improvvisava jazz, negri che ballavano e cantavano nei teatri più famosi, un pubblico che s’era appassionato anche agli epigoni di Al Jolson e di Ma’ Rainey, il Dixie europeo ed uno swing italico, piacevole e tendenzialmente da night club.
Dalle radio Nina ascoltava di tutto e venne a conoscenza delle blue notes del Vecchio Continente, anche di quelle italiane, orgogliosamente esibite dagli immigrati di Brooklyn o d’altri quartieri metropolitani, con i quali ebbe occasione di parlare spesso. Dell’Italia jazzistica si conosceva in patria appena il “Mocambo” di Udine e Pippo Barzizza, Cinico Angelici, Natalino Otto, Gorni Kramer, Livio Cerri, Jula De Palma o Nicola Arigliano, talenti di gran personalità mortificati dall’Italietta canzonettistica e scudocrociata. Il fenomeno multiforme del jazz non restituiva nella sua autenticità la semplicità popolare di cui Armstrong, Waller o Ellington conservavano il segreto: il feeling di Enrico Intra, Dino Piana, Giorgio Gaslini, Franco Tonani, Giovanni e Bruno Tommaso, Gianni Basso, Franco D’Andrea e tanti altri (che ingiustamente omettiamo) restava un semplice stimolo d’innovamento, concretizzato con convincente chiarezza in direzioni antidivistiche cui mancavano i presupposti affaristici. E allora restavano Canzonissima, un pur lodevole Alberto Manzi, un’avvilente Tribuna Politica e Mike Bongiorno a dettar legge, ma pochissimo jazz più o meno come oggi, niente “anima” per una manifestazione genuinamente blue che, invece, avevano ben intuito gli intellettuali americani, e soprattutto la matura Eunice. Εuνίκη, da “eu” e “nike”, un nome entrato in uso per la “buona vittoria” celebrata dalla Riforma protestante: nomen omen? Un nome e un presagio? Chissà…
Da Philadelphia arrivò a New York, al Greenwich Village, e dove altro avremmo mai potuto immaginare? Luogo eccentrico per antonomasia, il posto nei confronti del quale l’americano medio provava orrore e, in realtà, irrequietezza se non spavento. Charlie Parker , leader del nuovo jazz, si faceva fotografare in completo scuro e immancabili occhiali neri; Dizzy Gillespie si faceva intervistare in atteggiamento di preghiera col volto in direzione della Mecca, forse solo per risultare gradito ai neomusulmani. Nina non intendeva mutare il proprio comportamento per compiacere i giovani negri d’America entusiasti, e giustamente, alle pagine dello scrittore più intelligente del movimento afro-americano, LeRoi Jones. Non amava le mode. Amava la musica, e dei libertari improvvisati non sapeva che farsene: in lei una coscienza più profonda, dolorosa e sensibile, forse troppo, alle demistificazioni dei ghetti delle grandi città industriali, alle frustrazioni degli emarginati, di quei “poveri” di cui parlava il presidente Truman e di cui aveva argomentato Roosevelt, parole e promesse pronunciate nel 1941quando dei negri c’era bisogno per combattere una guerra mostruosa e che non sarebbero mai state mantenute. Nina non s’era mai illusa, non aveva mai creduto agli enfatici discorsi dei presidenti americani…
Nel 1957 ebbe la possibilità di entrare in sala d’incisione e realizzare il suo primo disco, Little Girl Blue, in cui figurava al piano con Jimmy Bond al contrabbasso ed uno dei più grandi drummers della storia, l’entusiasmante ed inarrestabile Al Tootie Heath. L’esordio sognato finiva per essere in definitiva quasi contraddittorio per il suo orgoglio: un titolo che detestava, “la piccola negretta triste”, immagine evocata di quella vergognosa “uguaglianza” che avrebbe voluto perdere di vista quanto prima. Incise una versione trasgressiva, elegiaca e “popolare”, di I Loves You Porgy, tratta dalla prima opera neolirica del più geniale tra i compositori americani del momento, George Gershwin, un caso da discutere aspramente per l’Accademia bianca. Il brano le diede grande notorietà ma la speranza di diventare una pianista acclamata parve sparire. Quale aspettativa di se stessa aveva Nina? Sicuramente non quella della singer di successo né quella della donna “realizzata”.
Le sue ambizioni di “normalità” colludevano con quelle dell’artista che sentiva di essere: quelle di donna parvero realizzarsi col matrimonio con il baldanzoso ex poliziotto Andy Stroud, uomo dai modi rozzi che aveva rinunciato alla propria carriera per starle accanto, più entusiasta per il successo commerciale che per amore. Chissà, lei probabilmente se ne rese conto subito, ma era tardi per uscirne indenne: nel 1962 nacque Lisa Celeste e non se la sentì di lasciarlo. Una donna sola, con una figlia piccola, per di più negra, cosa avrebbe potuto combinare di buono? Questa convinzione fece parte del suo dolore per molto tempo, nonostante la sua partecipazione ai movimenti per i diritti civili fosse appassionata: ma le donne erano pur sempre solo “donne”.
Nel Greenwich Village si respirava un’aria d’innovazione sinceramente “popolare”, in completa rottura con le armonie e le melodie tradizionali imposte da un jazz ormai sentito come superato o, almeno, industrializzato e stereotipato come il tardo swing bianco dei dancings, in cui si poteva ballare a pagamento con dimesse signorine al servizio del sesso facile. Quel sound voleva essere musica “d’ascolto”, non da ballo, “musica pura” ed assolutamente negra. John Coltrane e George Adams innovavano le trame dei boppers secondo un’evoluzione vorticosamente accelerata e dalle caratteristiche stilistiche sperimentali, “illogiche” secondo i puristi, che si diffusero in un lampo nell’entusiasta cerchia dei cultori del nuovo, e per motivi non solo estetici quanto antropologici, più politici, volitivi, impossibili ad essere cristallizzati in formule commerciali. Il movimento procedeva rapidamente da insoliti spunti individuali, sottoposti a revisione critica feroce da parte dei new boppers, in nome dell’originalità e di una sottile bizzarria di sovrapposizione di linee melodiche e poliritmiche, difficilmente orecchiabili, infinitamente dinamiche, “staccate”, folgoranti nella loro instabilità e nell’inconsueto divenire dell’assolo: si voleva sconcertare l’ascoltatore e l’uomo medio, dar libertà al solista di variare sul tema in modo straniante e inusitato. Il segno avanguardistico era chiaro: alterazione degli armonici e concezione tonale destrutturata, disarticolata e sarcastica. Appena un passo dopo, la ribellione del Free.
Si suonava spesso in camere d’albergo o in stanzette di scantinati fumosi e scalcinati, il più delle volte senza essere pagati, per passione. La partecipazione della gente del Village era sorprendente. Scrittori beat e intellettuali di nuova generazione “nera”, come Leroi Jones e Jimmy Baldwin, erano sempre presenti, disponibili al dialogo con i giovani “rabbiosi”di cui scriveva Gregory Corso in Bomb, che avevano come peso nell’anima quello di sovvertire i moduli prescritti e perbenisti. Tra loro Nina, che ne fu rapita pur non condividendone del tutto il disegno musicale. Molti si divertivano ai commenti di accordi spaziati e sincopi fiammanti: lei pensava, invece, a quale differenza tutto ciò avrebbe fatto con la “leggerezza” eccessiva di un jazz che s’era andato perdendo nei suoi presupposti sociali e nella sua essenza nera e proletaria.
Accusò apertamente il governo di non voler risolvere i problemi razziali, lanciò frasi risentite e caustiche nei confronti dell’FBI e della CIA, che quasi le costarono l’incriminazione per “lesa maestà” e che comunque le procurarono l’odio profondo del White Power che, per legge storica non scritta, non riuscì ad infierire più di tanto dal momento che i tempi stavano cambiando e che, come sempre, un personaggio pubblico tanto noto non avrebbe mai potuto essere colpito fisicamente, pena l’infamia presso la comunità internazionale, “disgrazia” politica di cui gli USA dovevano assolutamente fare a meno.
Seppe dalla radio di un attentato in una chiesetta battista dell’Alalabama, dove morirono quattro bambine e furono ferite decine di poveri credenti. Ne fu sconvolta, il suo aspetto esteriore si fece più grave, più consapevole della tragedia che ancora incombeva sulla propria gente a nome del KKK che imperturbato imperversava soprattutto, ma non solo, nel Sud degli States. Scrisse Mississippi Goddam, commossa e colpita nella sua sensibilità di negra impegnata, uno dei brani che più spesso proporrà dal vivo.
Questo è un Paese pieno di bugie
Qui si muore come mosche
Non mi fido più
Dammi la mia uguaglianza
Tutti sanno dell’Alabama
Tutti sanno del Mississippi maledetto!
Di lì a poco morì anche Lorraine Hansberry, amica carissima e scrittrice con la quale aveva condiviso speranze e turgori per l’orgoglio nero. Per lei scrisse To be Young, Gifted and Black:
Essere giovani, avere talento ed essere neri… Che sogno meraviglioso essere giovani, avere talento ed essere neri, Ascolta bene ciò che dico: Sai, in tutto il mondo Ci sono miliardi di ragazzi e ragazze Che sono giovani, hanno talento e sono neri Non puoi negarlo!
Nina non sapeva odiare, ma le urgeva trovare una soluzione alla perdita d’identità della sua gente, come era stato intuito necessario da Elijah Muhammad, insonne leader dei Black Muslims, e dal suo discepolo Malcom X, suo amico e solutore del caso con la sua rivolta ideale dei negri contro i bianchi, una volta per tutte.
I mass media riportavano sull’isolato conflitto dei musicisti neri, con ironia grossolana e farisaico sarcasmo, una linea di confine ostile e quasi divertita negli articoli sugli “strampalati” coloureds eccentrici e di cattivo gusto anche nel suonare. Non bastasse ciò, la questione razziale si ampliava a dismisura se si sfiorava l’argomento sulle donne nere, come facilmente si può immaginare. Nina era particolarmente toccata dalla questione che, da sempre, la vedeva coinvolta in un continuo dissidio con la propria famiglia e, spesso, anche con la propria gente che di libertà femminile non ne voleva sapere. Se il mito dell’integrazione appariva, passati gli anni Trenta, in gran parte demistificato, nei ghetti delle grandi città industriali vivevano assiepati in baracche fatiscenti migliaia di emarginati e sottoproletari in guerra tra loro: un massacro spietato le cui ragioni sono facilmente intuibili a livello socio-antropologico. Una guerra tra miserabili, e le più miserabili erano le donne, umiliate, sfruttate, vilipese anche dai loro “padroni” negri, tradizionalisti senza forse esserne consapevoli. Questo indusse molte di loro a cercare di trovare nuove opportunità per loro ed i propri figli, di frequente senza padre ufficiale, innanzitutto rivendicando il diritto a lavorare, a riunirsi liberamente, a parlare in pubblico di una situazione scomoda e derisa perfino dai pezzenti dei sobborghi.
Nel 1964 realizzò uno dei suoi album live più convincenti, Nina Simone in Concert: una imprevedibile I Loves you Porgy, una minimalista Pirate Jenny di Kurt Weill e Berthold Brecht, e la versione forse più amara di Mississippi Goddam. A conferma della sua immaginazione sottile e chiusa al cromatismo aperto ed impeccabile, è un album di oscura vitalità, tormentato fin dalla scelta dei brani da eseguire, segnato da un interplay eccellente con Rudy Stevenson alla chitarra ed una ritmica che spesso la seguirà nei concerti, Lisle Atkinson al contrabbasso e Bobby Hamilton alla batteria.
Nina poi incise Four Women presentando quattro personaggi emblematici di questa paradossale schiavitù (Saffronia, Sweet Thing, Peaches, Aunt Sarah), un brano che ben presto vincerà il cinismo del “sistema”, la diffidenza e l’ostilità tanto della comunità bianca che di quella nera, diventando il simbolo indiscusso del femminismo afro. Pubblicato nel 1966 nell’album Wild is the Wind, rappresenta quattro stereotipi, archetipi femminili di oppressione drammatica o perché di pelle non bianca o perché donne di malaffare o perché troppo tristi per vivere. Donne oggetto di una vendetta assurda da parte di ogni periferia del mondo e di ogni sistema politico…
Anche per questa sua scelta poco gradita alle Case Discografiche e, ovviamente, alla borghesia americana, che mai avrebbe pensato a cercare la spiegazione del radicale mutamento del linguaggio di una vocalist che si andava affermando anche come fenomeno commerciale, scelse di partire forse col senso della disfatta, forse per motivazioni psicologiche che più di tanto non possono stupire, forse perché stanca della violenza morale che la società le infliggeva, forse perché intendeva restare coerente alle proprie scelte, a qualunque costo.
La musica negra in quegli anni era qualcosa in più della manifestazione fortuita di un mutamento sociale: era in realtà il risultato della consapevolezza di voler sottrarre l’espressione artistica al pericolo di venir inghiottita dalla corrente generale. Così affermò il suo amico Leroi Jones in Blues People, intuendo come quel sound “popolare” fosse in verità la veemente negazione di se stesso come musica di evasione e che non interessava affatto che quel jazz avesse o meno diritto di soggiorno nel mondo dell’arte. Jones prendeva le distanze sia dalla borghesia nera che voleva “ripulirsi” sia dal potere bianco: il blues era un’emozione e non una teoria politica, era l’anima degli afroamericani, non un prodotto imbellettato a fini capitalistici( Il Popolo del Blues, ottima l’edizione di Harper Perennial , 1999).
Nel 1967 pubblicò Nina Simone Sings the Blues, forse uno dei suoi dischi più noti, uno di quelli purtroppo editi in maniera molto avventata e poco dettagliata sia dal lato tecnico che da quello informativo. Con lei furono, tra gli altri, Eric Gale alla chitarra, Ernie Hayes all’organo e Buddy Lucas al sax tenore, solisti di spessore indiscutibile, adatti al tono intimista che lei volle dare ad una struggente My Man’s Gone Now di Gershwin, all’introversa traditional The House of the Rising Sun, e poi, inatteso nella tenerezza del canto e dell’arrangiamento delicato, il brano con cui Nina pose il proprio significativo sigillo all’album, un Blues for Mama siderale e sinuoso nella deflagrazione spettrale con cui enfatizzò una conclusio smarrita nel ricordo, pensiamo, della sua Mama. Ma il senso umano del disco era tutto, a ben vedere, proprio in quel blues distonico e fuori dalle regole commerciali.
Il postulato delle esibizioni dal vivo di Nina fu da quel momento più che evidente: basta col grottesco repertorio discografico degli spirituals , del gospel e del blues facilmente orecchiabile , che suonava come strofa da menestrello ignorante e buffone che, in definitiva, faceva ridere il clan dei “superiori” nei confronti una razza sentita come “inferiore”.
Amareggiata ma sempre più convinta che il furore nero avrebbe avuto giusta eco in Europa, partirà col suo bagaglio di canzoni cupe e mai rassegnate alla volta di Olanda e Svizzera, dove contava amici e ascoltatori più che sensibili ai versi del suo blues coraggioso e coinvolgente. Vorrà giungere fino all’area più politicamente difficile del Mediterraneo, quella nordafricana, prendendo contatto con i movimenti libertari, esibendosi non raramente gratis in concerti popolari in cui la gente non si limitava ad ascoltare ma partecipava attivamente con commenti on stage nella convinzione di poter raggiungere una meta da secoli di colonialismo attesa e gridata.
La sua vita era cambiata in modo evidente e voluto, donata all’impegno tanto da dimenticare il business. Stimata e richiesta dalle più importanti organizzazioni di eventi, ignorò gli ingressi nelle sale d’incisione, che avrebbero potuto darle notorietà e danaro. Non spinse i propri direttori artistici perché inviassero alle radio le sue canzoni, anzi se ne disinteressò completamente. La sua era una posizione radicale e vissuta con naturale senso morale: ignorata ma coerente con se stessa, ignorata ma libera e consapevole della propria immagine interna, viva e conscia del senso che aveva voluto dare alla propria esistenza e a quella degli altri.
Era dunque ora di cambiare aria: partì per le Barbados, poi per la Liberia, la terra di cui aveva cantato Miriam Makeba nel tour americano che aveva dato la possibilità a Nina di incontrarla di persona: la cantante sudafricana già la conosceva perché anche dalle sue parti le radio trasmettevano le canzoni di quella negra più africana di quelle che abitavano negli slums di Cape Town. I fitti dialoghi nel camerino della star già internazionale la convinsero a trasferirsi a Monrovia, città dell’orgoglio nero, capitale dell’entusiasmo di voler costruire uno stato non bianco. Vi arrivò con la figlia, lasciandosi alle spalle ogni rimpianto, emancipata da una famiglia coercitiva e da un marito mediocre e interessato: fu accolta all’aeroporto da centinaia di ammiratori con un calore che la commosse profondamente, la stupì e le fece sentire una felicità sconosciuta, quella di sentirsi a casa, nel posto giusto al momento giusto, né più moglie, né musicista, né obbligata a dimenticare la tristezza per intonare su un palco songs di vita vissuta e spesso dal caustico significato politico.
Lì Nina era una persona e basta, una madre felice della propria figlia che aveva tante amiche e che studiava con passione in una scuola “normale”, non per negri, dove i maestri non si aspettavano che facesse discorsi impegnati. Veniva invitata nelle case o nei teatri solo perché era Nina, una persona sensibile, spesso piacevole e gentile, ed anche una brava vocalist che tutti amavano, nient’altro. La semplice serenità nel sentirsi “normale” non l’aveva distolta dai sogni d’uguaglianza né dall’arte. Le sue esibizioni erano divenute più serene e ancor più intense: un pathos che il pubblico africano sentiva proprio, e che le permise di mettere da parte risparmi tali che consentirono un ulteriore spostamento, stavolta nella diversa ed ordinata Svizzera. Sembra che avesse preso questa decisione per dar alla figlia un’istruzione superiore per qualità e che le avrebbe consentito di diventare una donna consapevole e con un futuro solido e “rispettato”. L’atmosfera elvetica era decisamente poco attraente, molte furono le sue esitazioni circa tale permanenza nonostante tanti jazzofili l’avessero accolta con affetto. In quegli anni riscoprì in maniera, se possibile, ancor più forte il senso dell’appartenenza ad un popolo “diverso”, ad una “madre Africa” dove la gente era meno manierata e silenziosa. Vivendo fra bianchi quasi le sembrava impossibile non essere additata come “strana negra” e non nutrire quel sapore di rabbia che l’aveva spinta a far musica volendosi confermare ogni volta una visione intima vincente nello scontro con i propri “vitali” complessi.
Spinta da tanti estimatori, provò a riapparire nel giro delle Case discografiche: a Londra incontrò un faccendiere di pochi scrupoli che, intuito l’affare, la mise nelle mani di Make Up Artists che le donarono un look gradevole e più europeo. Dopo poco, quando Nina iniziò ad incassare qualche cospicua parcella, egli la raggiunse e la malmenò fino al punto di lasciarla inebetita in una stanza di un albergo: le tolse tutto il denaro che aveva e se ne andò via indisturbato, complici i proprietari dell’hotel che, avendo ricevuto adeguata mancia, si guardarono bene dall’avvisare la polizia.
Umiliata nel sentirsi ancora “negra”, una quasi persona in balia del petulante e retrivo mondo dei padroni bianchi, cadde in uno stato depressivo che la spinse al suicidio, dal quale si salvò quasi per miracolo per l’intervento dell’ospedale delle eredi del movimento femminista inglese. Con loro parlò a lungo, riprese fiducia in se stessa. Pur esasperata, squassò lo spleen che l’aveva attanagliata ed in modo selvaggio e travolgente accostò il proprio vigore esistenziale alla determinazione di voler rendere il proprio “urlo” ben definito, travolgente come sentiva, imitato al punto da indurre i critici a coniare per lei il termine di “voce rovente”, erotico primitivismo parossistico che pur faceva scomodamente divertire nelle degradazioni della sua voce eccitante e “illecita”, una trovata ad effetto , una contorsione scomoda che il trucco dei “veri musicisti” avrebbe visto di buon occhio e che gli impresari avrebbero presentato come trovata ad effetto per suscitare il disgusto dei puristi e, per questo, pittoresca per gli ascoltatori. Ottimo l’affare, tale da ideare tournées in Europa, ancora nel corso di un rivolgimento musicale alla ricerca di personaggi insoliti tali da costituire un colpo grosso bugiardo quanto ricco.
Il suo carattere non era sempre facile. Paulette Coquatrix confessò: Non era un piacere andare a cena con Nina. Confesso di aver fatto fatica. La trovato fredda, molto distante. E anche un po' cattiva. Frank Sinatra ebbe una crisi isterica alla fine di uno spettacolo perché Nina, che lui voleva in scena al suo fianco, aveva abbandonato la sala durante il concerto. Lei stessa ebbe a dire: La prima cosa che vedevo al mattino guardandomi allo specchio era il mio viso nero. E quello condizionava ciò che pensavo di me per il resto della giornata: ero una nera in un Paese dove ci si poteva far uccidere per quella semplice ragione.
Nel 1978 partecipò all’album Baltimore del parodiante cantautore e pianista stralunato Randy Newman, inciso per la CTI , pensosamente arrangiato ed intimo, nel quale interpretò con ironia, libertà inventiva e gioiosa familiarità temi pop (Music for Lovers) e traditionals dall’andamento scostante, apparentemente facile ed invece originale nel senso dell’interpretazione e della dionisiaca essenza delle armonizzazioni, come Balm in Gilead e If You Pray Right, eclissanti tracks dai paesaggi onirici, suadenti complessità ricche di charme e spiritualità flebilissime.
Ognuno conosce oggi la sua voce per la pubblicità televisiva. E’ stata una delle più premiate negli anni 80, realizzata per i prodotti di Chanel (la richiestissima ed osannata My Baby Just Cares For Me), in virtù della quale tutti si accorsero del talento e della singolare vocalità di Nina che entrò imperiosamente nelle Hit Parades. Ciò in pratica costrinse la Casa Discografica a pubblicare tutti i suoi dischi, con larghissima soddisfazione monetaria, convincendo facilmente ogni produttore, o chiunque ne possedesse qualche inedita ghost tracks , a stampare antologie grosso modo avventate e spesso maldestre dal lato artistico, rozzamente realizzate e reperibili sulle bancarelle di tanti mercatini rionali a prezzi stracciati, con copertine scarabocchiate ed informazioni da rivista scandalistica.
Ma Nina fu ben altro, e a noi piace ricordarla così.
Il personaggio centrale del film di Luc Besson, Nome in codice: Nina , versione statunitense di Nikita, è appassionata ammiratrice di Nina Simone, dalla quale prende nome per le sue spericolate azioni per i Servizi Segreti. Nella pellicola possiamo ascoltare alcune sue magnifiche versioni di Here Comes the Sun, I Want a Little Sugar in My Bowl, Feeling Good, Wild Is the Wind e Black Is the Color of My True Love's Hair.
Nel finale di Before Sunset di Richard Linklater, la protagonista Celine (Julie Delpy) dà vita alle movenze tipiche nel suo “decadentismo” del linguaggio jazzistico di Just in Time.
L’ Hollywood Reporter ha dato notizia che dopo numerosi rinvii è finalmente pronto il film su Nina: la pellicola vede l’ottima Mary J. Blige, eccellente ammiratrice, nei suoi panni nel momento della tumultuosa relazione col manager Clifton Henderson. Scritto da Cynthia Mort, le riprese sono iniziate lo scorso autunno e la Blige ha frequentato dei corsi di recitazione per affrontare questa prova.
In Italia venne spesso: nel 1966 al Sistina di Roma, nel 1983 a Pompei, nell’88 a Milano, nel 1990 in tour con Miriam Makeba e Odetta. L’anno seguente fu al Teatro Romano di Verona, al Palladium ed al Brancaccio di Roma, cantando sul limite dell’imprudenza e dell’imprevedibilità, introducendo il pubblico al suo levigato mondo musicale in una formula d’intrattenimento colto e appassionante, che affermiamo bellissimo per avervi assistito. Tornò nel 2002 all’Auditorium Parco della Musica per un concerto che vide dieci minuti di standing ovation e lei, sempre pacata e antiretorica, impegnata nel ricordare la questione africana. I jazzofili italiani, possiamo dirlo senza tema di smentita, l’amarono e l’amano per la sua profonda umanità e per l’equilibrio tecnico del suo canto, ascoltatori non unici ma forse tra i più sensibili d’Europa.
Come per tanti artisti la Francia divenne la sua patria d’adozione. Nel borgo silenzioso di Carry-le-Rouet comprò una villa che arredò con estro inconsueto (vederla per sentirne la presenza) nella quale cantò per i suoi amici i suoi ultimi blues, fra una chemioterapia e l’altra, che mai la resero triste o sconfitta per un intrattabile tumore al seno. Il 21 aprile 2003 Nina vinse la sua ultima battaglia: comprese che il tempo era giunto, intonò versi sofferti china sul piano, poi si alzò fiera e serena per vagare nel giardino di fiori dischiusi a primavera.
E' l'ultima volta che miro La scia di luce Che pari alla tortora lamentosa Sull'erba svagata si turba.
Amore, salute lucente, Mi pesano gli anni venturi.
Scivolerò nell'acqua buia Senza rimpianto.
(Giuseppe Ungaretti, Inno alla morte, da Sentimento del tempo).
Fabrizio Ciccarelli
Discografia essenziale.
Little girl blue (Bethlehem 1958)
The amazing Nina Simone (Colpix 1959)
Nina Simone at Town Hall (Colpix 1960)
Nina Simone at Newport (Colpix 1961)
Nina Simone sings Ellington (Colpix 1962)
Nina Simone in Concert (Philips 1964)
Wild is the Wind (Philips 1966)
Nina Simone sings the Blues (RCA 1967)
To Love Somebody (Philips 1969)
Here Comes the Sun (RCA 1971)
Baltimore (CTI 1978)
A Single Woman (Elektra/Asylum 1993)
Live in Paris (Accord 1996)
Sings Billie Holiday’s Blues (Get Back 2003)
Segnaliamo un DVD uscito nel 2006, Nina Simone live at Montreux (Eagle Rock Entertainment), travolgente concerto in cui interpreta splendide versioni di Little Girl Blue, Backlash Blues, Be My Husband, con due magnifiche bonus tracks, Someone to wacth over me, e My baby just cares for me (registrate nel 1987) e quattro brani registrati nel 1990, che vedono Nina in I loves you Porgy e Four Women, in cui plaude al rilascio dal carcere di Nelson Mandela.
Il live si chiude in modo indimenticabile con una preziosa lettura di una canzone che sembra quanto mai appartenerle per poetica, Ne me quitte pas di Jacques Brel, colto l’attimo nell’irriducibile leggerezza del vento dell’amore.
Perché esistono parole che Nina non conobbe mai.
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