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Scelti Per Voi - A marzo il Saint Louis propone due eventi imperdibili con il master class di Scott Colley e Antonio Sanchez (lunedì 5) ed il concerto di Gretchen Parlato (giovedì 22)

Due appuntamenti da non perdere quelli che il Saint Louis College of Music organizza nel mese di marzo.

Il primo vede protagonisti il grande contrabbassista Scott Colley con il batterista Antonio Sanchez il 5 marzo dalle 14.

L'altro è con l'elegante e coinvolgente cantante-compositrice Gretchen Parlato il 22 marzo dalle 13.

info e prenotazioni: tel. 06 4870017 - Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

lunedi 5 marzo dalle 14 alle 17

master class di SCOTT COLLEY e ANTONIO SANCHEZ

Saint Louis College Of Music, via Urbana 49/a

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA  - tel. 06 4870017   Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

SCOTT COLLEY
Nato nel 1963 a Los Angeles, Scott Colley ha iniziato a studiare il contrabbasso all’età di undici anni. A tredici anni studia con Monty Budwig, uno dei contrabbassisti jazz storici della West Coast, e inizia a esercitarsi coi dischi di Paul Chambers e Charles Mingus. Dopo qualche anno in cui tra l’altro ha modo di suonare in duo con Jimmy Rowles, nel 1984 Colley riceve una borsa di studio per frequentare il California Institute for the Arts, e inizia anche a studiare privatamente con Charlie Haden e Fred Tinsley, della Los Angeles Philharmonic. Nel 1986 inizia a compiere tournée e a incidere con Carmen McRae, con la quale collaborerà fino al 1990. Laureatosi nel 1988 si trasferisce dopo poco a New York, iniziando a collaborare con Dizzy Gillespie, Clifford Jordan, Roy Hargrove e Art Farmer. Gli anni ’90 sono il decennio in cui Scott Colley si afferma come uno dei bassisti principali della scena di New York. Dal 1991 al 1995, si esibisce e incide con i gruppi di John Scofield, James Newton, Joe Henderson, Billy Hart, Mike Stern e Phil Woods. Dal 1996 al 1998 effettua tours con un gruppo comprendente Joe Lovano, Jim Hall e Yoron Israel, e con una band cui prendono parte Toots Thielemans, Bobby Hutcherson, Billy Hart e Kenny Werner. Compie diversi tours europei con la band Lost Tribe, suona in trio con Ravi Coltrane e Al Foster, e in trio e duo con Jim Hall. Fa inoltre parte dei quartetti di Chris Potter, Renee Rosnes e Bob Berg e suona lungamente con il sestetto Another Point of Departure di Andrew Hill. Negli ultimi anni Scott Colley ha suonato con il trio di Herbie Hancock, completato da Teri Lynne Carrington, esteso a quartetto con la partecipazione di Gary Thomas o di Bobby Hutcherson, effettuando tournée in tutto il mondo. Sempre di recente tra le sue collaborazioni spiccano quelle con un trio comprendente Jim Hall e Lewis Nash, e nuovamente con Chris Potter, testimoniata dall’album “Live at the Village Vanguard”, uscito per la Verve. Scott Colley suona e incide anche col proprio quartetto, che comprende Jason Moran al piano, Ralph Alessi alla tromba e Bill Stewart alla batteria. Colley nel 2002 si è anche affermato al primo posto come “Talent Deserving of Wider Recognition” nel referendum dei critici di Down Beat, e nel 2003 ha ricevuto una nomination ai “Jazz Journalist Association Awards”. Musicista dallo stile caratterizzato da un grande vigore, Colley è in possesso di una formidabile cavata che conferisce alle sue linee uno swing inesorabile e dinamico, e di una spiccata sensibilità armonica che gli consente di prodursi in assoli di grande acume e efficacia. Queste sue doti lo hanno portato nel giro di qualche anno e divenire uno dei bassisti più richiesti della scena USA, incidendo finora oltre 90 albums. Otre a quelle già citate spiccano le sue collaborazioni con Mike Stern, Pat Metheny, Michael Brecker, Greg Osby, Joachim Kuhn, Edward Simon, Bill Stewart, Brian Blade e Roy Haynes.


ANTONIO SANCHEZ
Antonio Sanchez è nato in Città del Messico e inizia a suonare la batteria a soli cinque anni. Raggiunti i dieci anni inizia così a suonare professionalmente. Tuttavia nel 1993 frequentò il corso di pianoforte classico al conservatorio Nazionale del Messico; in seguito si trasferì a Boston, nel Massachusetts per studiare al Berklee College of Music. Dopo essersi diplomato con lode in Musica Jazz, Antonio ottenne una borsa di studio per un master universitario in Improvvisazione Jazz al Conservatorio New England di Boston.
La sua rapida ascesa nel mondo della batteria jazz iniziò pochi mesi al Conservatorio quando Paquito D’Rivera chiamò il professore di Sanchez, Danilo Perez, per una segnalazione per il ruolo di batterista nell’Orchestra United Nation di Dizzy Gillespie. Perez segnalò Sanchez e così Sanchez si ritrovò in tournée con l’orchestra. In seguito, nel 1997 Perez invitò Sanchez a far parte del suo trio che ricevette una nomination per il Grammy Award per l’album Motherland. La sua partecipazione alla tounee giunse anche alle orecchie del leggendario chitarrista Pat Metheny che invitò Sanchez a suonare nel Pat Metheny Group come batterista dopo una serie di ascolti. Il Gruppo ha registrato due album dall’arrivo di Sanchez. Il primo, Speaking of Now vinse un Grammy Award nel 2003 per la categoria Best Contemporary Jazz Album. È stato inoltre pubblicato un DVD che mostra la tounée. Il secondo fu invece pubblicato The Way Up nel gennaio del 2005. Inoltre Sanchez ha fatto parte anche di altri quartetti e trii sotto la direzione di Pat Metheny. Il Pat Metheny Trio (Metheny alla chitarra, Sanchez alla batteria, e Christian McBride al basso) pubblicarono Day Trip nel gennaio del 2008 ed ottennero un ampio successo tra le critiche jazzistiche. Nel 2007 ha registrato il suo primo disco in solo, Migration. L’album include un ampissimo gruppo di rinomati jazzisti del giorno d’oggi: Pat Metheny, Chick Corea, Chris Potter, David Sanchez and Scott Colley. All About Jazz lo definì Uno dei migliori debutti del 2007 Sanchez disse egli stesso del suo album: Non voglio che le persone dicano che questo è un album di un batterista… I vorrei che questo possa essere qualcosa di qualunque musicista. I penso in termini musicali, non quante vendite otterrò e se soffio abbastanza sulla brace o no. Io vorrei che la musica fosse molto melodica e accessibile a tutti con un sacco di belle interazioni. Antonio si è trasferito a New York City dal 1999 e ha frequentato la New York University (NYU) nel 2006.

giovedi 22 marzo dalle 13 alle 16

GRETCHEN PARLATO

Saint Louis College Of Music, via Urbana 49/a

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA  - tel. 06 4870017   Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Da quando si è aggiudicata il prestigioso premio Thelonious Monk per i musicisti emergenti, nel lontano 2004, dopo aver frequentato i corsi dell'omonimo istituto, Gretchen Parlato ha inciso, a suo nome, poco.

The Lost And Found è, infatti, il suo terzo disco solista, che segue gli altrettanto belli In a Dream e il disco d'esordio, Gretchen Parlato. Questo, però, non vuol dire che in tutto questo tempo la vocalist sia rimasta inattiva. Al contrario. Nel breve volgere di qualche anno Gretchen è diventata una sorta di piccola musa - diremmo, pucciniamente, una musetta, e che il Maestro di Torre del Lago ci perdoni - del jazz contemporaneo: la sua voce sottile, l'intonazione particolare, il senso ritmico implacabile eppure morbido e fluttuante, hanno stregato molti musicisti (Wayne Shorter l'ha definita, senza mezzi termini, un formidabile talento), che l'hanno chiamata a collaborare in numerosi progetti: una cinquantina sono le partecipazioni discografiche della Parlato in dischi altrui, a testimoniare un'attività frenetica, una centralità indiscutibile e indiscussa nella nuova scena jazzistica statunitense, ma soprattutto la capacità di adattarsi ai contesti più diversi, aggiungendo a questi il suo originalissimo, e ormai inconfondibile, tocco.

L'attesa per il nuovo lavoro, dunque, era alta, e le aspettative non sono andate deluse. Tutt'altro.

The Lost and Found non è soltanto il suo miglior disco, e un lavoro assai convincente di per sé, ma è quello che ne rivela, e svela, più compiutamente la cifra peculiare, l'orizzonte espressivo, l'ambizione. In esso, Gretchen Parlato si dimostra per quello che è, ovvero un'abilissima cantante, un'eccellente compositrice e una paroliera sensibile al senso e alla musica delle parole. Soprattutto, dimostra di camminare, con invidiabile equilibrio, ma senza equilibrismi, sul sottile filo che separa jazz e popular music (ammesso, beninteso, che ciò abbia ancora un senso negli anni Dieci del ventunesimo secolo), abitando ciascun mondo con grande proprietà ed eleganza. Questa sua capacità di mescolare, ibridare, di mostrare cioè come sia possibile una terza via piena di buonsenso e rispetto per tutte le fonti musicali alle quali si attinge è la forza maggiore di un lavoro che va precisandosi con risultati spesso emozionanti.

Sin dall'iniziale "Holding Back the Years," ripescata niente meno dal repertorio dei Simply Red, si capisce l'aria che tira, ed è un'aria freschissima, raffinata, timbricamente esatta, coinvolgente, elegante. Perché l'altro grande pregio del disco è quello di essere stato provato e inciso da un gruppo che lavora insieme regolarmente, che ha avuto tempo di ragionare anche sulle scelte di arrangiamento più minute, sulle soluzioni meno prevedibili. Il repertorio, però, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è, ruffianamente costruito sulle riletture jazzy di materiale popular (come ormai spesso accade): si divide tra riletture e brani originali; questi ultimi o sono stati scritti integralmente, parole e musica, o la vocalist ha apposto un testo sulle musiche dei suoi compagni di viaggio. Il dato che più colpisce, allora, è che finalmente gli originali sono assai più interessanti delle cover: a dirla tutta, le composizioni di Gretchen, soprattutto "Winter Wind," "How We Love" e "Better Than," sono le cose migliori dell'album (aggiungendoci "Still," su musiche del chitarrista Alan Hampton). E, per rincarare la dose, sembra quasi che le riletture di monumentali classici del jazz moderno ("JuJu" di Shorter, e "Blue in Green" di Bill Evans) siano fuori posto: omaggi dovuti ma non centrati, né perfettamente aderenti al progetto complessivo.

Infine, due parole sui musicisti. Anzi una: fantastici. Empatici, creativi, brillano per la sapienza con cui seguono ogni piccola curva del tragitto, assecondano la musica, ne condividono il respiro. Menzione speciale per Kendrick Scott, talmente moderno da sembrare antico. È il batterista che vorrei essere. Se torno a nascere.

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Intervista a Pietro Iodice - Prima parte
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